Skip to main content

Digressione a mano disarmata

Per scrivere i Talking Hands sto tirando fuori un sacco di foto. Le mani parlanti sono testi autobiografici, nel contempo pedagogici e politici, che invio con questa newsletter. Parto quasi sempre proprio dalla memoria delle immagini, che siano solo nel ricordo o stampati su carta fotografica.

Sto intrecciando insieme il personale e il politico e, secondo alcuni, salto di palo in frasca.

Forse è vero, ma, come ho detto qualche giorno fa a un amico di quelli veri - cioè di quelli che ti dicono quello che pensano - , la mia è tattica, è “mordi e fuggi” ovvero “guerriglia da tastiera”.

A un’altra delle mie fonti - sì sto rompendo le scatole a mezzo mondo, trovando però una grande disponibilità - sembro come un ragazzino di quelli con cui faccio i laboratori: “capacità di concentrazione pari a un quarto d’ora”.

Ebbene sì, per imparare a concentrarmi ho dovuto impormi su me stesso e, non lo nego, mi sento vicino a quelli che hanno la sindrome da deficit di attenzione e con cui, non per caso, lavoro. Visto tutto quello che sto combinando, direi che è anche sindrome di iperattività.

Mi sento un timer. Mi sento a scadenza. Già addesso la mano sinistra non mi obbedisce, fa un pò quello che vuole.

Alcuni di voi lo sanno, ho una brutta compagnia, sono affetto dalla malattia di Parkinson. L’ho tenuto nascosto per almeno due anni, volevo soprattutto non fare preoccupare mia mamma Maria.

“E come potresti donare
alle cose una vita
se fosse nelle cose la tua patria
e non in te
la patria d’ogni cosa? “

Questi sono i versi di Antonia Pozzi che abbiamo voluto sulla sua tomba mia sorella e io.

Sono in cerca della mia patria, intesa come terra, al femminile, anche se scrivo prevalentemente di figure maschili e, in fondo, di come sono cambiate, o di come dovrebbero cambiare.

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.”


Questa frase l’ho donata a D., mio figlio, più di un anno fa. Il paese è relazioni, è natura, soprattutto è terra. Che ti aspetta. La frase è di Cesare Pavese, fu un uomo tormentato, molto poco padre-padrone, forse per nulla.

Cerco anche un paese, forse di più… una comunità.

Filippo Barbera, sociologo che si occupa di margini, lo potete sentire in questo breve video:

Filippo Barbera nella Sala capitolare della Trappa di Sordevolo il 30 agosto 2025 (Opens in a new window)
di Ettore Macchieraldo, Barbera alla Trappa, Risalire la storia Clicca sull'immagine

L’ha definita così, comunità porosa, alla Trappa di Sordevolo all’incontro di Risalire la storia (Opens in a new window) , ovvero il contrario di comunità chiusa, quella del nativismo.

cartellone con mappa concettuale che mostra al centro la comunità porosa (una spugna o una forma di formaggio?), che è circondata da due frecce: imparare facendo e la regola che diventano Cura di sé, Cura di noi e cura di gaia. In alto a sinistra in una nuovola che genera pioggia l'utopia, subito sotto le montagne che rappresentano i beni comuni, sempre a sinistra la spinta dal basso, ovvero il fiume. A destra, un pò isolate le istituzioni (la casa) e Dare Avere voce (il megafono)
di Ettore Macchieraldo


“Non nativo: se letteralmente nativo significa il luogo in cui uno è nato, siamo portati a identificare questa parola con i nativi americani. Un popolo che ha subito un genocidio da parte nostra, europei. Invece quando parliamo di cose meno eclatanti come chi si è trasferito da un Comune a un altro, direi che la definizione non nativo è fuorviante. La parola giusta credo sia migrante. Faccio notare che in posti dove è in corso abbandono e spopolamento da decenni dovrebbe essere salutato con favore il migrante da altri Comuni, non ultimo perché consente, specie se con prole, di mantenere dei servizi essenziali quali le scuole. Lo scrivo, ad onore del vero, con una nota di polemica.”

Scrissi su Facebook dopo che mi sentii dire più di due anni fa, durante un incontro in sala consiliare, che “il problema del nostro paese sono i non nativi”.

Ecco, di fronte al gran casino che abbiamo, in massima parte, generato noi uomini – come genere maschile – la scelta comunitaria è una delle poche vie d’uscita, ne sono certo.

Io sono per la scelta porosa, il nativismo è falsificante e perpetua gli stessi errori che ci hanno condotto fino a qua.

Scusate la digressione e, dalla prossima settimana, tornerò ai racconti sincopati da guerrigliero da tastiera.


Topic Talking hands

0 comments

Would you like to be the first to write a comment?
Become a member of Imparare Facendo and start the conversation.
Become a member