Correva l’anno 1998 ed ero già immerso, mani e piedi, nella riqualificazione dell’area dell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano. Contemporaneamente, frequentavo il corso serale triennale di intaglio del legno presso il Centro di Formazione Professionale di Meda. Era un bell’impegno, non c’è che dire.
Partivo alla mattina in sella a una vecchia BMW R45 rossa. Era il mio mezzo per ridurre i tempi di spostamento in città. Abitavo in Via Paravia, zona San Siro, e lavoravo in via Ippocrate 45, in Comasina: con i mezzi pubblici lo spostamento mi prendeva circa un'ora e un quarto, in moto un quarto d'ora.
Poi, finito di lavorare per costruire il ramo operativo di Olinda, andavo o nel laboratorio di restauro all’Isola, o da un vecchio intagliatore verso Cinisello e, addirittura, per un periodo, da dei corniciai in Piazzale Susa. Insomma, una bella trottola. Per fortuna avevo il mio mezzo. Quella moto è ancora in mio possesso, non è più rossa, ma soprattutto oggi non riesco più a usarla per la perdita di equilibrio dovuta al Parkinson.
Dopo essere rimbalzato di qui e di là a Milano, prendevo la moto e uscivo dalla metropoli per recarmi in Brianza, alla scuola d’intaglio a Meda.
Nel corso serale al CFP Terragni si scolpiva e si intagliava il legno riproducendo prevalentemente gli stili francesi dal barocco in poi: Luigi XIV, Luigi XV e Luigi XVI. Era indubbiamente una grande scuola, con insegnanti formatisi alla vecchia maniera: in bottega. Uomini che avevano iniziato quasi da bambini, pulendo i trucioli e scopando la segatura per poi, piano piano, preparare i pezzi per l’intagliatore e sbozzare il legno. Una vita dura che la tecnologia e l'emancipazione hanno reso ormai obsoleta.
Se ho una costante nella vita, è quella di voler collegare cose che sembrano distanti. Un po' come quando si associano due parole lontane. È il "Binomio fantastico" di Gianni Rodari, con cui inventò – e insegnò a inventare – un sacco di storie:
“Prendete due parole, le prime due che vi vengono in mente. Esempio: pianta e pantofola. Mescolatele, ne uscirà il titolo: 'La pianta delle pantofole'“.
Noi mettemmo insieme “cavallo” e “pazzia”. Ne uscì Il cavallo pazzo.
Tra i progetti di riconversione del Paolo Pini c’era allora anche quello di un maneggio, che aveva sede proprio di fronte alla falegnameria. Non faceva parte delle "Utopie concrete" di Olinda, ma era di una famiglia diversa (mi sembra fosse di Lavorint). Certo noi eravamo molto più poetici. Il nome Olinda viene dritto dalle Città invisibili di Calvino, mentre Lavorint fa decisamente più "Centro per l’impiego". Ma entrambi lavoravamo per la riconversione del manicomio.
In quelle stesse pagine, Calvino scriveva di Olinda:
«Olinda non è certo la sola città che cresca a cerchi concentrici come i tronchi degli alberi... Ma nelle altre città resta in mezzo il vecchio nocciolo rimpicciolito... a Olinda no: le vecchie mura si allargano trascinandosi dietro i quartieri... la città nuova, tutta fiorita e rinfrescata, prende il suo posto... Olinda è una città che cresce tutta dal di dentro».
Ed era proprio quello che stavamo provando a fare lì dentro.
Proposi ai miei colleghi studenti di intaglio a Meda, ormai all’ultimo anno e alle prese con l’esame finale, di lasciar perdere foglie e palline e di scolpire insieme un grande cavallo. Un’architetta ci suggerì di riprodurre una scultura indiana americana. L’originale era ricavato da un’unica tavola; noi assemblammo più tavole di cirmolo. È una conifera con cui storicamente si facevano i modelli in fonderia: ha nodi molto compatti e, mentre lo lavori, sprigiona un intenso profumo di resina di montagna.
L'attrezzo che usammo di più per sbozzare la figura e assecondare le curve fu quella pialla a lama curva che in Brianza chiamano Russchin: uno strumento prezioso per "mangiare" il legno e modellarne i volumi.

Ne uscì il cavallo che vedete nella foto più sotto.
Sta saltando. All'epoca non ne ero consapevole, ma facendo ricerche più recenti ho scoperto che quel salto rappresenta il passaggio dalla vita alla morte durante una battaglia. Si tratta della riproduzione di The Horse Effigy, una scultura realizzata da un indiano Lakota dopo la vittoria di Little Big Horn per celebrare il suo cavallo morto in battaglia, rappresentato nell'attimo del suo ultimo balzo. Noi lo scolpimmo nudo, senza decorazioni. L’occhio e il morso furono poi aggiunti da Franco Kholer, un amico e artista che collaborava con la Falegnameria di Olinda.
Il progetto del maneggio purtroppo naufragò, e più tardi anche la Falegnameria chiuse. Il cavallo rimase dimenticato per anni in un locale dell’ex manicomio. Finché non mi chiamò Stefano, allora responsabile del Bar Jodok (un'altra delle imprese sociali di Olinda nate nel parco del Paolo Pini). Mi chiese se poteva appenderlo alla parete della sala da pranzo.
Sono tornato a mangiare allo Jodok con un vecchio amico. E lì, appeso alla parete, ho ritrovato un altro mio vecchio amico: il nostro Cavallo Pazzo.
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