Perché il Parco Agricolo e l’aeroporto raccontano due idee incompatibili di futuro della Piana

Negli ultimi mesi, chi segue anche distrattamente la politica toscana avrà notato una sproporzione evidente: si parla moltissimo dell’aeroporto di Firenze, e quasi per niente del Parco Agricolo della Piana.
Peretola è un tema quotidiano: decreti, mozioni, ricorsi, dichiarazioni, mentre il Parco Agricolo rimane quasi sempre in sottofondo, citato in documenti tecnici, in ricerche universitarie, nei processi partecipativi locali. Raramente nei titoli dei giornali.
Forse tante persone non saprebbero neanche spiegare di cosa si tratta.
Questa asimmetria non è un dettaglio. Perché l’aeroporto e il parco agricolo non sono due progetti che possono coesistere pacificamente: insistono sullo stesso territorio e rappresentano due idee di futuro difficilmente compatibili.
Uno punta sull’espansione infrastrutturale, l’altro sulla rigenerazione del suolo e dei servizi ecosistemici. Uno produce consumo di suolo, l’altro lo valorizza. Uno concentra, l’altro distribuisce. E la Piana (la zona di territorio che va da Firenze a Pistoia) non può essere entrambe le cose.
Il Parco Agricolo: una grande infrastruttura che esiste, ma nessuno vede
Il Parco Agricolo della Piana nasce nel 2014 dentro la variante al PIT, come progetto che mette sotto tutela e valorizzazione oltre 7.000 ettari di territorio tra Firenze, Sesto, Campi, Calenzano, Signa, Prato, Poggio a Caiano e Carmignano.
Un’idea molto avanzata, che anticipava i temi di oggi: il clima, la città del cibo, la biodiversità, la sicurezza idraulica, la multifunzionalità del paesaggio.
Negli ultimi due anni qualcosa si è mosso: la Regione ha avviato un lavoro con l’Università di Firenze, diversi Comuni hanno iniziato a inserire il Parco nei nuovi piani, quaranta associazioni hanno firmato un patto per rilanciarlo. Eppure il Parco Agricolo resta poco percepito. È una cosa che “sappiamo che esiste”, ma che ancora non riconosciamo come un progetto concreto.
Il Parco non è un abbellimento, è un’infrastruttura climatica
Per capire perché il Parco abbia un ruolo così centrale, bisogna partire dalle parole dell’urbanista David Fanfani, docente dell’Università di Firenze e coordinatore del lavoro scientifico sul parco agricolo per conto della Regione.
La sua lettura è molto semplice: la Piana non è un residuo da proteggere, ma una risorsa urbana ed ecologica fondamentale.
I terreni agricoli mantengono la permeabilità, riducono il rischio idraulico, filtrano l’acqua, catturano CO₂. Le zone umide conservano biodiversità. La continuità agricola mitiga le isole di calore. È una grande infrastruttura del clima.
E c’è anche un valore produttivo: nella sola parte pratese della Piana operano più di trecento aziende agricole. Filiera del grano, allevamento, mercati contadini, razze autoctone come la Calvana, attività agroecologiche: è un territorio che produce, non un terreno in attesa di trasformazione.
«La Piana è un territorio complesso, ricco di dotazioni culturali, storiche, paesaggistiche e produttive» dice Fanfani. «È un luogo che potrebbe diventare una porta d’accesso contemporanea alla Toscana, non una sua retrovia».
Il parco agricolo, nella sua visione, non è nostalgia: è innovazione territoriale.
Il cuore della sua posizione: due visioni che non possono coesistere

Quando gli si chiede se Parco Agricolo e ampliamento dell’aeroporto possano convivere, Fanfani risponde senza esitazione: «Il Parco Agricolo e l’aeroporto non sono due progetti da mitigare. «Sono due visioni che guardano al presente e futuro della piana e del suo sviluppo in modo credo alternativo».
La ragione non è tanto tecnica quanto culturale. «La proposta aeroportuale vede la Piana come una piattaforma infrastrutturale per uno sviluppo economico che guarda più a seguire la traiettoria del passato che ad affrontare le sfide attuali poste dalla necessità di una transizione ecologica per affrontare gli effetti ma anche le cause dei cambiamenti climatici» dice.
Il parco agricolo invece «è un progetto alternativo ed ordinatore, previsto dalla stessa Regione nel PIT, che punta a ricostruire una struttura agroecologica capace di rendere la Piana più resiliente e più contemporanea». Non è una questione di compensazioni ambientali. È una questione di scelte.
«Il problema non è mitigare nuove infrastrutture, ma rigenerare un’infrastruttura ecologica e produttiva che non esclude affatto attività economiche, innovazione e ricerca».
E fa un esempio molto chiaro: il Polo scientifico. « In una visione di attrattività ed innovazione della nostra economia ill polo dovrebbe essere il cuore di una città contemporanea, non un luogo penalizzato dalle stesse opere per mitigare l’impatto della nuova infrastruttura».
Un parco agricolo funziona solo se qualcuno lo gestisce
Lo conferma anche il lavoro del Laboratorio ARCO della Fondazione PIN, che ha studiato la Piana dal punto di vista dell’economia circolare.
Secondo i ricercatori Leonardo Borsacchi e Gabriele Feligioni, la questione non è se il Parco Agricolo abbia potenzialità, ne ha fin troppe, ma il fatto che non esista un soggetto che le coordini.
«Oggi non sappiamo nemmeno quanti pomodori produce la Piana» spiegano.
È il segno che manca un sistema di dati, di logistica, di pianificazione alimentare locale.
Per questo parlano di governance: un’agenzia, un consorzio, un partenariato pubblico-privato che tenga insieme Comuni, agricoltori, scuole, mense, associazioni.
Senza governance, il parco resta un confine su una mappa. Con una governance, può diventare una delle infrastrutture più strategiche dell’area metropolitana.
Cosa insegnano i parchi agricoli europei più avanzati
I modelli virtuosi, dal Baix Llobregat di Barcellona al Parco Agricolo Sud Milano, fino ai distretti agro-urbani dei Paesi Bassi, hanno una cosa in comune: non sono pensati come margini urbani, ma come parti della città. Hanno governance solide, filiere alimentari integrate, identità riconoscibili, legami con le politiche pubbliche del cibo e con la mobilità lenta.
Sono infrastrutture multifunzionali: producono cibo, biodiversità, paesaggio, servizi climatici, turismo lento, reddito agricolo. La Piana potrebbe essere esattamente questo.
“È un parco agricolo unico in Europa”
Quando gli si chiede cosa renda questo parco diverso dagli altri, Fanfani risponde che la Piana è «un parco con una spiccata che dentro un’ area metropolitana di quasi un milione di abitanti tiene insieme produzioni agricole, anche di qualità, sistemi idraulici, aree archeologiche, borghi storici, corridoi ecologici, ciclovie, paesaggi medicei.
«È un territorio che può diventare un sistema turistico lento straordinariamente attrattivo, connesso ai colli, al Montalbano, all’Appennino».
E soprattutto è un territorio che oggi rappresenta un’occasione rara: rigenerare una grande infrastruttura verde in un luogo dove la città e la campagna non sono mai state davvero separate.
Il vero motore del Parco: il cibo

Per Fanfani, il cuore del progetto e la rigenerazione agro ecologica passa attraverso lo sviluppo di un Sistema Locale del Cibo.
«Il nuovo sistema agroalimentare locale può diventare il motore del parco agricolo», dice.
Significa ripensare la filiera, valorizzare la prossimità ed il mercato locale, mettere in rete agricoltori, panificatori, mense scolastiche e ospedali, utilizzare strumenti come un food hub policentrico e un marchio territoriale. Su questo la ricerca ha costruito un significativo quadro conoscitivo e di valutazione su potenzialità produttive e di domanda che già da adesso permetterebbe di impostare strategie produttive, logistiche e di mercato, in questo senso.
La Piana, oggi, è già in grado di coprire parte della domanda locale di cereali e legumi. E l’idea se non dell’ autosufficienza ma di una significativa sussidiarietà alimentare non è un’utopia: è una strategia di adattamento climatico, economico e logistico.
La questione della gestione: tre condizioni irrinunciabili
Fanfani ripete che non esiste un parco agricolo, in Italia o in Europa, che funzioni senza tre elementi minimi: una protezione urbanistica, un progetto di territorio e un soggetto gestore.
E aggiunge: «Il pubblico non può gestire 7.000 ettari da solo. Serve un partenariato pubblico-privato, basato sulla co-progettazione e la co-gestione». Non è un’invenzione. È ciò che già fanno i distretti rurali, i distretti biologici, i programmi europei.
La Piana ha già molte delle precondizioni. Manca soltanto la scelta politica.
Nel frattempo Peretola avanza, e il dibattito guarda solo lì
Mentre il Parco Agricolo fatica a emergere come progetto concreto, l’aeroporto procede spedito nel suo iter autorizzativo. Dopo la bocciatura del vecchio progetto nel 2020, Toscana Aeroporti ha presentato un nuovo masterplan; a novembre 2025 è arrivato il decreto VIA dei Ministeri dell’Ambiente. Da quel momento Peretola è tornato al centro del dibattito, dei titoli e delle polemiche.
È un progetto più facile da raccontare: ha un’immagine netta, una forma, una pista, una promessa di sviluppo. Il Parco Agricolo, invece, è diffuso, lento, complesso, e richiede di cambiare il modo in cui pensiamo allo sviluppo urbano.
Chi vuole davvero l’ampliamento? E chi invece no?
Il fronte favorevole è composto da Toscana Aeroporti, da una parte del centrodestra regionale e nazionale e dal Consiglio metropolitano di Firenze. Il fronte contrario è composto soprattutto dai territori: Sesto Fiorentino, Calenzano, Campi Bisenzio, Carmignano, la Provincia di Prato, decine di associazioni ambientaliste. Perfino il Consiglio comunale di Pisa si è espresso contro, preferendo un potenziamento ferroviario.
È la frattura tra due idee di sviluppo: la prima centrata sulla crescita infrastrutturale, la seconda sulla qualità ambientale e sulla sicurezza territoriale.
Cosa si perde se si perde la Piana
Il biologo ambientale Andrea Vannini ricorda che, nonostante decenni di urbanizzazioni, la Piana conserva una biodiversità insospettabile. Specie protette, corridoi ecologici, aree rinaturalizzate: un mosaico fragile che funziona solo finché resta connesso.
Gli effetti del consumo di suolo sono immediati: frammentazione degli habitat, aumento del rischio idraulico, perdita di servizi ecosistemici.
E il clima non aiuta: le piogge sono più brevi, più intense e più difficili da gestire.
«L’acqua cade sulle superfici impermeabili e non trova vie d’uscita. La Piana ha già dato molto in termini di urbanizzazione. Continuare significa peggiorare per tutti».
È un altro modo per dire che il Parco Agricolo non è un orpello, ma una parte della soluzione.
Due visioni che non possono occupare lo stesso spazio
Arrivati qui, il nodo è chiaro. L’aeroporto è un progetto che consuma suolo, impermeabilizza zone che hanno già vissuto alluvioni negli scorsi anni, frammenta, aumenta rumore e pressione. Il Parco Agricolo è un progetto che rigenera suolo, connette, riduce i rischi, costruisce paesaggio ed economia locale.
Sono due idee di mondo. Due modi di pensare lo sviluppo. Due strade che non portano nello stesso posto. E non possono occupare lo stesso territorio. Il turismo culturale quello d’affari non crescono più. Sono saturi, lo dicono i dati: puntare tutto sull’aeroporto significa investire su un settore che ha ormai margini molto ridotti.
La Piana è uno dei luoghi più preziosi della Toscana: una grande area aperta nel cuore della metropoli, un corridoio agricolo ed ecologico, un territorio che oggi ospita funzioni strategiche per centinaia di migliaia di abitanti.
Decidere cosa diventerà nei prossimi anni non è una questione tecnica. È una scelta culturale. Un aeroporto o un parco agricolo. Una pista o un suolo fertile. Una visione che consuma e una che rigenera.
Peretola oggi occupa la discussione. Il Parco quasi mai. Ed è proprio per questo che serve, finalmente, parlarne molto di più.
UN’IDEA PER NATALE, LIVELLO “ORIGINALITÀ ALTISSIMA”
Se vi va di regalare un abbonamento a Buzz Prato a un amico o a un’amica, potete farlo: basta scrivermi a lorenzotempestini@gmail.com e vi mando tutte le informazioni (e anche un piccolo PDF da stampare e consegnare alla fortunata o fortunato, se serve). È un modo semplice per sostenere il progetto e fare un regalo che dura tutto l’anno. Se ne fate almeno 2 c’è pure un po’ di sconto.
Lorenzo
L’agenda
Cosa non perdere a Prato questa settimana, secondo me.
Lunedì 8 dicembre al Metastasio si inaugura MetJazz 2026 con la Fire! Orchestra (Abre numa nova janela), guidata da Mats Gustafsson e Johan Berthling. L’ensemble di 18 musicisti unisce jazz, elettronica e sezione d’archi.
Tre incontri per il Centro Pecci Books (Abre numa nova janela).
Martedì 9 dicembre al Terminale c’è “Io e Annie” di Woody Allen.
Venerdì 12 e sabato 13 ci sono (Abre numa nova janela)Ale e Franz (Abre numa nova janela) al Teatro Politeama
Sabato 13 al Metastasio c’è Mr. Bo (Abre numa nova janela), uno spettacolo per ragazzi (dai 3 anni) che, attraverso le dinamiche tra un capo e i suoi tre servitori, esplora in scena il tema del potere, della dipendenza e del coraggio di dire “No!”.
Sabato 13 ci sono i Gazebo Penguins (Abre numa nova janela) al Capanno 17. Sono un gruppo musicale italiano di Correggio che suona post-hardcore dal 2004.
Cinema (vi metto link): Terminale (Abre numa nova janela), Eden (Abre numa nova janela), Pecci (Abre numa nova janela), Garibaldi (Abre numa nova janela).
I matti della città di Prato
Siamo tutti e tutte un po’ matti in questa città. Eccone i tre scelti a caso da il Repertorio dei matti della città di Prato (Marcos y Marcos): un libretto, nato da un laboratorio con Paolo Nori. Storielle brevi di persone pratesi eccentriche. Per fare un sorriso.
C’era uno che si divertiva a farsi i tatuaggi e a farli a tutti gli amici di piazza San Francesco. Poi un giorno, era andato con una alla mostra internazionale del tatuaggio a Bologna e davanti a una dimostrazione le aveva detto “Nooo! Ma lo sapevi te?! Bisogna sterilizzare gli aghi!”
C’era uno che faceva il calciatore che (forse) era stato il primo pratese che era andato a lavorare per i cinesi in Cina.
Una volta un tizio è scappato da Prato, è salito su un transatlantico e è arrivato a New York. Lì aveva cominciato a lavorare in una filatura. Poi un giorno che s’era molto arrabbiato è ripartito, è rimontato sul transatlantico e è tornato indietro. Appena arrivato in Italia ha sparato al re.
Una canzone che ho ascoltato mentre scrivevo questa newsletter
“Nella parte del mondo in cui sono nato” de I Cani. Questa settimana sono andato a sentire il concerto del progetto musicale di Niccolò Contessa. Uno dei migliori concerti che abbia visto quest’anno. Si sono presentati come un’esperienza priva di superficialità e piacioneria. Una performance centrata sulla sostanza musicale, con arrangiamenti eseguiti con notevole precisione tecnica e rigore. Una produzione sonora e visuale impeccabile. Insomma m’è piaciuto parecchio, se non si fosse capito.
https://www.youtube.com/watch?v=88tG6wcDOf0 (Abre numa nova janela)Si può ascoltare pure su Spotify (Abre numa nova janela).
Ho creato una playlist che contiene tutte le canzoni che ho citato e citerò nei post che scrivo, dato che ormai iniziano ad essere un po’. Se siete in cerca di musica nuova e variegata, seguitela.