
LA NEWSLETTER SETTIMANALE DI ANDREA BATILLA
WITH ENGLISH VERSION
MILANO FASHION WEEK
Autunno Inverno 2026/27

Durante questa fashion week di Milano ci sono state 3 prime volte che hanno attirato l’attenzione di tutti ma sono successe anche molte altre cose.
Togliamo subito di mezzo la questione più pesante: la prima volta di Demna da Gucci.
Con Gucci ci aspettavamo tutti tutto ma Demna non ci ha dato (quasi) niente.
“Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”, direbbe Pascal, e Demna dice di essere esattamente in quel mood, con l’idea di esplorare un approccio meno intellettuale alla progettazione e più personale, istintivo. Ma lo stesso Demna ha anche inondato il profilo IG di Gucci delle reference più disparate, dalla Venere di Milo alla versione AI della cover di Grand Theft Auto.
Tutto estremamente contraddittorio ma perfettamente inquadrato dentro quello che ci aspettiamo da lui che però questa volta sembra aver fatto un ulteriore passo avanti.
Dalle grandi narrazioni politico/sociali di Balenciaga che si riflettevano istantaneamente in prodotti desiderabili per chi in quelle storie credeva, Demna è passato, in una maniera piuttosto drastica, a un ermetismo espressivo inquietante.
La sua prima vera collezione per Gucci è una interminabile sfilza di luoghi comuni, di personaggi che hanno riempito e continuano a riempire il mondo, raccontata senza nessun filtro critico, senza nessun ragionamento.
La sfilata è il lookbook della collezione commerciale, quella con i pezzi aggiunti dal merchandising, la sequenza senza senso logico di tutte le borsette disponibili per tutti i mercati del mondo, l’espressione di una riunione interna per la struttura della collezione in cui si finisce per non prendere nessuna decisione rilevante ma si reinseriscono tutti i carry over più venduti.
È, in una parola, la rappresentazione di un vuoto, di una mancanza, invece che di una storia. Anzi, è l’assoluto nulla proiettato ingigantito sulle pareti di una bella palazzina liberty di provincia, abitata da tranquille famiglie che della vita vera non sanno e non vogliono sapere niente.
Demna ha finalmente disinnescato il meccanismo narrativo che lui stesso ha inventato e che era diventato una droga consolatoria, un momento in cui respirare di nuovo, pensando che il mondo in fondo non fa così schifo se siamo in grado di osservarlo con il giusto spirito critico.
Invece non solo il mondo fa sempre più schifo ma Demna deve anche salvare Gucci e quindi Kering da una specie di autodistruzione programmata in cui uno dei gruppi del lusso più grandi al mondo si è ficcato da solo.
Quindi si ricomincia dal niente che ci circonda, da una piatta e ossessiva sequenza di capi che vengono per la maggior parte dall’epoca di Tom Ford, un momento in cui si pensava che il corpo fosse lo strumento di piacere ultimo, l’unico modo per sopravvivere in un mondo le cui speranze si sarebbero da lì a poco schiantate contro le Torri Gemelle.
L’aver tolto tutto o quasi in una maniera così radicale, oltre che spazientire molti, ha rilasciato neurotossine ricostruttive, che si spera si infiltrino negli stanchi meccanismi di Gucci e della moda e riportino l’attenzione sul contemporaneo, sulla realtà. Che è quella in cui le neurotossine ce le iniettiamo in fronte per rispecchiarci in un immagine di noi che ci piace di più invece di rivolgere lo sguardo a quello che succede nel mondo. Come fa da sempre Demna.
Eugenio Montale avrebbe detto:
“Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.”
Sulla prima volta di Maria Grazia Chiuri da Fendi c’è pochissimo e moltissimo da dire.