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I target Pnrr qual piuma al vento

Il target è mobile. Se non lo si raggiunge con facilità lo si sposta, ridimensiona, ridefinisce, insomma lo si adatta alla bisogna finché… tacchete: viene centrato e diventa un obiettivo raggiunto del PNRR.

Dietro il successo monetario del Piano nazionale ripresa e resilienza dell’Italia da 194 miliardi, con nove rate incassate e la decima da 28 miliardi alla portata, c’è un lavorìo dei tecnici per modificare continuamente gli obiettivi e renderli alla portata del Paese. Un meccanismo sul quale sarebbe utile una riflessione collettiva perché in occasione del bilancio europeo del 2028-34 e in particolare delle politiche di coesione si punterà proprio a superare il vecchio criterio della certificazione della spesa (l’Ue apre il portafoglio quando vede il rendiconto dei pagamenti) a quello in apparenza molto più efficace del conseguimento di obiettivi concreti predeterminati. In apparenza perché gli obiettivi, quando vengono interpretati con estrema elasticità, hanno la stessa inutilità delle certificazioni di pagamento dei cosiddetti progetti sponda, ovvero spese pubbliche che nulla avevano a che fare con i programmi dei fondi europei per la coesione ma che venivano presentate a Bruxelles verso la fine del ciclo settennale per rendicontare una spesa quale che sia e incassare il rimborso previsto. In questo modo l’Italia non ha mai o quasi mai dovuto restituire alla Ue un centesimo. Non è un caso se i programmi di coesione a partire da quello del 1994-99 si sono rivelati in larga parte delle gigantesche partite di giro, con quasi nessun effetto concreto sui territori e in particolare nel Mezzogiorno, il quale è stato genericamente colpevolizzato per incapacità di spendere, nonostante i programmi nazionali (PON) andassero anche peggio di quelli regionali (FESR). Con il PNRR e i suoi target chiaramente misurabili si prometteva un cambio di passo. Tuttavia a poco tempo dalla scadenza del 31 agosto 2026 per portare a termine traguardi e obiettivi e in attesa dell’ottava revisione (a tre mesi da quella del 30 marzo 2026 e a sette mesi da quella del 27 novembre 2025) si può affermare che l’efficacia programmatica dei 575 tra milestone e target è stata largamente sopravvalutata: la modesta crescita dell’Italia è legata anche al sostanziale depotenziamento delle ambizioni del PNRR. Dai 194,4 miliardi del Piano (di cui - non dimentichiamolo mai - 71,8 miliardi di sovvenzioni e 122,6 miliardi di prestiti da restituire con gli interessi) ci si aspettava incrementi del PIL superiori agli zero-virgola degli ultimi anni.

Sia chiaro: la situazione del 13 luglio 2021, quando la Commissione Ue ha approvato il PNRR italiano, è cambiata notevolmente negli anni trascorsi fino al 2026 e nessuno può negare che diversi aggiustamenti fossero possibili e soprattutto necessari. Del resto, tutti i Paesi europei vi hanno fatto ricorso, con l’Italia che fa parte del terzetto di Stati, insieme a Belgio e Spagna, che ha rimesso più spesso in discussione il programma iniziale. Tuttavia la tambureggiante revisione dei target dell’Italia si è rivelata un metodo, quasi un genere letterario, com’è evidente da una lettura anche veloce del dossier parlamentare del 13 aprile 2026, curato dal Servizio Studi della Camera dei Deputati. Ecco alcune chicche.

Il caso più clamoroso è quello degli alloggi per studenti universitari. L’obiettivo concordato nel 2021 era di 60mila alloggi a canone agevolato entro il 30 giugno 2026, di cui 7.500 da realizzare entro il 2022. Dapprima si è cassato il target intermedio e in ultimo con i commi 884-894 della legge di Bilancio del 2026 si è consentito al Ministero dell’università e della ricerca di affidare a Cassa depositi e prestiti S.p.A. l’attuazione dell’investimento 5 “Fondo per gli alloggi destinati agli studenti” (Missione 4, Componente 1), per 599 milioni di euro, con bandi che inevitabilmente supereranno i termini del PNRR.

Il cambio di passo su un tema fondamentale riguarda l’obiettivo di ridurre entro giugno 2024 di almeno 570.000 il numero di abitanti residenti in agglomerati non conformi alla normativa europea a causa dell’inadeguatezza della raccolta e del trattamento delle acque reflue urbane. Una questione che tocca in tutto 2.250.000 italiani, con la soluzione complessiva prospettata in origine entro il 31 marzo 2026. Il target intermedio (M2C4-37) è stato prima limato a 500.000, quindi fatto slittare al 30 giugno 2025, poi è stato eliminato. Un brutto segnale per gli oltre due milioni di italiani che non hanno diritto neppure alle fogne a norma, tuttavia si confida in uno scatto finale.

Da notare il gioco di asticelle sull’evasione. L’obiettivo del PNRR era una riduzione del 10% della propensione degli italiani a evadere le tasse (eccetto l’IMU) misurata nel 2022-23 rispetto alla fotografia del 2019: il 18,5%. In pratica l’evasione doveva scendere almeno dal 18,5% al 16,6%. Ma nel 2022 le imposte non pagate sono state il 17,2% e nel 2023 è andata anche peggio: 17,4%. Che fare? È intervenuta una provvidenziale nuova metodologia per il calcolo dell’evasione IRPEF per cui si è scattata una fotografia rivisitata dell’evasione del 2019, aumentata di un punto al 19,5%. Cambiando il valore di partenza è cambiato anche l’obiettivo, diventato da 16,6% il 17,5%: guarda caso un filo oltre il 17,4% del 2023. Ed è scattato l’applauso.

Poco da sorridere quando a saltare il 27 novembre 2025 per presunte e non meglio precisate circostanze oggettive è stata una misura in un certo senso propedeutica alle altre, la quale non a caso era stata definita rafforzata e che prevedeva la “Assistenza tecnica e rafforzamento delle capacità per l’attuazione del PNRR” (M7-I9). La misura è semplicemente sparita.

Stessa sorte per i “Progetti “faro” di economia circolare” (M2C1-I.1.2) i quali si sono spenti sul nascere e sono stati soppressi; nulla di fatto per la “Sperimentazione dell’idrogeno per il trasporto stradale” (M2C2-I.3.3) la quale pure in quanto sperimentale non era poi così ambiziosa; cancellati in un colpo solo il “Potenziamento dei nodi ferroviari metropolitani e delle linee ferroviarie interregionali e regionali” (M3C1-I.1.5), il “Potenziamento delle linee regionali - miglioramento delle ferrovie regionali (gestione RFI)” (M3C1-I.1.6); il “Potenziamento, elettrificazione ed aumento della resilienza delle ferrovie nel Sud” (M3C1-I.1.7) per cui sono i potenziali passeggeri meridionali a dover accrescere la propria resilienza. Sempre in tema di binari, è sfumato l’obiettivo di dotare 1.400 chilometri di linee ferroviarie con il sistema europeo di gestione del traffico ferroviario (Investimento 1.4, ERTMS). E ancora: addio ai “Collegamenti interregionali” (M3C1-I.1.9); ai “Progetti di interconnessione elettrica transfrontaliera tra Italia e Paesi confinanti” (M7-I6); allo “Strumento finanziario per lo sviluppo di una leadership internazionale, industriale e di ricerca e sviluppo nel campo degli autobus a zero emissioni” (M7-I12), svanito nel nulla insieme ai suoi cento milioni di dotazione.

Ci sono obiettivi che prendono corpo nel corso del PNRR e durano lo spazio di qualche mese, come il piano di liberalizzazione dei servizi ferroviari Intercity e regionali chiamato Rosco (M3C1-25). In origine il traguardo consisteva nel completamento di uno studio di fattibilità per la creazione di una società di proprietà dello Stato (Rolling stock company, Rosco). Solo uno studio, quindi. Ma a novembre 2025 l’ambizione è cresciuta e in tema di Rosco sono stati introdotti due ulteriori traguardi in decima rata (M3C1-26 e M3C1-27) concordati con la Commissione Ue a novembre 2025 eppure soppressi a giugno per spostare 1,2 miliardi verso il mattone. Altri come il Credito d’imposta per la Zes del Mezzogiorno (M5C3-I.1.5) che hanno guadagnato 500 milioni nella riprogrammazione del 26 novembre 2025 e perderanno i medesimi 500 milioni nella riprogrammazione last minute annunciata il 3 giugno 2026 dal ministro del PNRR Tommaso Foti.

E ci sono anche target che crescono: l’obiettivo di riqualificare 40 parchi e giardini storici (M1C3-18, Investimento 2.3) è stato sì rinviato di un anno, da fine 2024 al 31 dicembre 2025, ma nella versione finale prevede la riqualificazione di 100 parchi e giardini storici e, addirittura, già il 10 dicembre 2025 ne erano stati certificati 110. Bastava un fiore.

Marco Esposito (4 giugno 2026)

Sujet Politica