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Perché la memificazione della moda non ci salverà

Dietro le “reference”, i tributi, gli omaggi, e le allusioni culturali, si nasconde un desolante vuoto di idee, ed è il momento di farci i conti

L’altro giorno, una cara amica che nella vita vera fa l’antropologa, mi ha scritto su Instagram con un tono che evidenziava un certo scoramento. Allegato al suo messaggio c’era il link a una story che riportava una variante specifica della book tote di Dior (un modello nato dall’ingegno di Maria Grazia Chiuri, che ora JW Anderson sta ripensando in una nuova veste, legandola a classici della letteratura come il Dracula di Stoker, Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos, A sangue freddo di Capote e via discorrendo).

In realtà quella storia era firmata dal magazine Style Zeitgeist e riportava una Book Tote inesistente nella realtà, realizzata con l’AI, che si rifaceva invece a Sorvegliare e punire, capolavoro di Michel Foucault. L’intento di Style Zeitgeist – e di Eugene Rabkin, il fondatore del progetto, un narratore rispettato capace di intervistare personaggi come Rick Owens, ma privo di padroni, e per questo assai temuto dai brand – era ovviamente quello di fare del sarcasmo sulla rivisitazione del prodotto, e più in generale, del nuovo corso di JW Anderson. Il fatto che una persona al di fuori della moda possa aver pensato che quella borsa potesse essere vera, però, è stato per me un campanell0 d’allarme.

https://www.youtube.com/watch?v=7seI0u4cQ_I (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)

Memificare, nel senso di rendere un contenuto in possesso già di una sua notorietà e storicità non solo facilmente digeribile ad una platea più ampia di quella per la quale era stato pensato originariamente, ma anche divertente, semiserio, e quindi pop, non è solo abitudine della moda di oggi. Certo la moda opera questo processo con la memificazione di prodotti culturali ma anche del proprio passato, con l’abuso delle “reference” per rifare un abito uguale a come lo aveva fatto il fondatore della maison 50 anni fa. Nella musica assistiamo da ormai qualche anno a musicisti Gen Z che rifanno, riarrangiandoli, brani del passato: la regina indiscussa è Olivia Rodrigo, che ha inanellato cover di tutti i suoi idoli musicali, che non sono certo suoi coetanei, ma gente come i White Stripes, i Cure, Carly Simon, i Fontaines DC, i Radiohead, Sheryl Crow, Natalie Imbruglia etc etc. Lo stesso discorso vale anche quando si parla della ricreazione di look da red carpet, riproposti con gli abiti originari o in nuove versioni (a volte in collaborazione con le principali maison). All’ultima cerimonia del Rock and Roll Hall of Fame Chappell Roan – non dimenticherò mai quella collega geniale che, in una conversazione da bar, con ironia l’ha definita “la Lady Gaga del liceo artistico” – è arrivata con un outfit chiaramente ispirato a due dei look indossati nel video di True Colors da Cyndi Lauper (1986).

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