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La stagione nella quale ci siamo riscoperti tutti critici di moda

Persino Alexander Fury ha perso la pazienza.

Negli scorsi giorni, dopo la sfilata di Chanel, il giornalista del Financial Times (che è anche curatore di mostre e possiede un suo importante archivio personale) ha realizzato un post su Instagram, mettendo insieme tutti i dettagli dei pezzi visti da vicino. I commenti sono per la maggior parte positivi, e, come succede a chiunque abbia un pubblico vasto nel mondo dei social – Fury ha 111 mila follower –ci sono i casuali giudizi sommari, gli errori storici che hanno la pretesa di passare per verità monolitiche, i più banali insulti. Fury, uomo compassato e noto per la sua gentilezza e reale passione per l’argomento – l’ho incontrato anni fa a Doha ad una mostra su Valentino che aveva co-curato, posso confermare – ha deciso che aveva sopportato abbastanza. Nelle sue stories di Instagram ha esordito “Ne ho abbastanza dei vostri fottuti commenti cattivi”. Specificando che si tratta di una minoranza, ha proseguito a mostrare gli screenshot di alcuni di essi, e le sue risposte.

Ad uno di essi, che sosteneva “non è Chanel. Lui (Blazy) ha detto chiaramente di non aver mai visto gli archivi perché era travolto dagli impegni o qualche altra scusa del cazzo” ha risposto “no, in realtà ha detto di essere andato negli archivi e di essere stato travolto della bellezza, e di aver deciso di trattare quel patrimonio storico in una maniera leggera, però potrei aver capito male, ero a 30 centimetri di distanza da lui quando l’ha detto”.

Una risposta che è anche un (legittimo) segnale di insofferenza verso chi, armato solo dei propri gusti personali che erige a parametri universali, e una buona dose di certezza in se stessi – quanto basta per citare a memoria, e male, pezzi di intervista – sancisce nei commenti del feed il successo o il fallimento di una sfilata senza appello. E in effetti la violenza dei commenti sui social, quando si parla di moda, è l’argomento del quale in molti media indipendenti, ma anche addetti ai lavori, parlano al momento, sostenendo posizioni che stanno esattamente ai poli opposti. Negli scorsi giorni 1Granary – progetto partorito nel 2012 da giovani studenti di moda della Central Saint Martins di Londra e poi divenuto realtà editoriale – ha pubblicato un post nel quale sosteneva che “le recensioni più oneste, questa stagione, le abbiamo viste nei commenti”. Il sottinteso è che chi è invitato in quanto giornalista, professionista, magari presso una realtà editoriale che intrattiene rapporti pubblicitari, occasionali o fissi con quel brand, non gode della stessa libertà di pensiero che ha chi è fuori da quel sistema, e può quindi banalmente “dire le cose come stanno”.

Edward Buchanan, fashion director su Milano della rivista The perfect magazine, ha invece scritto su Instagram (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre) che “le critiche agli show vedendo le foto e le live dal proprio letto sono un modo pericoloso per giudicare il lavoro di un creativo. Non può mai essere paragonabile all’esperienza fisica dell’essere lì, poter vedere e toccare quel lavoro. Vi prego di fare attenzione con il vostro linguaggio offensivo e dare a questi designer il tempo e il rispetto per sviluppare il loro lavoro. Sono umani. E comunque, fatevi una cultura sulla storia della moda prima di tentare di criticare il presente solo per acchiappare clic. E non intendo una ricerca fatta fare a Chat GPT. Studiate. E siate gentili.”

Se i commenti violenti, carichi di odio contro uno specifico designer sono sempre da condannare – io stessa non mi faccio nessun problema a bloccare quanti portano quel tipo di energia sul mio profilo – il problema risiede anche nella piattaforma, e nei social media in generale. Ne La macchina del caos, libro del 2023, il giornalista del New York Times Max Fischer spiega chiaramente che le piattaforme danno sempre più spazio a commenti violenti, divisivi, ma anche a contenuti che hanno il solo obiettivo di scatenare reazioni forti negli utenti, che sono portati a rispondere con commenti altrettanto violenti, in una spirale la cui conclusione è solo aumentare il tempo che si passa sui social media, e quindi, fornire a quello specifico social (TikTok, Ig, il caro vecchio Facebook) delle metriche positive quando si andrà a presentare il proprio lavoro a quanti stanno pensando di acquistare spazi pubblicitari su quella piattaforma. Più di recente, sul Financial Times si è chiesto se “I social media sono la nuova Fox News?” (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre) : se da una parte questi luoghi digitali hanno tolto il potere di controllare la narrativa a chi lo fa da sempre (giornalisti o influencer) dall’altra incoraggiano il populismo e la demagogia. Ed in effetti è abbastanza populista scusare la violenza dei commenti, definendoli come “onesti”, così come ha fatto 1Granary. Vivere in una società, anche nella sua forma digitale, vuol dire aderire a delle regole di rispetto reciproco, anche nel contesto di una discussione nella quale si hanno idee differenti.

Dall’altra parte il discrimine per poter avere un titolo qualunque per parlare di moda non è la presenza fisica a certi eventi. Questa posizione ha di certo un suo perché (l’esperienza della sfilata non si può comprendere nella sua pienezza se non si è fisicamente presenti, se non si gode della sinestesia di vedere e toccare quegli abiti, sentire la colonna sonora scelta, osservare e apprezzare il set design), ma trasuda nonostante tutto di un certo elitismo alla “You can’t sit with us”. Tra l’altro, è da considerarsi che alle sfilate viene invitata solo una minima porzione della stampa, non tenendo conto di molti medium indipendenti che godono di un certo seguito online: non c’è (sempre) intento maligno da parte delle maison, ma la necessità di trovare un equilibrio tra i magazine (si scelgono sempre i maggiori, dei gruppi più importanti, che raggiungono un audience più grande anche se magari meno informato e appassionato), i very important client (chi compra, ai quali si regala la presenza alla sfilata, magari in prima fila, come gettone di apprezzamento dei succosi bonifici che da loro provengono), le celebrities e i content creator, così come i buyer. E infatti in passato è successo che autorevoli giornalisti siano stati banditi da alcune sfilate (in questo caso non per mancanza di rilevanza dei giornali, ma perché le loro recensioni precedenti risultavano sgradite). Nonostante ciò, pur non potendo partecipare a quegli eventi, per dovere di cronaca, quei giornalisti dalla comprovata autorevolezza hanno continuato a scriverne, guardandoli dallo schermo del computer (è successo a Cathy Horyn con Dolce&Gabbana ma pure a Vanessa Friedman). Non avremmo dovuto leggerle perché non erano presenti? La realtà è che l’unico discrimine è la competenza, non l’appartenenza ad una gilda di privilegiati (per followers su Instagram o per potenza del giornale che si rappresenta).

E nonostante potrebbe anche essere vero che i maggiori giornali, quelli che conosciamo tutti anche se non ne abbiamo mai preso in mano un numero, intrattengano rapporti pubblicitari con i brand e siano quindi da non considerarsi troppo affidabili, il mestiere di qualunque utente appassionato diventa fare uno sforzo tra l’immensità dell’offerta editoriale. Cercare medium diversi, magari meno blasonati, che ci spingano a vedere la moda non solo attraverso l’occhio delle sfilate (alle quali, appunto, sono invitati in pochissimi) ma a considerarla un comparto finanziario che ha connessioni con la società e la politica odierna. E, una volta che si è trovato il giornale o il content creator che ci sembra arricchisca la nostra visione delle cose – anche se possiamo non essere sempre d’accordo – dargli la nostra fiducia e il nostro sostengo economico. Sarà certo più utile che perdere tempo accapigliandosi sotto i post di BoF con le review delle sfilate, quelle nelle quali qualche utente medio che si è risvegliato Cathy Horyn presso se stesso sostiene che Chanel “It’s giving Zara”.

We are the fashion pack

The tortured audio visivo’s department

Official soundtrack della settimana

https://www.youtube.com/watch?v=RGE-JRsJ2uo&list=RDRGE-JRsJ2uo&start_radio=1 (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)

Ho appena scoperto questa nuova band newyorchese, e arrivo sicuramente “late to the party”. I 4 ragazzi di Brooklyn capitanati da Cameron Winter avevano formato una band come succede a molti adolescenti, e pensavano di sciogliersi una volta arrivato il momento di iniziare il college. E però, succede che i demo da loro prodotti attirano l’attenzione delle case discografiche, e i progetti cambiano. Qui dentro ci sono i Radiohead un po’ meno depressi, ma pure i Television, e ovviamente i signori dell’ultima ondata del Garage rock newyorchese, gli Strokes e gli LCD Soundsystem. Vado ad ossessionarmi su di loro, torno quando mi sarò liberata da quest’altra fissazione.

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