
LA NEWSLETTER SETTIMANALE DI ANDREA BATILLA
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CHIAMAMI COL TUO NOME

Mi capita che designer o direttori creativi mi scrivano. Ovviamente é una cosa che non rendo pubblica ma lo fanno, in molti. A volte mi ringraziano, a volte non sono d’accordo con quello che ho scritto di loro, a volte chiedono consigli e poi spariscono, a volte mi invitano a cena. Con nessuno di loro è mai nata una sincera amicizia e con nessun di loro sono mai arrivato ad avere un grado di intima sincerità intellettuale.
Li capisco quando si arrabbiano, quando improvvisamente diventano silenziosi ma anche quando sono gioiosi, allegri e anche pettegoli. Li ascolto, li vedo avvicinarsi e immancabilmente li vedo allontanarsi. Sanno, credo, che sarebbe faticoso entrare a un livello di confidenza più profondo oppure, a volte, sono sinceramente disinteressati.
Ogni volta sento però un’urgenza verso una cosa che non posso chiamare in altro modo se non confessione ma che, volendo uscire dalla metafora cattolica, si chiama ascolto.
Non per niente, con Giuliana abbiamo costruito un podcast che é esattamente quella cosa lì: un momento di ascolto, non un’interrogazione.
La necessità di mettere il naso fuori dalle fortezze fatte di driver eleganti e assistenti accondiscendenti credo sia naturale. Come è naturale la voglia di approvazione, anche se da qualcuno di laterale come me. Anche l’isolamento è spesso una necessità creativa, a volte di vera e propria sopravvivenza.
Quello che trovo strano è il senso di fragilità, dovuto all’eterno perpetuarsi del giudizio esterno, e l’estrema difficoltà a mettersi in dubbio, a ragionare in termini critici sul proprio lavoro.
Il direttore creativo di un brand importante deve produrre stagionalmente una montagna di contenuti che vanno dalla riedizione della cintura best-seller, alla sfilata in qualche luogo esotico, a campagne, red carpet e partecipazioni ad eventi. È una vita che contiene lo stress del personaggio pubblico che deve affrontare ogni giorno giganteschi picchi di ansia sociale ma anche il raggiungimento degli obiettivi economici dell’azienda, probabilmente necessari alla sopravvivenza fisica di centinaia di persone.
Tutto concentrato sulla punta di una matita, dentro le lenti di un occhiale appannato, fra dita nervosamente tamburellanti su un glaciale tavolo da riunioni.