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151. Forse

[A Milano il 6 maggio (Festivalino) e a Torino il 16 maggio (salone del libro) faccio due discorsi su Čechov dove forse dico anche queste cose, ma non sono sicuro]

Čechov sposa l’attrice russa, di origine tedesca, Ol’ga Knipper. Malcovati fa un elenco dei nomignoli con cui Čechov chiama Ol’ga nella loro corrispondenza, e questi nomignoli sono: «tesoro, angelo, Knippuccia, tedeschina, attricciuzza, mia piccola assennata, citrullina, cimicetta, capodoglietto, cavalluccia, cagnolino mio senza coda, mia e finalmente mogliettina mia cara».

Ecco.

Io, quando ho letto questo elenco ho pensato che questo era un elenco che, pur essendo un elenco, una cosa sintatticamente di una semplicità imbarazzante, diceva moltissimo, della relazione tra Čechov e la moglie, e che mi piaceva ancora di più perché non mi diceva cosa, o perché, mi diceva come.

In questi ultimi tempi mi gira in testa una frase di Lacan, Il significato è un sasso in bocca al significante. La cui migliore spiegazione mi ssembra una cosa che Čechov scrive a Suvorin, il suo editore.

«Voi mi rimproverate», scrive Čechov a Suvorin, “la mia obiettività, la chiamate indifferenza al bene e al male, mancanza di ideali e via dicendo. Vorreste che, descrivendo i ladri di cavalli, dicessi ‘rubare è male’. Ma questo è già noto anche senza di me. Per condannarli ci sono già i giudici, a me spetta di mostrarli come sono e basta”.

Anton Čechov una volta ha detto che, dopo aver scritto un racconto, bisogna buttare via l’inizio e la fine. «È lì» ha detto «che noi scrittori concentriamo le bugie maggiori». E a una parente che gli chiedeva come doveva scrivere, ha risposto «Senza trama e senza finale». E alla moglie, che in un momento difficile si chiede che senso abbia la sua vita, Čechov risponde: “Che cos’è la vita? È come chiedere che cos’è una carota. Una carota è una carota, di più non si sa”.

Scrivi: «Dovunque mi caccio, non vedo che muri». Ma dove ti sei cacciata?

Che bella risposta.

Pochi giorni prima che cominciasse la guerra in Ucraina, una mia amica che dirigeva l’ufficio stampa di una casa editrice italiana mi ha avvisato che stava per uscire, per loro, un importante libro di Vasilij Grossman: «L’hai letto? Te lo mando?», mi ha chiesto quella mia amica. «Purtroppo Grossman» le ho risposto io, «te lo dico in confidenza, mi fa cagare».

Ecco.

Mi scuso per la volgarità dell’espressione, ma con quella mia amica sono veramente in confidenza e Vasilij Grossman, purtroppo, non sono mai riuscito a leggerlo. Non è cattiveria. Una volta sono andato a Torino a presentare un libro che si chiama La grande Russia portatile, libro nel quale provo a raccontare trent’anni di passione per la Russia, alla fine ho chiesto se il pubblico aveva delle domande, ha alzato la mano un signore mi ha chiesto «Ma come mai non parla di Vasilij Grossman?».

«Perché non mi piace», gli ho risposto.

L’anno dopo sono tornato a Torino a presentare un manuale sintetico di letteratura russa, si intitola I russi sono matti, alla fine ho chiesto se il pubblico aveva delle domande, ha alzato la mano un signore mi ha chiesto «Ma come mai non parla di Vasilij Grossman?». Io l’ho guardato gli ho chiesto «Ma lei, me l’ha chiesto anche l’anno scorso?».

«Sì», mi ha detto lui.

«Ah. Perché continua a non piacermi», gli ho risposto io.

Però, c’è un’eccezione.

Nel libro di Fausto Malcovati su Čechov c’è una citazione di Grossman:

Čechov ha introdotto nei suoi racconti milioni di persone di tutte le classi, ceti, età da vero democratico, lo capite? Da vero democratico! Nessuno, neanche Tolstoj, ha detto con tanta chiarezza: noi tutti, prima di ogni altra cosa, siamo uomini, capite? Uomini, uomini, uomini. Solo in un secondo tempo siamo vescovi, bottegai, possidenti, operai. Gli uomini sono buoni o cattivi non in quanto vescovi o operai, ma in quanto uomini.

Ecco.

Mi viene il dubbio che se Malcovati scrivesse una biografia di Vasilij Grossman forse alla fine mi piacerebbe anche Grossman.

Ma forse no.

Čechov scrive a Aleksandra Chotjainzeva, il 26 novembre 1897

«Anche un’altra legge di natura ho notato: quanto più allegramente vivo, tanto più cupi riescono i miei racconti».

Non è difficile, essere cupi, in Russia, e Čechov diceva che, in Russia, Un ottimista è un pessimista male informato. Lui crede di essere ottimista, se e quando si informerà scoprirà che non si può essere ottimisti, in Russia, dice Čechov

Ma mi sembra che Čechov, lui dice che i racconti gli riescono cupi nei periodi in cui lui sta bene, giudicate voi come stava nel 1886, aveva 26 anni, quando pubblica un racconto che si chiama Van’ka che io ho tradotto per Orecchio acerbo

Van’ka Žukov, un ragazzo di nove anni che da tre mesi era stato messo a bottega dal calzolaio Aljachin, la notte prima di Natale non era andato a dormire. Dopo avere aspettato che i padroni e gli apprendisti uscissero per andare a messa, aveva tirato fuori dall’armadio del padrone di casa una boccetta di inchiostro, una penna con il pennino arrugginito e, steso davanti a sé un foglio di carta tutto spiegazzato, aveva cominciato a scrivere. Prima di tracciare la prima lettera, aveva gettato uno sguardo timoroso alla porta e alle finestre, aveva guardato di traverso l’icona scura, ai lati della quale si stendevano gli scaffali con le forme per le scarpe, e aveva strascicato un sospiro. La carta stava su uno sgabello, e lui ci si era messo davanti in ginocchio.

«Caro nonno, Konstantin Makaryč, – aveva scritto, – ti scrivo una lettera. Ti faccio tanti auguri per natale e ti auguro ogni bene dal Signore Benedetto. Io non ho né babbo né mamma, mi rimani solo tu».

Van’ka aveva voltato gli occhi verso la finestra buia, sulla quale brillava il riflesso della sua candela, e si era figurato in modo vivo il nonno, Konstantin Makaryč, che faceva il guardiano notturno dagli Živarëv. Era un vecchietto sui sessantacinque anni, piccolo, magro, ma straordinariamente svelto e vivace, con un volto sempre sorridente e due occhi da ubriacone. Di giorno dormiva nella cucina della servitù, o scherzava con le cuoche; la notte, avvolto in una grande pelliccia di montone rivoltato, faceva il giro della proprietà e dava dei colpi con la sua mazza. Dietro di lui, con le teste basse, andavano la vecchia Kaštanka e un cagnolino, V’jun, che significa anguilla, e l’avevano chiamato così per il suo pelo nero e il suo corpo lungo come quello di una donnola. Questo V’jun era straordinariamente buono e affettuoso, guardava con dolcezza sia quelli che conosceva che gli estranei, ma non era un tipo di cui fidarsi. Sotto quella bontà e quella mitezza si nascondeva una malizia gesuitica. Nessuno meglio di lui sapeva avvicinartisi furtivamente al momento giusto e azzannarti una gamba, o infilarsi nella ghiacciaia, o rubare una gallina a un contadino. Più di una volta gli avevano rotto le zampe di dietro, due volte l’avevano appeso per la collottola, tutte le settimane lo frustavano a morte, lui risuscitava sempre.

In quel momento, probabilmente, il nonno stava vicino al portone, socchiudeva gli occhi sulle finestre rosso vivo della chiesa e, picchiando per terra con gli stivali di feltro, scherzava con le serve. Teneva la mazza appesa alla cintura. Batteva le mani, si irrigidiva per il freddo e, con la sua risata da vecchio, pizzicava un po’ la cameriera, un po’ la cuoca.

«Del tabacco da annusare?» diceva allungando alle donne la tabacchiera.

Le donne annusavano e starnutivano. Il nonno veniva preso da un entusiasmo indescrivibile, scoppiava in una risata allegra e gridava: «Tanto va la gatta al lardo, che ci lascia lo zampino!».

Davano da annusare il tabacco anche ai cani. Kaštanka starnutiva, voltava il muso e, offesa, andava in un angolo. V’jun, invece, dignitoso, non starnutiva e scodinzolava. E era una bellissima giornata. L’aria era mite, trasparente e fresca. La notte era scura, ma si vedeva tutto il villaggio con i suoi tetti bianchi e le strisce di fumo che escono dai camini, gli alberi argentati di brina, i mucchi di neve. Il cielo era tutto cosparso di stelle che brillavano, allegre, e la Via Lattea si disegnava così chiaramente come se, prima delle feste, l’avessero lavata e sfregata con la neve… Van’ka aveva sospirato, aveva intinto la penna e aveva cominciato a scrivere:

«E ieri mi han dato quel che mi veniva. Il padrone mi ha trascinato in cortile per i capelli e mi ha ripettinato col tiraforme perché, intanto che dondolavo il loro bambino nella culla, senza volere mi ero addormentato. E questa settimana la padrona mi ha dato da pulire un’aringa, e io ho cominciato dalla coda, e lei ha preso l’aringa, e, con la faccia cattiva, si è messa a picchiarmi con l’aringa sul muso. E gli apprendisti mi prendono in giro, mi mandano all’osteria a prender la vodka e mi dicono di rubare i cetrioli ai padroni, e il padrone mi picchia con qualsiasi cosa. E da mangiare non c’è niente. La mattina mi danno del pane, a pranzo grano bollito, la sera ancora del pane, e il tè, e la zuppa di cavoli, quella roba lì la mangiano loro. E a dormire mi han messo nell’ingresso, e quando piange il loro bambino, io non dormo per niente, e faccio dondolare la culla. Caro nonno, per grazia di Dio, prendimi indietro a casa, al villaggio, non ce la faccio più… Te lo chiedo in ginocchio, prego sempre Dio per te ma portami via di qua altrimenti io muoio…».

Van’ka aveva storto la bocca, si era asciugato gli occhi con il suo pugno nero e aveva singhiozzato.

«Ti trito il tabacco – aveva continuato, – prego per te e se faccio qualcosa che non va, tu mi frusti come se non ci fosse un domani. E se credi che, per me, non ci sia niente da fare, io chiedo al fattore, per amore di Cristo, di farmi pulire gli stivali, o prendo il posto di Fed’ka come aiuto pastore. Caro nonno, non ce la faccio più, voglio morire. Volevo scappare a piedi al villaggio, ma non ho le scarpe ho paura del gelo. E quando divento poi grande, per ricompensa ti mantengo io e non permetto a nessuno di offenderti, e quando muori prego poi per la pace della tua anima, come faccio per la mamma Pelageja.

E Mosca è una grande città. Sono tutte case di signori e di cavalli ce se sono molti, a di pecore niente e i cani non sono cattivi. Qui i ragazzi non vanno in giro da soli, e nel coro, a cantare, non ti prendono, e una volta, in un negozio, in vetrina, ho visto che gli ami li vendono già con la lenza, e per tutti i pesci, e costano molto, e c’era anche un amo che poteva reggere un pesce siluro da sedici chili. E ho visto di quei negozi dove c’erano tutti i tipi di fucili, da padroni, costavano cento rubli l’uno… E nelle macellerie ci sono i galli cedroni, e le starne, e le lepri, e dove li han presi i commessi non te lo dicono.

Caro nonno, e quando i padroni fanno l’albero con i regali, prendimi una noce dorata e mettila nel bauletto verde. Chiedila alla signorina Ol’ga Ignat’evna, dille che è per Van’ka».

Van’ka aveva tirato un sospiro convulso e si era rimesso a fissare la finestra. Si era ricordato che il nonno andava sempre nel bosco, a cercare l’albero per i padroni, e portava con sé il nipote. Che bei tempi! Il nonno grugniva, e il ghiaccio grugniva, e, a sentirli, anche a Van’ka veniva da grugnire. Succedeva che, prima di tagliare l’albero, il nonno fumava la pipa, annusava a lungo il tabacco, prendeva in giro Van’ka, tutto intirizzito… Gli abeti giovani, coperti di brina, stanno immobili e aspettano, chi, tra di loro, morirà? Sbucata chissà da dove, sui cumuli di neve una lepre vola come una freccia… Il nonno non può fare a meno di gridare:

«Prendila, prendila… prendila! Ah, diavolo senza coda!».

Il nonno trascinava l’abete che aveva poi tagliato fino alla casa del padrone, e lì cominciavano a addobbarlo. Più di tutti si dava da fare Ol’ga Ignat’evna, la prediletta di Van’ka. Quando ancora era viva la mamma di Van’ka, Pelageja, e lavorava dai padroni come cameriera, Ol’ga Ignatevna riempiva Van’ka di caramelle e, per passare il tempo, gli aveva insegnato a leggere, a scrivere, a contare fino a cento e perfino a ballare la quadriglia. Quando Pelageja era morta, avevano mandato l’orfano Van’ka nella cucina della servitù, col nonno, e dalla cucina a Mosca, dal calzolaio Aljachin…

«Vieni, caro nonno, – aveva continuato Van’ka – prego per te Cristo nostro Signore, portami via di qui. Abbi pietà di me, orfano infelice, qui mi picchiano sempre e ho tanta fame e mi annoio così tanto che non si può neanche dire, piango sempre. E questa settimana il padrone mi ha picchiato in testa con una forma da scarpe così forte che sono caduto e ho fatto fatica a riprendermi. Sono disperato, un cane sta meglio, di me… I miei rispetti a Alëna, a Egor il guercio e al cocchiere, e non dare a nessuno la mia fisarmonica Sono sempre tuo nipote Ivan Žukov, caro nonno vieni da me».

Van’ka aveva piegato in quattro il foglio che aveva scritto e l’aveva messo in un busta che aveva comprato il giorno prima per una copeca… Dopo aver pensato un po’ aveva intinto la penna e aveva scritto l’indirizzo:

«Al villaggio al nonno».

Poi si era grattato in testa, aveva riflettuto e aveva aggiunto: «A Konstantin Makaryč». Contento che nessuno gli avesse impedito di scrivere, si era messo il cappello e, senza neanche buttarsi sulle spalle il pellicciotto, così, in maniche di camicia, era corso in strada…

I commessi dalla macelleria, che aveva interrogato il giorno prima, gli avevano detto che le lettere si mettono nelle cassette delle lettere, e dalle cassette delle lettere si diffondono per il mondo su delle carrozze di posta con dei cocchieri ubriachi e dei campanelli che suonano sempre. Van’ka era corso alla prima cassetta delle lettere e aveva infilato la preziosa lettera nella fessura…

Custodendo dolci speranze, un’ora dopo dormiva di un sonno profondo… Sognava la stufa. Sulla stufa stava il nonno, i piedi nudi a penzoloni, e leggeva la lettera alle cuoche… Intorno alla stufa gironzolava V’jun, scodinzolando…

Questo era il periodo che era ottimista, che scriveva dei racconti allegri.

State bene.

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