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La triste fine degli uomini con le uniformi rosse

Una storia meta-narrativa

Qualcuno deve morire. È una legge non scritta della narrazione: di solito una comparsa inutile, un personaggio di secondo piano, sacrificabile senza conseguenze emotive.

Gli “uomini in rosso”.

Uomini in rosso di John Scalzi (2014, Urania/Mondadori) è una riflessione meta-narrativa intelligente e sorprendentemente divertente su questo cliché eterno della fantascienza televisiva. Sì, stiamo parlando proprio di Star Trek.

Scalzi costruisce una fuga quasi pirandelliana guidata da personaggi che si rendono conto di essere funzionali alla storia, e che cercano disperatamente un modo per sfuggire alla Narrazione. Con la N maiuscola. Quella forza invisibile e irresistibile che decide chi vive e chi muore a bordo dell’Intrepid, l’ammiraglia della flotta (che non si chiama flotta stellare, per ovvi motivi di copyright… immagino).

Al di là della trama — avvincente, leggera, e volutamente naïf nella sua comicità — il libro è una piccola festa per chi ama smontare i meccanismi delle storie. Lo sfondamento della quarta parete non è solo un gioco: è messo in scena, discusso, analizzato dall’interno.

Per chi scrive, poi, il divertimento raddoppia.
Perché mentre ridi inizi a chiederti: io questi trucchetti li ho mai usati?
E se sì, quante volte li ho giustificati come “necessità narrative”?
La lotta al cliché è una di quelle cose che tutti gli autori dichiarano di combattere senza esclusione di colpi.
Ma è davvero così?
E soprattutto: ha senso dichiarare guerra totale ai cliché quando, in fondo, le narrazioni contemporanee non sono altro che storie antiche rimasticate, spostate di contesto, rivestite con altri costumi?

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