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Newsletter - N°35

Ciao, questa è la newsletter Albedo, e io sono Sebastiano Santoro, scrittore di Duegradi. L’albedo è la capacità di un corpo di riflettere i raggi solari. I cambiamenti climatici stanno provocando, tra le altre cose, lo scioglimento dei ghiacciai; e la scomparsa di queste estese superfici chiare sta alterando l’albedo terrestre. L’obiettivo di questa newsletter è creare uno spazio condiviso in cui idee e storie sull’Antropocene e sui cambiamenti climatici possano sedimentare e, allo stesso tempo, riflettersi e diffondersi un po’ ovunque. Come i raggi solari quando colpiscono il nostro pianeta, appunto. Uno spazio utile perché quella che stiamo vivendo è un’epoca di cambiamenti, non solo climatici. Albedo cercherà di raccontarli, in tutte le forme possibili, dalla fiction alla non-fiction, e lo farà in cinque parti.

  • La prima è una sorta di editoriale;

  • la seconda è un consiglio di lettura;

  • nella terza c’è un piccolo promemoria sugli ultimi articoli pubblicati da Duegradi;

  • la quarta contiene link per offerte di lavoro e corsi di formazione, perché anche il mondo del lavoro sta cambiando;

  • l’ultima, la quinta parte, è un tentativo di misurare in cifre i cambiamenti che stiamo vivendo.

Buon 2026, che sia pieno di speranza

Frida Kahlo - Congress of the Peoples for Peace - Oil and tempera on canvas mounted on Masonite [1952]

Il 2026 è cominciato così: con un’operazione militare statunitense (Öffnet in neuem Fenster) che, nella migliore delle prospettive, sembra la sceneggiatura di un pessimo film d'azione, nella peggiore, invece, ricorda modalità vetuste di risoluzione delle controversie internazionali, che sembrano venute fuori dal secolo scorso (o forse anche da prima). Eppure la cattura di Maduro non è qualcosa che è avvenuta all’improvviso. Per arrivare all’operazione del 3 gennaio in realtà abbiamo vissuto un lento apprendistato alla forza cominciato, almeno, da quando Trump si è insediato alla Casa Bianca.

Per rimanere solo alle questioni climatiche, uno dei primi provvedimenti dell’amministrazione Trump è stato quello di uscire dall’Accordo di Parigi e ritirare la delegazione statunitense dalle Conferenze sul clima (COP), a seguire sono arrivati i tagli alla ricerca scientifica in materia ambientale e climatica (Öffnet in neuem Fenster) e ultimo, ma solo in ordine cronologico, l’ordine di ritirarsi da più di 60 agenzie internazionali (Öffnet in neuem Fenster), compresa la UNFCCC (Öffnet in neuem Fenster), il trattato chiave delle Nazioni Unite sul clima (con seri dubbi di legittimità circa il fatto che sia possibile revocare un accordo internazionale senza il consenso del Parlamento). Ma oltre all’ambito climatico si potrebbero fare innumerevoli altri esempi. L’erosione del multilateralismo, delle decisioni negoziate e condivise, e dell’ordine delle relazioni internazionali costruito dagli Stati Uniti dopo la fine della Seconda guerra mondiale è stata graduale ma costante. Come scrive il giornalista Eugenio Cau in un articolo per il Post (Öffnet in neuem Fenster), si trattava di un ordine in cui gli Stati Uniti erano la potenza egemone — come aspirano a esserlo anche oggi — ma accettavano almeno formalmente una volontaria autolimitazione in virtù del rispetto del diritto internazionale. Proprio questa autolimitazione, pur non sempre rispettata, conferiva legittimità all’egemonia statunitense agli occhi degli altri Paesi. Quello che sta succedendo con il secondo mandato di Trump è che il suo progressivo venir meno ha favorito un assetto internazionale in cui le relazioni tra Stati sono sempre più regolate dalla mera forza.

Interessi petroliferi, uso della forza in barba al diritto internazionale, politica imperialista, dottrina Monroe: gli ingredienti ci sono tutti per pensare che, invece che nel 2026, ci siamo svegliati nel 1930. Il nuovo ordine mondiale che pian piano si sta delineando, e che l’operazione statunitense a Caracas ha accelerato ancora di più, è in realtà già profondamente stantio prima ancora di cominciare. 

Per la serie: sì, davvero il Dipartimento di Stato USA ha pubblicato questo post.

La grande disconnessione dalla realtà, di cui soffre in un modo o nell’altro chi si occupa di clima e di ambiente, è tentare di immaginare un mondo diverso — senza combustibili fossili, con relazioni internazionali fondate sulla negoziazione, in cui le relazioni tra esseri umani ed esseri non umani contano e gli interessi della natura vengono presi sul serio —  continuando però a vivere in un pianeta che sembra procedere in una direzione diversa, se non addirittura completamente contraria, a quello che ci auspichiamo; e il tutto mentre incombe un’urgenza che la comunità scientifica denuncia da tempo e che rende la questione non più procrastinabile. Sfiderei chiunque, in una situazione del genere, a non avere forme più o meno gravi di dissociazione dalla realtà pur di preservare la propria sanità mentale. 

Eppure, a ben vedere, non c’è da sorprendersi più di tanto. Antonio Gramsci, che in questi giorni sto rileggendo, circa cento anni fa scriveva nei suoi Quaderni dal carcere che la Storia non procede in linea retta, ma per strappi e resistenze. Prima che qualcosa di nuovo possa davvero nascere, il vecchio oppone sempre una resistenza disperata. È in questo attrito tra passato e futuro, diceva Gramsci, che proliferano i fenomeni più inquietanti. In fondo, siamo ancora lì: sospesi in un tempo in cui ciò che conosciamo fatica a morire e ciò che sogniamo non riesce ancora a prendere forma.

Come si trova un compromesso a tutto ciò? Come si fa a essere meno dissociati? Gramsci riteneva fondamentale l’azione consapevole dell’essere umano, capace di trasformare la realtà storica a suo piacimento. Dopo le stagioni rivoluzionarie del secolo scorso (di cui il Venezuela ne è un esempio) non so se questa visione sia ancora attuale. Forse bisogna rassegnarsi al fatto che non si può, una risposta a queste due domande non si trova; che si va avanti così, a metà rotti dentro. Come oggetti lasciati alla deriva della corrente.

Lo scrittore Borges, un vecchio amico (Öffnet in neuem Fenster) di Albedo, lo diceva: “Gli è toccato, come a tutti gli esseri umani, vivere tempi difficili”. Ma questo essere rotti a metà non è completamente un male. Una recente opinione (Öffnet in neuem Fenster) dello psicologo che studia pratiche religiose David DeSteno pubblicato sul New York Times ci invita ad avere speranza, non intesa come faro che illumina le nostre azioni verso il raggiungimento di obiettivi (come vorrebbero i guru del self-empowerment, con la stessa messinscena finalizzata al risultato tipica della logica aziendalista che pretendono di criticare) ma nel senso più propriamente teologico del termine: la speranza come virtù da praticare, non come aspirazione da gestire.

Molte tradizioni religiose, in fondo, dicono una cosa piuttosto semplice, ovvero che non è saggio fondare la speranza sull’idea che tutto dipenda da noi, che basti impegnarsi abbastanza per ottenere qualsiasi risultato. Tommaso d’Aquino lo aveva capito bene quando metteva in guardia da una speranza costruita solo sulla fiducia nelle proprie capacità. Anche il Buddismo insiste su questo punto: gran parte di ciò che accade nel mondo sfugge al nostro controllo, e fingere il contrario è spesso il modo più rapido per scivolare nella frustrazione o, peggio, nella disperazione.

Per le tradizioni religiose citate da DeSteno, riconoscere i propri limiti non è una resa, né un difetto da correggere. È piuttosto una condizione di partenza. Accettare di non essere onnipotenti non spegne la speranza: la rende più abitabile. La libera dal peso di dover tenere tutto insieme, di dover rispondere in prima persona di ogni esito, di ogni fallimento. Significa continuare a impegnarsi sapendo però che essere umani vuol dire anche non avere il controllo finale sugli eventi.

Stando così le cose, la speranza smette di essere una promessa di successo e diventa un modo di stare al mondo. Una disposizione quotidiana, un orientamento ostinato verso il bene. Ti spinge ad agire, a prenderti cura, a non rimandare, ma senza la paura paralizzante che, se le cose andranno diversamente da come speravi, questo dica qualcosa di definitivo su di te. Un antico insegnamento rabbinico tratto dalla Mishná lo dice meglio di come sto tentando di fare io: non siamo chiamati a riparare il mondo una volta per tutte, ma non siamo nemmeno autorizzati a smettere di provarci.

Questa nostra condizione di oggetti lasciati alla deriva va presa con filosofia, perché è l'unica condizione da abitare, in cui possiamo vivere; chi vuole farci credere il contrario (la natura può essere piegata ai nostri interessi, oppure che ciascuno di noi è l’unico padrone di ciò che gli accade) mente, o anche, se vogliamo pensarla in mala fede, è parte del problema. 

E a proposito di oggetti lasciati andare alla deriva, questa deriva può essere meno difficile sapendo che qualche passo in avanti, qua e là, lo si sta facendo. Il 2025 ci lascia in eredità la consapevolezza che sempre più Paesi cominciano a riconoscere diritti giuridici a fiumi e boschi (Öffnet in neuem Fenster); nell’Unione Europea per la prima volta il fotovoltaico è diventata la principale fonte di energia elettrica (Öffnet in neuem Fenster), e più in generale il 2025 è stato un anno storico per la diffusione delle energie rinnovabili; le emissioni di anidride carbonica in Cina, il principale emettitore mondiale, sono rimaste invariate o in calo (Öffnet in neuem Fenster) da almeno 18 mesi; l’Italia continua a distinguersi all’interno dell’UE per il riciclo di materie prime (Öffnet in neuem Fenster); persino il buco dell’ozono si è chiuso in anticipo rispetto al solito (Öffnet in neuem Fenster) (ricordandoci che i trattati internazionali possono essere più efficaci di quello che pensiamo). Grazie alle elezioni di metà mandato del prossimo 3 novembre anche per quanto riguarda l'amministrazione Trump il 2026 potrebbe portare a un cambiamento: da quello che si intuisce dai sondaggi la luna di miele tra l’attuale Presidente e il suo elettorato sembra essere finita.

Insomma, quando ci sentiamo persi tra le onde, facciamoci caso, che lì fuori, da qualche parte, il futuro che desideriamo è già cominciato, tocca a noi riconoscerlo e dargli spazio, portarlo avanti. Indagando il nostro rapporto con i non umani (Öffnet in neuem Fenster), elaborando un’idea di paesaggio più ampia (Öffnet in neuem Fenster), scegliendo una concezione di corpo umano più porosa (Öffnet in neuem Fenster) e aperta a ciò che è esterno al corpo, pensando a un rapporto diverso con la tecnologia (Öffnet in neuem Fenster), o con la magia (Öffnet in neuem Fenster), o con l’AI (Öffnet in neuem Fenster), questa newsletter vuole ostinatamente ricordare a chi la legge che la vita, questa cosa meravigliosa e stupenda che ci è capitata e che ci accomuna, non riguarda in realtà nessuno di noi: siamo tutti parte di qualcosa di più grande. Quando si accetta questo decentramento, anche la speranza cambia forma. Non è più la promessa che le cose andranno come vorremmo, ma la disponibilità a fare la propria parte senza avere il controllo né sapere come andrà a finire.

Il primo Albedo dell’anno termina qui (è la trentacinquesima volta che pronuncio questa formula, ormai consolidata, ma giuro che ogni volta lo faccio nella mia mente con un tono diverso). A breve parte della redazione di Duegradi si incontrerà a Roma per il consueto retreat semestrale, un’occasione speciale per vederci di persona, dato che gran parte del lavoro che svolgiamo, sia sul sito sia sui nostri canali social, avviene da remoto. È anche il momento in cui mettiamo una pietra sopra le questioni ancora aperte e immaginiamo i prossimi mesi di progetto. Spero di potervi raccontare presto qualcosa in più su ciò che abbiamo fatto. Ci risentiamo a febbraio. Copriti bene che in questo periodo fa freddo forte. Ciao, un abbraccio. 


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