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Talamasca: anatomia di un inciampo narrativo

Di recente AMC, il produttore televisivo americano, ha deciso di investire molto sulle storie di Anne Rice. Il formato scelto è quello del serial breve. 5 o 6 episodi da 30 minuti ciascuno, con un budget elevato. Un formato che, negli ultimi anni, ha fatto la fortuna di diversi prodotti televisivi di notevole valore.

Ma non è questo il tema dell’articolo.
Qui parliamo di narrativa.
E parliamo di fallimenti.
O meglio, studiamo inciampi narrativi per cercare di capirli e possibilmente evitarli.

Ecco perché mi piacerebbe ragionare su una delle ultime serie tratte delle storie di Anne Rice: Talamasca: The Secret Order.

Una serie che di inciampi ne ha parecchi.

Il peccato originale

Daniel Molloy (Eric Bogosian) a una sessione di autografi del suo libro "Intervista col vampiro"
Daniel Molloy (Eric Bogosian) a una sessione di autografi del suo libro "Intervista col vampiro"

Pochi universi narrativi sono sfaccettati e complessi come quello costruito da Anne Rice tra Cronache dei vampiri e trilogia delle streghe di Mayfair. Nei mondi letterari della Rice ci sono molti tipi di creature sovrannaturali che convivono.

La sfida era creare un worldbuilding comune capace di donare coerenza ed eleganza a questo caos creativo.

In principio era Intervista col vampiro (1976).

Il romanzo, come racconta la stessa Rice, nasce dall’elaborazione del lutto per la morte prematura, a soli 5 anni, di sua figlia Michele. In questo quadro, che di soprannaturale ha ben poco, nasce una storia che ci ricorda una cosa semplice: non ci sono risposte.

Non ci sono motivazioni superiori.

Spesso non ci sono nemmeno cause o ragioni.

Le domande importanti, quelle che chiunque si fa di fronte a un dramma personale di quel tipo, non verranno mai soddisfatte.

Questo approccio al fantastico, per assurdo, conferisce alla storia un certo razionalismo materialista.
Il protagonista, distrutto da un grave lutto, prima tenta di togliersi la vita. Poi, ottenuta suo malgrado l’immortalità, cerca un perché alla sua nuova condizione.
Se lui esiste, allora deve esserci un disegno superiore che lo vuole così, una trama che spieghi o giustifichi la violazione delle leggi della natura. Cerca conferme alle credenze popolari che lo vogliono malvagio e al servizio del maligno. Cerca perfino di convincersi di meritare quel lutto.
Di esserne in qualche modo colpevole.

Non troverà niente, solo la forza di andare avanti.

Per elaborare un lutto, sembra dirci la Rice, il tempo non aiuta, come si dice spesso. Non bastano i secoli a dimenticare e forse ha ragione.

Arriva la fama e anche il successo letterario.

Anne Rice si lascia tentare dal demone della serialità.

Arriva la necessità di continuare le sue storie dei vampiri andando oltre a quel suo primo romanzo così particolare. Ed ecco il suo peccato originale: barattare l’unicità e l’irripetibilità di Intervista col vampiro con un mondo in cui ambientare storie di avventura e sovrannaturale. I romanzi successivi avranno molti meriti e momenti notevoli, ma introducono anche una trasformazione radicale: da tragedia esistenziale a universo narrativo.

Nasce insomma il personaggio del vampiro Lestat e tutto quello che ne consegue.

E ora parliamo del Talamasca.

Una società segreta in crisi di identità

La sede londinese del Talamasca
La sede londinese del Talamasca

Nel grande arazzo di Anne Rice anche gli esseri umani hanno una parte nelle lotte di potere che, di tanto in tanto, scoppiano tra gli immortali. La parte degli osservatori.

Gli umani sono fragili, effimeri, privi di qualsiasi potere sovrannaturale. Ma la tentazione di farli competere con gli immortali è sempre stata presente nel sovrannaturale. Van Helsing del resto si contrappone a Dracula e lo annienta con l’aiuto di un gruppetto di dandy e un cowboy.

La Rice fa qualcosa di più sofisticato.
Dice: esiste un gruppo di umani il cui unico interesse è la conoscenza dell’occulto.
Studiano vampiri, streghe e creature che abitano quel mondo.
Questi umani stanno in disparte, osservano, documentano per il solo gusto della conoscenza. Raramente entrano in contatto con i loro oggetti di studio. Si tratta di un’organizzazione antica che è sopravvissuta ai rovesci della storia accumulando ingenti ricchezze e una rete di protezione capace di garantire loro di agire indisturbati. Non al di fuori della Legge, ma parallela ad essa. E questo è il Talamasca originale.

Nei romanzi della Rice i personaggi che appartengono a questo gruppo sono marginali, non sono cruciali per l’avanzamento della storia come le creature sovrannaturali che osservano. Ma che serie poteva mai essere se i protagonisti passavano il proprio tempo in biblioteche polverose a leggere libri antichi?

AMC voleva azione e voleva violenza, magari anche un po’ di horror. Ecco perché la sua versione del Talamasca è una organizzazione sovrastatale che interviene, influenza, agisce. È una specie di intelligence privata che, sì, porta avanti la missione archivistica e documentaristica, ma partecipa attivamente ai giochi di potere dei non-umani. Sparisce nel nulla quel codice etico un po’ romantico e molto naïf voluto dalla Rice e al suo posto resta una lotta tutti contro tutti.

Il linguaggio del nuovo Talamasca non è più quello dei cultori della conoscenza, ora è quello delle spy story. E qui cominciano i guai.

Inciampi strutturali

Spoiler alert

Da qui in poi, per forza di cose, dovrò inserire degli spoiler, ti ho avvisato…

Molti problemi di questa serie non riguardano tanto le singole scene quanto la struttura stessa della storia. Alcune scelte narrative sembrano pensate per accelerare la trama o gonfiare esageratamente la posta in gioco. E il mondo narrativo, non essendo abbastanza solido per giustificare in maniera convincente questa “esplosione”, ne esce a pezzi.

Il primo elemento problematico, un McGuffin non proprio originalissimo, è il cosiddetto 752: un backup completo dell’archivio del Talamasca.

Nei romanzi di Anne Rice l’organizzazione funziona come osservatorio: raccoglie testimonianze, documenta eventi, accumula conoscenza sul mondo soprannaturale senza pretendere di dominarlo. È un archivio imperfetto, frammentario.

La serie introduce l’idea di un archivio totale utilizzabile come arma. Il 752 è l’esempio di dossieraggio perfetto: un database dell’occulto che contiene tutto ciò che il Talamasca sa su vampiri, streghe e altre creature sovrannaturali. Nomi, indirizzi, crimini commessi, parenti, amici, legami con organizzazioni, esposizioni finanziarie, tutto quanto.

Metà casellario giudiziario e metà armadi delle segreterie di partito.

È una scelta comprensibile dal punto di vista narrativo (un oggetto da recuperare è sempre un buon motore per la trama), ma introduce un problema sottile: il soprannaturale smette di essere mistero da indagare e diventa un’arma da usare nei giochi di potere.

L’informazione è potere, ci ripete il vampiro Jasper, il villain della storia.

Un approccio contemporaneo interessante, peccato sia stato banalizzato e reso triviale. La componente mistica dei libri della Rice dove è andata a finire?

Un secondo squilibrio riguarda la scala del conflitto. Jasper vuole distruggere il Talamasca, un’organizzazione secolare che opera su scala globale.

Il movente è semplice: vendetta personale.

Da bambino sarebbe sopravvissuto alla distruzione della propria comunità per mano di un vampiro inviato dall’organizzazione. Naturalmente tutti i diretti responsabili della strage sono morti di anzianità, ma lui continua a volere vendetta. Non giustizia, come sembrerebbe credere, ma solo vendetta. Il trauma infantile di una creatura all’apparenza risolta e controllata come Jasper è ancora vivo. Come mai? Perché è così e basta. Diventa motore di un complotto che coinvolge archivi segreti, infiltrazioni e lotte tra umani e immortali. Intendiamoci, le grandi storie nascono spesso da motivazioni “piccole”, ma qui lo scarto tra la dimensione del movente e quella del conflitto si sente.

Eccome.

Un terzo problema riguarda le contraddizioni interne.

Ne cito solo una.

Helen, la reclutatrice del giovane protagonista della serie, ci dice che l’addestramento operativo degli agenti del Talamasca richiede almeno un anno. Tuttavia il protagonista riesce a padroneggiare tecniche avanzate di intelligence in una settimana. Non è tanto una questione di realismo, il fantastico non ha bisogno di essere realistico, ma di coerenza narrativa.

Perché gli sceneggiatori hanno deciso di usare questa spacconeria?

Per farci capire che il nostro protagonista è tostissimo e noi all’inizio stiamo al gioco.

Poi, per il resto della serie, i fatti ci dimostrano il contrario. Durante i pedinamenti non si preoccupa di essere visto, utilizza sempre lo stesso punto per gli scambi di materiale, indossa abiti riconoscibili e viene individuato dalle telecamere di sicurezza anche grazie a un paio di scarpe da ginnastica gialle.

Oscilla tra due identità incompatibili: agente addestrato e investigatore improvvisato. Le sue capacità cambiano da scena a scena, a seconda delle necessità della trama.

E non è la sola cosa che succede per esigenze narrative: la logistica viene spesso ignorata. In una scena il protagonista raggiunge Helen in un luogo isolato e raggiungibile solo in auto (un centro di ricerca abbandonato) senza avere alcun mezzo di trasporto e senza che ci venga offerta la minima spiegazione di come ci sia arrivato.

Io li chiamo “teletrasporti narrativi”, quando un personaggio è in un punto perché all’autore serve lì. Anche con tutta la buona volontà si fa fatica ad accettarli.

In un paio di scene osserviamo un’alleata del protagonista nascondersi nel bagagliaio del van usato da Jasper e dai suoi. Presenti sul mezzo almeno quattro persone, compresi dei vampiri che hanno capacità di lettura mentale.

Nessuno si accorge di lei.

Penso siano in pochi, immortali e non, in grado di fare una cosa del genere ed essere credibili.

Non è il suo caso.

Sarabanda di cliché

Nicholas Denton nei panni di Guy Anatole, protagonista della serie tv "Talamasca"

Un secondo livello di problemi emerge nella costruzione dei personaggi. La serie si affida in modo sistematico a una serie di archetipi televisivi molto riconoscibili.

A mio avviso esagerando.

Il protagonista, Guy Anatole, è il classico bravo ragazzo americano, sensibile, intelligente e con un forte senso morale. Ha un trauma familiare alle spalle - la presunta morte della madre, altro cliché… - che lo spinge a cercare risposte e, naturalmente, a mettere in discussione l’organizzazione per cui lavora. È un modello narrativo rodato, che funziona spesso molto bene. Ampiamente impiegato nel cinema per ragazzi degli anni 80, per esempio. Il problema è che qui resta poco più di un’etichetta: il personaggio non evolve davvero e le sue scelte sembrano fatte perché sì.

Accanto a lui troviamo Helen, una figura che appartiene a un altro archetipo molto diffuso: il capo spietato ma segretamente protettivo. È pronta a sacrificare chiunque pur di raggiungere il proprio obiettivo, ma allo stesso tempo dimostra una particolare benevolenza nei confronti del protagonista.

Perché?

Non si sa.

Anche questo è un modello narrativo familiare e comodo per mandare avanti le cose. Indimenticabile? Non proprio…

Jasper, l’antagonista principale, incarna invece il cliché del vendicatore ossessionato dal proprio passato. È un cliché molto diffuso nei western e, forse non a caso, scopriamo che nel suo passato ci sono le brulle distese di niente del Texas.

Ha anche modi da cowboy, giusto per evitare fraintendimenti sulla sua matrice originale.

Il trauma infantile di Jasper diventa la chiave interpretativa di tutte le sue azioni presenti.

La storia del cinema è piena di personaggi così. La mia incarnazione preferita di questo archetipo è Armonica (Charles Bronson) in C’era una volta il West. Impossibile dimenticare il culmine della sua vendetta, il duello con Henry Fonda. Armonica non deve spiegare perché ha fatto tutto quel che ha fatto, gli basta restituire l’armonica al suo nemico sconfitto prima di vederlo morire. Ecco Jasper spiega quasi singhiozzando al protagonista appena incontrato le sue ragioni.

Qualcosa nella messa in scena dell’archetipo non funziona ed è impossibile ignorarlo.

Attorno a queste figure principali ruota poi una galleria di personaggi che sembrano usciti da un manuale di sceneggiatura televisiva: l’agente doppiogiochista bella e sensuale che si infiltra nelle istituzioni semplicemente indossando una parrucca, la poliziotta integerrima ignorata dal sistema che riesce a intuire gran parte della verità, l’alleata del protagonista, creatura soprannaturale potente ma non troppo, che sviluppa immediatamente un legame affettivo con lui e lo salva nei momenti critici.

Nessuno di questi archetipi è sbagliato in sé.

Al contrario.

Gli archetipi sono uno degli strumenti fondamentali della narrativa. Il problema nasce quando restano solo archetipi, quando non vengono sviluppati, complicati o messi in discussione. Quando vengono usati come stampini e ridotti a semplici funzioni narrative: esistono perché la trama ha bisogno di qualcuno che occupi quel ruolo.

La questione di genere

C’è poi un terzo ordine di problemi che attraversa tutta la serie: la difficoltà di decidere che tipo di storia vuole essere.

Il Talamasca nei romanzi di Anne Rice è una specie di coro greco, una presenza marginale che osserva le vicende dei vampiri e delle streghe senza diventarne il protagonista. Proprio per questo funziona: è una finestra su un universo che resta, almeno in parte, misterioso e irraggiungibile per noi mortali.

La serie televisiva compie invece una scelta radicale: trasforma il Talamasca in un servizio di intelligence dell’occulto. I suoi agenti conducono indagini sul campo e partecipano ai conflitti tra creature soprannaturali. Una cosa che fanno un gran numero di organizzazioni segrete viste negli ultimi anni in televisione. Penso per esempio alla TVA di Loki o alla Monarch di Monarch: Legacy of Monsters.

Questa trasformazione non è in sé sbagliata. Il problema è che cambia completamente il genere della storia ma non la sua grammatica.

Il Talamasca di Anne Rice appartiene al territorio dell’horror e del mistero. Quello di questa serie appartiene invece al linguaggio delle spy story.

Due mondi che possono coesistere, ma in Talamasca: The Secret Order questo non succede…

In alcuni momenti la serie tenta di costruire un’atmosfera da horror urbano, in altri si muove come un thriller investigativo, in altri ancora adotta i meccanismi tipici delle storie di spionaggio.

Il risultato è l’instabilità narrativa. I registri del racconto cambiano da una scena all’altra: a volte il soprannaturale è qualcosa di oscuro e imprevedibile, altre volte diventa semplicemente un elemento all’interno di una trama di intrighi e operazioni segrete.

Cosa guida questi cambiamenti?

La penna degli sceneggiatori.

La lista degli ingredienti

Messe insieme, queste scelte producono una sensazione curiosa. La serie espande enormemente il mondo narrativo: archivi segreti, complotti internazionali, vampiri, infiltrazioni e società millenarie. L’universo della storia diventa sempre più grande, ma allo stesso tempo qualcosa si indebolisce.

Il paradosso è che, nel tentativo di trasformare il Talamasca in un motore di azione televisiva, la serie finisce per sacrificare proprio ciò che lo rendeva interessante nei romanzi di Anne Rice.

Talamasca: The Secret Order è una serie che accumula trama, personaggi e colpi di scena, ma fatica a trovare un equilibrio tra le sue diverse ambizioni: horror, thriller investigativo, spy story soprannaturale.

Ed è anche un esempio interessante di come, quando si adatta un universo narrativo complesso alla serialità televisiva, il rischio più grande non sia semplificare troppo.

La semplificazione raramente è una scelta sbagliata.

Il rischio è cambiare proprio la funzione narrativa degli elementi che lo rendevano unico.

E il Talamasca, forse, funzionava meglio proprio quando restava ai margini della storia.

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