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Per favore chiamiamola fantascienza

Steampunk, Dieselpunk, Cyberpunk, Solarpunk, Atompunk, Clockpunk. A un certo punto la fantascienza ha preso la febbre tassonomica. Una mania classificatoria degna di Linneo sotto steroidi.

Non ho mai capito questa ossessione di etichettare qualsiasi sottogenere. E non è un vezzo innocuo: scatena vere guerre sante tra appassionati. “Questo è fantascienza.” “Questo non è fantascienza.” Ho letto discussioni online che non sono finite in carneficina solo perché si svolgevano in digitale. Nel mondo reale probabilmente non sarebbero nemmeno iniziate.

Torniamo al suffisso magico: -punk. Il capostipite, il cyberpunk, aveva un senso. Anche filologico. Cyber: tecnologia avanzata. Punk: marginalità, piccola delinquenza, droga, antagonismo, lotta contro un sistema dominato da corporazioni e profitto. La sintesi funzionava. Era sporca, coerente, politica.

Era necessaria come etichetta? Forse no.

Ha aiutato la diffusione del sottogenere? Probabilmente sì, almeno all’inizio. Poi, come tutte le etichette, è diventata un recinto.

Lo steampunk invece si chiama così perché suona bene. Retrofuturismo ottocentesco, macchine a vapore che fanno cose impossibili: robot, dirigibili intercontinentali, navi volanti. Affascinante, certo. Ma dov’è il punk? Dov’è il conflitto sociale? Dov’è l’anarchia? Spesso siamo davanti a un’estetica, non a una posizione.

Ricordo quando, qualche decennio fa, Internet era una distesa di blog e nel piccolo ambiente della fantascienza si scommetteva che lo steampunk sarebbe diventato enorme. Sorpresa: non è mai accaduto. È rimasto una nicchia stilistica, più cosplay che rivoluzione.

Il dieselpunk è una derivazione un po’ micragnosa dello steampunk e ne eredita i limiti: più branding che visione del mondo. Gli altri -punk, chi più chi meno, soffrono dello stesso problema.

E qui viene il punto che mi interessa davvero. Forse il problema non è il suffisso. Forse il problema è che abbiamo trasformato la fantascienza in un supermercato di atmosfere. La tassonomia dà l’illusione di capire qualcosa. In realtà spesso serve solo a vendere meglio un’immagine. A rassicurare chi vuole sapere esattamente cosa sta comprando.

Ma la fantascienza che fa le domande scomode, intrattiene, diverte e fa riflettere sul presente, non ha bisogno di etichette. È solo fantascienza. Se le serve un suffisso perché qualcuno la noti, forse non è fantascienza, è qualcos’altro.

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