Da quando ho consegnato l’ultimo romanzo (di fantascienza), rifletto spesso sul prossimo lavoro. Un’idea che mi frulla in testa da anni è di scrivere di streghe. Prendermi cioè una piccola pausa dalla fantascienza per esplorare l’horror psicologico e sovrannaturale. È un genere che ho già frequentato in passato sotto forma di racconti (con l’antologia Animali Notturni per esempio), questa volta mi piacerebbe provare con una storia lunga.
Prima di cominciare un romanzo faccio sempre una cosa: esploro il territorio. Leggo. Guardo. Ascolto. Devo capire per istinto se è una strada percorribile oppure no, anche se apparentemente sembra fattibile il naufragio è dietro l’angolo. Basta un’indecisione a metà del percorso o una pausa forzata troppo lunga e tutto salta. Non so se sia così per tutti, ma per me sì.
In questi giorni quindi vedo, leggo e ascolto “cose di streghe”.
Suspiria mi sembra un ottimo posto in cui fermarsi per fare il punto della situazione. In particolare la versione originale di Dario Argento, ma più avanti vorrei riflettere anche sul remake di Luca Guadagnino. Due film che non potrebbero essere più distanti sotto moltissimi punti di vista, ma interessantissimi per vari aspetti.
Quello che interessa a me è la sceneggiatura, naturalmente, la storia. Ma con storia intendo anche la messa in scena, vale a dire una storia raccontata con mezzi diversi dalle parole. E una cosa a cui fare attenzione per un narratore che volesse usare le parole anche come colori, per esempio. Ne parlo qui, soprattutto a me stesso, mettendo in fila appunti - o perlomeno una loro parte - che condivido volentieri con te.
La Casa della Balena

Uno degli elementi centrali del Suspiria di Dario Argento è l’architettura. La sede reale della fittizia Tanz Akademie è la Casa della Balena (Haus zum Walfisch) edificio tardogotico situato nel cuore di Friburgo in Germania.
Nella realtà non è, come suggerisce la meravigliosa scena d’avvicinamento in taxi, nel cuore di una misteriosa foresta.
Ma la realtà ha poca voce in capitolo nella visione del tema che racconta Argento, anzi, è proprio estromessa completamente. La realtà si ferma in quel micidiale meccanismo, che Argento ci mostra nel dettaglio, delle porte automatiche dell’aeroporto, all’arrivo di Susy Benner in Germania.
Da quando Susy esce in strada, sotto una pioggia torrenziale e un vento tremendo (la Natura si scatena per la prima volta, ci torneremo) siamo nel campo del sogno. O dell’incubo per essere più precisi. Un particolare tipo di incubo: seducente, soffocante, irresistibile.
La Casa della Balena dicevo, è un post-it da fissare alla mia bacheca: il suo intonaco rosso, i dettagli dorati, la targa all’ingresso che fa riferimento al soggiorno di Erasmo da Rotterdam (si dice che qui abbia scritto l’Elogio della follia). Cercare altri legami tra l’edificio e la dimensione onirica di Suspiria (e del tema streghe in generale) credo sia inutile. L’involucro tardogotico contiene interni che Argento non ha potuto filmare. Quelli che vediamo sono stati ricostruiti negli studi de Paolis a Roma e sono in un clamoroso stile Art Nouveau (anche se, trattandosi di Germania, sarebbe più corretto parlare di Jugendstil).
L’occhio è sopraffatto da colori vivi, motivi geometrici, pattern floreali, curve sinuose, materiali fragili e traslucidi (ma mai trasparenti, tranne forse il bicchiere da cui Susy beve il vino forse drogato). Aggiungiamo al quadro anche un tripudio di stoffe, tessuti impalpabili, tende tese come separè nella sala prove che lasciano intravedere ombre in una specie di lanterna cinese.
Perché questo linguaggio architettonico così preciso?
Cosa vuole dire Dario Argento?
Cosa centra tutto questo con le streghe?