(Si apre in una nuova finestra)Michela Barzi
Sotto l’Arco della Pace a Milano il marchingegno che ospita la fiamma olimpica resterà incappucciato fino al 6 marzo, data d’inizio delle Paralimpiadi. Siccome la sindrome degli apocalittici e degli integrati (della quale potete leggere qui (Si apre in una nuova finestra)) è molto diffusa tra i milanesi (in senso lato), la risposta alla domanda se i giochi facciano bene o male alle città e ai territori che le ospitano è di là da venire. Da una parte le Olimpiadi sono un volano per il turismo che può dare impulso alle economie locali, dall’altra sono un salasso finanziario per i luoghi ospitanti e portano all’iperturismo; aumentano il commercio globale e l'importanza del paese ospitante ma costringono chi le ospita a realizzare infrastrutture e edifici costosi che dopo i giochi cadono in disuso; creano orgoglio nazionale ma gravano sui territori coinvolti.
Al di là dei bilanci, che sono ancora tutti da fare, le Olimpiadi, come tutti i grandi eventi, costringono coloro che vivono nei territori coinvolti a misurarsi anche solo con l’idea che i luoghi cambiano continuamente, anche se più o meno velocemente. Non mi occuperò qui del modo in cui i giochi invernali hanno trasformato i territori montani che li hanno ospitati: vista la quantità di discipline disputate la quota maggiore di cambiamenti spaziali coinvolge le valli delle tre regioni coinvolte. Qui vorrei ragionare brevemente di come i luoghi della Milano olimpica contribuiscono a veicolare un’idea di cambiamento che in realtà prescinde dai giochi.