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LA NEWSLETTER SETTIMANALE DI ANDREA BATILLA

La rinascita di Milano

Proprio mentre pensavamo di aver perso ogni speranza, quest’ultima fashion week milanese ha riportato, sulla sua malandata cartella clinica, segni di improvviso miglioramento. Le speranze, peraltro, si stanno coagulando intorno a designer nuovi o nuovissimi. E questo è decisamente un segno di vitalità che infonde ottimismo, in un momento in cui c’è veramente poco per cui essere ottimisti.

Cominciamo quindi con le (quasi) new entry.

Galib Gassanov, di origine Georgiana ma parte della comunità Azera, è arrivato in Italia a 18 anni e quindi vede il mondo occidentale, esattamente come il suo compatriota Demna, con occhi spalancati, sorpresi, eccitati, nuovi e anche critici. Quello che in molti sembrano non capire è che le culture si nutrono di altre culture e sopravvivono, prosperando, solo grazie a uno scambio continuo. Josephine Quinn, nel suo meraviglioso libro Occidente, spiega in maniera storicamente dettagliata come questo sia stato possibile e come l’Europa abbia costruito il suo concetto di identità grazie all’influsso millenario di Egiziani, Sumeri, Ittiti, Assiri, Babilonesi, Greci, Turchi, Slavi, Cinesi, Indiani e ovviamente Arabi e Africani. La cultura non ha mai avuto limiti geografici e il prezioso lavoro di Galib nel suo brand Institution è il risultato di un’apertura, che è poi, strano a dirsi, il contrario di una chiusura.

Nelle sue mani il tracciato della tradizione sartoriale europea si mescola con l’artigianato azero e invece di restituire la solita lettera morta piena di appropriazione culturale, getta le fondamenta per la ricostruzione di una cosa che si chiama couture e che oggi ha perso ogni significato.

Galib è la prima vera sorpresa di questa fashion week milanese che, incredibilmente, ha mescolato tutte le carte in tavola.

Anche Lorenzo Seghezzi è un amante delle tecniche sartoriali che hanno per lui una radice nella drag e club culture, cioè nell’infinito e liberatorio mondo queer che è uno dei pochi centri propulsivi ancora rimasti in giro. In pieno momento di restaurazione, Lorenzo, con le sole proprie mani, lontano da un’idea di industria ossessionata dai numeri, ha creato un piccolo progetto sorprendente in cui la sua autorialità è completamente rispecchiata nelle sue collezioni. Al centro della narrazione c’è un corsetto vittoriano, ex strumento di tortura per infelici fanciulle di buona famiglia, che qui si trasforma in una bandiera di liberazione e racconta di identità sincere che si affacciano al mondo attraverso le crepe di un sistema in disfacimento. Seghezzi è quello che una volta si sarebbe chiamato designer underground ma che oggi sta più vicino all’attivista politico che ricorda a tutti quanto la moda possa parlare di lotte e di rinascita.

Francesco Murano lavora sul recupero del senso del corpo e dell’erotismo attraverso  tecniche di drappeggio complicatissime che nelle sue mani diventano leggere, aeree, apparentemente semplici. C’è la storia dell’alta moda romana degli anni ’80, c’è Versace degli anni ’90 e tutta la body consciuousness degli anni 2.000. Solo che Francesco ha il magico dono dell’eleganza e raffredda tutto usando una palette di non colori che invece di esasperare il significato sessuale dei suoi abiti lo attenuano, rendendolo intellettuale. È una strada stretta e difficile quella percorsa da Murano ma la sua capacità narrativa è qualcosa di profondamente radicato nella storia del Made in Italy, che tra gli eccessi minimalisti degli ultimi anni ci siamo tutti un pò dimenticati. Ma il talento esiste per farci guardare in zone d’ombra verso cui non rivolgiamo lo sguardo.

Marco Rambaldi ha ormai un’identità estremamente precisa che andrebbe premiata con una direzione creativa. Un nome a caso? Missoni. Nell’attesa di un generale rinsavimento della classe manageriale italiana, Marco rimane attaccato in maniera indefessa a un’estetica laterale, che è solo tangente al mondo del lusso e parla di provincia, di famiglie nuove e vecchie, di centrini all’uncinetto ma soprattutto di un’alterità disagiata e non conforme. Dopo i tre abiti finali da sposa sgarruppata, Marco, unico designer a Milano, è uscito portando una bandiera della Palestina. Questo per lui è un gesto sincero e fortemente sentito che spiega bene il suo attaccamento a Bologna, posto da cui proviene e in cui l’idea di ribellione politica è esplosa per la prima volta in Italia negli anni ’70. La sincerità e la vicinanza alla realtà, che poi sono il contrario della nostalgia, sono gli elementi che caratterizzano più fortemente i giovani designer milanesi.

Il problema di Milano è infatti la generale incapacità di gestire il proprio passato, di rileggerlo e poi magari di passarci sopra con un TIR, cadendo ogni volta in un atteggiamento nostalgico di cui nessuno ha più bisogno.

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