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La sottile linea tra rivendicazione e appropriazione (culturale)

Dai sandali di Prada alle Oaxaca slip on di Willy Chavarria per Adidas (prodotte in Cina): i casi recenti che mostrano la complessità di un discorso nel quale la moda bianca ed europea – ma pure gli stilisti non bianchi e non europei – fanno fatica a districarsi.

Secondo l’Encyclopedia Britannica, l’appropriazione culturale ha luogo quando membri di un gruppo dominante adottano elementi culturali di un gruppo storicamente soggetto a dominazioni, riducendoli a stereotipo, caricatura, o con lo scopo di sfruttarne la potenza simbolica.

Per questo motivo, ad oggi, siamo abbastanza consapevoli (nonostante sfortunate eccezioni) che non è rispettoso andare ai festival musicali (Si apre in una nuova finestra)indossando copricapi da Nativi Americani per sentirsi come delle squaw, tanto che il Glastonbury nel 2014 (Si apre in una nuova finestra)ne ha bandito al suo interno la vendita. Posto che storicamente il copricapo era indossato in specifiche occasioni cerimoniali, sfoggiarlo oggi vorrebbe dire svuotare quell’oggetto del suo contenuto culturale, riducendolo a pura estetizzazione di un simbolo, dimenticandosi il massacro e la cancellazione che quella fetta di popolazione ha subito, privata della propria terra da altre popolazioni con il colore giusto della pelle, seppur con inesistenti legami geografici con quel territorio (se vi ricorda qualcosa, non è un caso).

Nello stesso modo, negli anni, si è convenuto che impiastricciarsi la faccia di nero con il carbone o il lucido per scarpe per spacciarsi per persone africane o afro-discendenti, fosse ugualmente deprecabile: il fenomeno della Blackface altro non era che uno strumento teatrale del XIX secolo per truccare la pelle degli attori (bianchi) e far loro impersonare dei personaggi neri, trasformati quasi sempre in caricature e stereotipie che avrebbero rinfocolato sentimenti razzisti nell’America dello schiavismo. Guadagnare un riconoscimento di qualunque tipo (economico, culturale, sociale) attraverso caratteristiche che non ci appartengono, e che sono invece costate carissimo ad altre fette di popolazione, non sembra esattamente l’idea di un illuminato antropologo.

Il discorso è estremamente articolato e complesso e si può applicare anche a diversi capi di abbigliamento o capigliature: basti pensare ai dreadlock (Si apre in una nuova finestra)la cui origine risale a quasi 2000 anni prima della nascita di Cristo, e che oggi sono associati al movimento rastafariano, o ai durag, le bandane usate già dal 1860 dagli schiavi negli Stati Uniti per mantenere i capelli in ordine mentre lavoravano nei campi, e poi reso popolare dai rapper afroamericani.

Per questo non stupisce il clamore che si è sollevato qualche settimana fa – soprattutto sui social media indiani –quando Prada ha mandato in passerella per la sua ultima collezione maschile una calzatura che ricordava il Kolhapuri chappal, un sandalo con chiusura a T comunemente indossato nel paese. La scarpa si chiama così in onore della città dove viene realizzato, nello stato indiano del Maharashtra, la cui Camera di Commercio, Industria e Agricoltura ha inviato una lettera al brand, che, velocemente ha riconosciuto l’originalità creativa del pezzo, e rilasciato una dichiarazione nella quale si augurava l’apertura di un dialogo con le comunità artigianali indiane (la storia è spiegata in questo pezzo (Si apre in una nuova finestra) del New York Times). Una reazione, quella esplosa sui social media del paese, non priva di contraddizioni: secondo la giornalista indiana di lifestyle e moda Kanika Gahlaut, intervistata per il pezzo del Times, si tratta di “un sentimento di oltraggio privo di basi legali, perché non è chiaro se esistono dei piani commerciali precisi per la scarpa da parte di Prada”. Chiunque lavori nella moda è consapevole infatti che gli abiti che vengono mandati in sfilata non sono immediatamente riprodotti in serie e distribuiti alle boutique: a seconda della risposta dei più grandi buyer (e quindi degli ordini delle singole boutique, che scelgono, di quella collezione, cosa acquistare per il proprio negozio) si calibra la produzione. Può accadere quindi che un articolo presentato in passerella non venga prodotto perché non è stato particolarmente richiesto dai partner commerciali, o che venga prodotto con delle variazioni che lo rendano più facile da indossare, e quindi da vendere. Laddove quindi non ci sia un profitto, e il brand abbia provveduto a riconoscere la genesi del capo (chi lo ha pensato per primo), e si sia reso disponibile a instaurare una conversazione con gli artigiani locali, si può parlare ancora di appropriazione culturale?

Di appropriazione culturale si è parlato molto meno (almeno in Italia), quando Willy Chavarria, il più rilevante stilista statunitense del contemporaneo, con sfilate alla Fashion Week di Parigi e gossip che, a seconda delle settimane, lo vogliono in questa o quella maison europea, ha prodotto una calzatura specifica (Si apre in una nuova finestra)all’interno della sua collaborazione con Adidas: si chiama Oaxaca Slip on, ed è una sneaker ispirata ai classici huaraches, sandali messicani costituiti da listelli in pelle che si incrociano sul collo del piede. Presentata cinque giorni fa al museo d’arte di Porto Rico (all’interno di una mostra promossa da Adidas (Si apre in una nuova finestra)che metteva in scena tutte le sneaker di Bad Bunny, nativo del luogo), la storia di questo sandalo, popolarizzato dagli statunitensi negli Anni 60 e 70 del movimento hippy, è complessa e stratificata: si crede che la loro origine sia addirittura risalente al Paleolitico, storicamente venivano realizzate per l’utilizzo nelle comunità agricole di Jalisco, Michoacan o dello Yucatan. Accessorio di estrazione popolare, è carico di valore per i chicanos (la popolazione di origine messicana che viveva negli Stati Uniti d’America negli Anni 30), che le indossavano come segno di resistenza, per ribadire il proprio orgoglio nazionale di fronte ai tentativi statunitensi di cancellare la loro storia e identità. Trent’anni dopo, in un contesto culturale, quello della cultura hippy, che guardava fuori dai confini statunitensi e cercava risposte alle complicate situazioni politiche con altri approcci (ambientalisti, pacifisti, etc etc) quei sandali guadagnarono popolarità anche presso altre fasce di popolazione non nate o cresciute in Messico. In Surfin Usa, Brian Wilson e soci cantano “se tutti avessero un oceano attraverso gli Stati Uniti, surferebbero come in California, li vedresti indossare i jeans baggy e anche i sandali huarache”.

Nel video sotto i Beach Boys che cantano la canzone nel 1964

https://www.youtube.com/watch?v=xyJGPJQNY24&list=RDxyJGPJQNY24&start_radio=1 (Si apre in una nuova finestra)

In Chiedi alla polvere, romanzo di John Fante del 1957, il suo alter ego letterario, Arturo Dominic Bandini, si innamora di Camilla Lopez, cameriera messicana che indossa proprio gli huarache; nel 1964 i Looney Tunes di Warner Bros propongono una versione alternativa del classico di Disney, Cenerentola, in versione messicana. Il titolo è, in maniera assai prevedibile “Senorella e gli huarache di cristallo”

Nel video sotto, degli spezzoni trovati su YouTube di quella puntata dei Looney Tunes

https://www.youtube.com/watch?v=IbCSMZ_E-98 (Si apre in una nuova finestra)

Willy Chavarria è nativo di Huron (California) e nasce nel 1967 da una madre che ha origini americane e irlandesi, e un padre che è per metà americano e per metà messicano. Non è chiaro quale sia il rapporto personale con tutte le sue origini (quelle messicane, così come quelle irlandesi), ma di certo nel suo operato, il tema contemporaneo della discriminazione delle comunità non bianche negli Stati Uniti è molto presente, attraverso show che celebrano l’orgoglio messicano, e raccontano la brutalità di certe forze dell’ordine statunitensi: il suo ultimo show andato in scena a giugno, si è aperto con 35 modelli (selezionati attraverso lo street casting) che, sulle note di una canzone dei Mamas & Papas California Dreaming – qui nella versione di José Feliciano – si inginocchiano per terra, con le mani incrociate dietro la schiena, a ricordare certe recenti e orrende fotografie, (Si apre in una nuova finestra) dei duecento immigrati venezuelani deportati lo scorso aprile dall’ICE dagli Stati Uniti nella prigione di massima sicurezza di El Salvador, il Cecot, già nota alle organizzazioni dei diritti umani per le modalità violente di trattamento dei detenuti. Una mise en scène potente, emozionante, i cui chiari riferimenti all’operato dell’ICE, l’agenzia federale statunitense che si occupa della sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione, sono citati in questo pezzo di GQ USA (Si apre in una nuova finestra). Chavarria sembra quindi avere dalla sua parte la genetica e anche la carriera recente, che lo ha sempre visto orgoglioso di ribadire (parte delle) sue origini. Qual è allora il problema con le sue scarpe Oaxaca?

https://www.youtube.com/watch?v=jhLIdWerob8 (Si apre in una nuova finestra)

Che, semplicemente, sono prodotte in Cina. Nessun artigiano messicano per ora sembra essere stato coinvolto nel progetto (anche se non è ancora nota la data di uscita delle calzature). Una questione che non è sfuggita ai commentatori oltreoceano e al Los Angeles Times, che ne ha parlato qui (Si apre in una nuova finestra) .

Siamo di certo in tempi difficili nei quali il personale torna ad essere estremamente politico: ma laddove la propria biografia viene usata per trarre un guadagno “personale” nel senso di esclusivo, e non porta nessun beneficio reale alla comunità razzializzata che a quel capo ha dato i natali, e lo ha eretto a simbolo di orgoglio nazionale, parliamo ancora di rivendicazione di identità legittima o si sconfina nel territorio dell’appropriazione culturale?

Salvador Cosio, nativo di Città del Messico e direttore moda di Sivadescalzo (SVD) boutique spagnola del lusso con sedi a Madrid, Barcellona e Dubai, non sembra avere dubbi.

«Quando la comunità marginalizzata non trae un beneficio di qualsivoglia tipo dalla commercializzazione di un prodotto che ha creato, è lecito parlare di appropriazione. Quelle scarpe, che fanno parte della linea Statement –una branca di Adidas che è dedita alle collaborazioni con gli stilisti – saranno probabilmente prodotte in un numero limitato di paia, quindi non parliamo di un investimento ingente per realizzarle. Chavarria ha in questo momento il potere e la fama per decidere dove, quel numero limitato di scarpe, potevano essere prodotte. E la cosa giusta sarebbe stata farle produrre in Messico, anche se sarebbe costato certo più che produrle in Cina: parliamo però di una collaborazione con Adidas, un colosso milionario del settore a cui la liquidità per affrontare una spesa del genere, che, ripeto, sarebbe stata relativa a un numero limitato di paia, non manca. Se se ne parla in Messico? Certo, ma con il giusto grado di disincanto: l’estetica di Willy Chavarria, venduta a caro prezzo nelle boutique, celebrata in Europa o alla fashion week di New York, è la stessa che qui conosciamo da decenni, e che è possibile ritrovare in qualunque mercato locale, per una frazione del prezzo».

Nel frattempo, il post originale di presentazione delle scarpe sull’Instagram del brand è stato cancellato, e solo due giorni fa il governatore di Oaxaca ha minacciato azioni legali (Si apre in una nuova finestra), sia per la mancanza autorizzazione da parte degli artigiani di Yalálag, regione a nord di Oaxaca dove vengono prodotte le scarpe, che per l’uso non autorizzato del nome stesso di “Oaxaca”.

«La vera domanda è un altra» conclude Cosio. «Se Willy Chavarria, in quanto messicano, può commercializzare un prodotto che è così legato alla nostra cultura, è lecito che, da messicani, ci si chieda cosa fa Willy Chavarria, nella gestione quotidiana del suo brand, per i latini, per gli immigrati che vivono negli Stati Uniti. Le sfilate che mettono in scena i drammi del contemporaneo, semplicemente, non sono abbastanza: il momento storico che viviamo è estremamente delicato e certi passi falsi sarebbero da evitare”.

E per oggi è tutto, ci rivediamo presto (sarò da un’altra parte del mondo ma cercherò di rimanere presente: buone vacanze e buona estate a tutti voi.

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