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LA NEWSLETTER SETTIMANALE DI ANDREA BATILLA

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NON ERA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO

Perché la nostalgia per un meraviglioso passato non ha senso

Quando Raf Simons disegnava per Jil Sander - nss magazine
Qualche giorno fa mi è capitato di guardare i numeri di Vogue America dei primi anni Duemila per un articolo che ho scritto, quelli del mitologico periodo Y2K che ultimamente ha subito un super revival.

Non c’è niente di interessante in quel momento. È tutto uguale, piatto. Tutti seguono gli stessi canoni estetici e nessuno prova a fare niente di diverso. O quasi.

Sono gli anni dei corpi perfetti, dei capelli biondi e degli occhi azzurri, del sesso facile, di Frida Giannini e di Britney Spears.

Nel 2006 Tomas Maier riempiva di noia borghese le collezioni di Bottega Veneta, da  Calvin Klein c’era il dimenticabile Francisco Costa, da Celine la dimenticatissima Ivana Omazic, da Chloè c’era il vuoto dopo Phoebe Philo, da Dior un Galliano in parabola discendente, da Pucci Matthew Williamson aveva come unica reference Sienna Miller, Ferragamo non aveva un direttore creativo, da Gucci imperversava l’instancabile Frida Giannini.

Certo, da Yves Saint Laurent c’era Stefano Pilati, da Jil Sander Raf Simons e da Balenciaga un gigantesco Nicolas Ghesquière ma da soli non riuscivano a rendere interessante un panorama piuttosto piatto.

Anche questo pezzo di storia della moda si può guardare con occhi nostalgici ma nel farlo bisognerebbe convincersi che abbiamo fatto dei grossi passi avanti, che in questo momento esistono punti di vista molto diversi che riescono a coesistere e che di Vogue America non interessa più niente a nessuno.

Siamo in mezzo a una crisi economica molto forte perché i signori (quasi tutti maschi) del mondo hanno deciso che è divertente farsi la guerra e ammazzarsi a vicenda, perché l’intolleranza da ottimi frutti a breve termine ma anche perché, per un momento piuttosto lungo, in molti hanno creduto che un pensiero reazionario, di destra, esteticamente uniformante e comprensibile potesse essere la risposta alla complessità del mondo.

Nonostante ciò il presente mi sembra molto più interessante di un passato neanche tanto lontano in cui la moda era un posto esclusivo, escludente, un circoletto chiuso, qualcosa a cui aspirare sapendo che non ci si sarebbe mai arrivati. Io non credo che sia più così anche se in molti continuano a pensarlo.

Per quanto la percezione è che ci troviamo sull’orlo del baratro, almeno nella moda la scena da tempo non era così interessante, frastagliata, contraddittoria, irrisolta. Cioè viva.

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