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Divorzio all’italiana

Cosa possiamo imparare dall’addio di Dario Vitale a Versace.

La notizia è di dominio pubblico ormai da una settimana: Dario Vitale ha lasciato Versace, (Si apre in una nuova finestra)appena nove mesi dopo la sua nomina.

Su Rivista Studio ne avevamo già parlato, spiegando il chi, il quando, il dove e il come. La notizia è arrivata in maniera “informale” due giorni dopo che Prada aveva completato l’acquisizione del brand da Capri Holdings per la cifra di 1,25 miliardi di euro con una dichiarazione data in esclusiva al WWD nella quale il brand “ringrazia sinceramente Dario per il suo importante contributo allo sviluppo della strategia creativa del brand durante questo periodo di transizione, e gli augura il meglio per i suoi progetti futuri». In questo momento la direzione creativa pro-tempore sarà guidata dal CEO Emmanuel Gintzburger e chi succederà a Vitale sarà annunciato a tempo debito. Ciò che rimane da stabilire, dietro i comunicati stampa asettici, è il perché (soprattutto dopo 9 mesi, un record che comunque non batte il precedente di 6 stabilito da Ludovic de Saint Sernin da Ann Demeulemeester, che comunque erano 5 di più di quelli che ci erano serviti a capire che questa accoppiata era mal riuscita).

Prima di tutto, come spiega la stessa Vanessa Friedman sul New York Times (Si apre in una nuova finestra) bisogna specificare che Dario Vitale era stato nominato direttore creativo dalla precedente gestione, quella di Capri Holdings. Una scelta che quindi, Prada avrebbe ereditato. E se 9 mesi dopo le strade si sono separate, era una scelta che probabilmente non condivideva. La cosa diventa ancora più curiosa, se si pensa che Vitale non era uno sconosciuto per Patrizio Bertelli e Miuccia Prada: nei precedenti 15 anni aveva lavorato da Miu Miu, dove era stato nominato design director, contribuendo in maniera importante a tracciare il profilo del brand che oggi è tra i più rilevanti di tutti. Un cv sviluppato proprio all’interno del Gruppo Prada che avrebbe dovuto regalargli una certa libertà di azione o una certa fiducia, e che invece è bastata appena per 9 mesi. E però si trattava di una situazione che in molti addetti ai lavori, lontani dai microfoni dei giornali, avevano già definito “complicata”. Sussurrii che sembravano trovare forza nella confusione e nella molteplicità di comunicazioni con la quale era stata annunciata la sfilata di debutto: si fa, no non si fa, si fa ma è un evento per pochi intimi, ok è una sfilata per 100 persone.

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