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PROJECT HAIL MARY - L’unione fa la farsa

I. La promessa

Questo film contiene, sparsi nel tessuto della storia, una serie di spunti di una potenza quasi archetipica. Nessuno di loro viene davvero sviluppato — e questo è il cuore del problema, ci arriviamo — ma vale la pena raccoglierli e nominarli. Perché dicono qualcosa su quello che questo film avrebbe potuto essere e non è stato.

Il primo è il più puro. Grace guarda il monitor, crede di vedere il Sole, e scopre che non è il suo. “Non è il nostro sole.” Noi siamo abituati a pensare che il centro sia uno, che il nostro sistema di riferimento sia il sistema. Scoprire che esistono altri soli vuol dire scoprire che il nostro centro non era il centro — era un centro tra i tanti. È la prima crepa nell’edificio dell’io: se il sole attorno a cui orbito non è l’unico sole, allora l’orbita che chiamo “la mia vita” non è l’unica possibile. Detto con più radicalità: il sole che credi tuo è solo l’idea di un sole. Quello vero non ha bisogno che tu lo riconosca per splendere.

Il secondo spunto è la bambina a scuola. Grace fa quello che tutti facciamo con le parti giovani di noi stessi: minimizza. “È un piccolo problema.” E la ragazzina — che è la sua innocenza, la sua percezione non ancora blindata dalla maschera dell’adulto — lo corregge: è un grande problema. Guardate cosa succede qui, perché è decisivo: l’azione di Grace — tranquillizzare — ci dice qual è la bugia in cui vive. E l’azione della bambina — contraddire — ci dice qual è la verità che lui non è ancora pronto a sostenere. Grace si è costruito un’identità da scienziato-declassato-a-insegnante, e viene smascherato da una bambina che non ha ancora imparato a portare maschere. In un film serio, questa scena sarebbe una bomba a orologeria. Qui è un momento che passa e basta.

Il terzo è il sole che muore. “Il sole sta morendo” è una frase che trascende la fantascienza. Cosa siamo noi senza un centro che faccia luce e calore — cioè che renda le cose riconoscibili e che le renda vivibili? L’Astrophage che si mangia la luce del sole è, letto in chiave interiore, tutto ciò che divora la nostra capacità di vedere chiaro e di sentire calore. E la domanda diventa: possiamo esistere senza un riferimento esterno che ci definisca? Possiamo essere senza orbitare attorno a qualcosa?

Il quarto spunto è la struttura stessa del viaggio: si può andare ma non tornare. Il carburante basta per una sola direzione. Ora, se il viaggio verso la soluzione è così lungo che non si può tornare indietro, o non è una soluzione oppure la soluzione non è tornare. È accettare di disaccoppiarsi da tutto: dal senso di casa, di identità, di progetto, di percorso che si chiude. Grace deve scoprire che la risposta non sta nel riportarla a casa. Sta nell’accettare che casa non esista più, o che non è mai esistita come lui la pensava. Il viaggio esterno è verso Tau Ceti. Quello interno è verso la rinuncia al ritorno. E l’uno non funziona senza l’altro.

Il quinto è il linguaggio. Per comprendere la salvezza — il Taumoeba, l’organismo che tiene in scacco l’Astrophage — Grace deve prima imparare a comunicare con Rocky. E questo non vuol dire tradurre da una lingua all’altra. Rocky “vede” per ecolocalizzazione: il suo mondo è suono, non luce. Per capirsi, Grace deve uscire dal linguaggio nel quale si è sempre raccontato chi è. Deve rinunciare al Logos. E questo è uno spunto enorme, perché ci dice una cosa che sappiamo ma non vogliamo sapere: il linguaggio in cui ti sei sempre descritto è esattamente ciò che ti impedisce di vederti. La verità parla un’altra lingua. E per impararla devi prima accettare di non capire.

Il sesto è la solitudine del viaggio. Grace perde i compagni. Yao e Ilyukhina muoiono nel coma, e con loro muoiono le competenze che rappresentano — la capacità di condurre e quella di costruire. Grace resta solo con la capacità di capire. È l’archetipo dell’orfano nella sua forma più nuda: sei stato strappato dal tuo eden, i tuoi compagni non ci sono più, e il viaggio è tuo. Nessuno lo compirà al posto tuo. Puoi farlo vicino ad altri, riscaldato dall’amore di altri, ma rimane il tuo viaggio. E Rocky è lo specchio: anche lui è l’ultimo, anche lui è solo, anche lui è un orfano nel vuoto. I due si riconoscono non per somiglianza — uno è carne, l’altro è pietra — ma per ferita condivisa.

Ed è qui che si apre un’immagine potente: i due corpi, carne e pietra, come figure della consistenza. Noi siamo una consistenza, ma è cangiante, impermanente. Le nostre convinzioni, le nostre identità, i nostri “io sono questo” hanno la solidità della pietra finché non si rivelano fragili come la carne. E così le nostre idee, e così le nostre convinzioni. Accettare questa mobilità della propria sostanza è parte necessaria del viaggio, e non si impara per via intellettuale. Si impara solo con qualche colpo che il viaggio ci procura.

II. Il tradimento

Ed è qui che il film, a mio avviso, cade. Perché tutti questi spunti restano esattamente questo — spunti. Il film li tocca e li abbandona, li sfiora e cambia discorso. E il motivo ha un nome preciso: non ha il coraggio delle emozioni che promette.

Proviamo a ragionarci. L’umorismo è un’operazione della mente: ridiamo perché giudichiamo un’incongruenza, perché vediamo il libro fuori scaffale. È un giudizio che si esprime su una situazione. Il dramma invece muove l’empatia, che è un’altra cosa — è risonanza, emozione, non passa dal pensiero ma da qualcosa di più profondo. Le storie da sempre giocano tra tragedia e commedia, ma il loro equilibrio si fonda su un patto di fiducia con chi guarda: ti porto in alto, ti faccio sentire il peso delle cose, e se poi ti faccio ridere è perché hai bisogno di respirare, non perché mi vergogno di averti commosso.

Project Hail Mary viola sistematicamente questo patto. Ogni volta che si avvicina al peso reale di ciò che racconta — la morte, la solitudine cosmica, la rinuncia all’io — lo sgonfia con una battuta. È come la Tour Eiffel: se ogni volta che mi ci porti mi dici “alla fine sono solo tubi di ferro”, alla terza volta non ti credo più. Non meriti il mio cuore, perché poi ci ridi sopra. L’abbassamento di valore che è proprio della battuta corrode il tessuto umano della storia. Non si capisce più quanto valgano le cose. E non si capisce nemmeno quanto valga la vita. In un film dove due esseri rischiano la propria per salvarne miliardi, questo è un discreto disastro.

Quello che vedo è un comportamento della sceneggiatura che rivela qualcosa di profondo: la paura della propria serietà. Come uno che vuole leggere la propria poesia ma se ne vergogna, e allora prima la denigra — “fa schifo, lo so, non sono mica questo qui” — e poi però te la legge, perché in fondo vorrebbe che tu sapessi quanto è bravo. Non è un atteggiamento radicale. Non è pulito. Se ci pensate, è la stessa bugia del personaggio proiettata sulla forma del film: l’autoconservazione come principio, la paura di esporsi, il rifiuto di andare fino in fondo.

E la questione si allarga a un secondo problema: l’assenza di avversario. L’Astrophage non ha volto. Non interagisce, non cambia, non risponde. I suoi unici agenti sono il tempo e lo spazio. Ma non c’è mai un nemico con cui si sia in relazione. Ora, un film senza antagonista può funzionare — pensiamo a Gravity — ma solo se il conflitto interno è così potente da compensare. E qui torniamo al punto: il conflitto interno di Grace viene continuamente smontato dall’umorismo. Il film toglie il nemico esterno e svuota quello interno. Resta un’avventura simpatica, ma non un dramma.

Il terzo elemento centrifugo è il citazionismo. Il film strizza l’occhio ai sessantenni — a chi ha visto E.T., Incontri ravvicinati, 2001 — e non si fa mancare l’omaggio a Meryl Streep chiamata con nome e cognome. Ogni citazione è una porta d’uscita dal film: ci invita a uscire dalla storia per riconoscere un riferimento, per sentirci complici, per sorridere. È l’ennesima forma della stessa paura: il film non si fida di sé stesso e chiede continuamente conferma al pubblico attraverso la familiarità con altri film. Come se dicesse: non sono solo, ci sono questi grandi prima di me. Che è, se ci pensate, esattamente la bugia di Grace capovolta: lui crede di dover conservare se stesso, il film crede di dover conservare il legame con i suoi predecessori. Nessuno dei due osa stare da solo nel vuoto.

III. La frattura

C’è dunque una frattura profonda tra ciò che il film contiene e ciò che il film è. I contenuti — il sole che non è il nostro, il viaggio senza ritorno, l’apprendimento di un linguaggio alieno, la scelta finale — parlano tutti di rinuncia all’io, di dissoluzione dei riferimenti, di coraggio radicale. Ma la forma — la battuta che corrode, il citazionismo che rassicura, l’antagonista assente che deresponsabilizza — dice esattamente il contrario. Dice: non ti preoccupare, non è poi così serio, siamo tutti amici qui, riconosci questa scena?

A mio avviso, stiamo parlando di un B-movie. o della fattura tecnica. È un B-movie nel senso più profondo: un film che non ha il coraggio di essere il film di serie A che i suoi materiali richiedevano. Ha gli ingredienti di un’opera sul distacco, sulla resa dell’io, sulla scoperta che ciò che siamo non ha bisogno di essere salvato — e li tratta come ingredienti di un’avventura spaziale con le battute. È un tradimento gentile, simpatico, pieno di buona volontà. Ma per me è un tradimento.

IV. Il sole dentro

Eppure. Eppure, se guardiamo il film con altri occhi, c’è qualcosa che resiste a tutto questo.

Grace si sveglia senza memoria. Non sa chi è. Non sa dove è. Non sa perché è lì. E in quello stato — che il film tratta come un problema da risolvere — c’è in realtà la condizione più pura che un essere umano possa sperimentare: l’assenza totale di identificazione. Tutta la tradizione contemplativa, da Oriente a Occidente, ci chiede la stessa cosa: torna allo stato prima dell’“io sono.” Grace ci è stato messo con la forza — drogato, spedito nello spazio, svegliato senza ricordi. Ma il risultato è lo stesso: per un momento, non c’è storia, non c’è identità, non c’è attaccamento. C’è solo la coscienza che guarda e non riconosce nulla.

Il film non sa cosa farsene di questa condizione — la usa come motore di suspense, non come territorio di indagine. Ma il materiale è lì. E la domanda che Grace si pone ripetutamente — chi sono io? — è la domanda fondamentale. Non una domanda a cui rispondere con un nome o un ruolo. Una domanda che, se la tieni aperta abbastanza a lungo, dissolve chi la pone.

E qui mi è venuta una riflessione, guardando il film, che voglio condividere con voi. Perché la domanda sulla nostra identità ci riguarda tutti. Chi siamo noi? Noi siamo sempre noi in una storia. Siamo sempre noi in un punto specifico di questa storia. Ma qual è questo punto, il presente? Ma quale presente? Quello di questo momento… o di questo momento… o di questo momento? Alla fine, nel pensare al presente il presente è andato. Il puro presente può solo essere vissuto, non pensato. E quindi noi non siamo l’identità fissa che intraprende il viaggio: siamo ogni punto del viaggio e nessuno. Grace sulla nave — amnesiaco, poi ricordante, poi in crisi, poi scienziato, poi amico di Rocky, poi salvatore, poi insegnante su un pianeta alieno — è tutti questi Grace e nessuno. Il film, suo malgrado, lo dimostra: la struttura a flashback frantuma la linearità e impedisce di dire “Grace è questo.” È sempre un altro Grace, in un altro punto della storia. E questo lo si capisce quando si finisce, per una ragione o per l’altra, al di fuori del proprio spazio e al di fuori del proprio tempo. Come capita a lui.

L’io non è un’entità che attraversa il tempo. È un’apparizione momentanea in ciascun istante, che la memoria incolla insieme dando l’illusione della continuità. Grace senza memoria è più vicino alla verità di Grace con la memoria. Ma il film ha paura di questa verità — come ha paura di tutte le sue verità — e si affretta a restituirgli i ricordi, il nome, la storia.

Resta però il finale. Grace che insegna ai figli di Rocky, su un pianeta che non è il suo, sotto un sole che non è il suo. Ha perso tutto: la Terra, la specie, il linguaggio, la carriera, il fallimento, il riscatto. E insegna. La stessa cosa che faceva all’inizio, ma senza più nessuna delle ragioni per cui la faceva. Non insegna perché ha fallito come scienziato. Non insegna perché è la sua professione. Insegna perché, quando tutto il resto se ne va, resta solo questo gesto: trasmettere ciò che sai a chi può riceverlo.

La missione si chiamava Hail Mary — l’ultimo tentativo, la preghiera disperata. Ma la vera Hail Mary non è il viaggio verso Tau Ceti. È il momento in cui Grace lascia andare l’unica cosa che credeva di dover proteggere: se stesso.