
Chi non è mai stato ad una mostra del disco? E chi non è mai stato tentato dal cesto dell’usato in un negozio di dischi? Infine, chi è che non frequenta, almeno saltuariamente, Discogs?
Lo sdegno per Spotify, covo di sfruttatori e guerrafondai, va di pari passo con la riscoperta del vinile, del cd (molto meno) e addirittura della cassetta. Se poi sono usati anche meglio. In generale hanno un prezzo conveniente (ah, queste case discografiche!) e sono pure più sostenibili.
Ma non dimentichiamoci di una cosa divertente. Prima dello streaming, negozi o mercatini di dischi usati erano tanto controversi per gli artisti quanto lo è Spotify oggi.
Rivendere un CD o un vinile, oppure accumulare milioni di stream online. Il risultato economico per l'artista è fondamentalmente identico: zero.
Il mercato della musica di seconda mano è tutt'altro che una nicchia. Piattaforme come Discogs oppure i mercatini fisici non sono semplici passatempi. Sono ecosistemi economici che valgono milioni. Ma quando un vinile viene rivenduto – o viene battuto all'asta o scambiato per cifre importanti, nel caso sia raro – chi incassa?
La legge della "Prima Vendita"
Non l'artista, che non vede un centesimo sulla rivendita dei suoi dischi usati e che per questo deve “ringraziare” un principio legale internazionale: la "Dottrina dell'Esaurimento" o "Diritto di Prima Vendita" (Öffnet in neuem Fenster).
Immagina di comprare un libro. Paghi. Sei proprietario della copia fisica. Sei libero di regalarla, prestarla, rivenderla. In quest’ultimo caso l’autore, che ha già incassato la sua royalty sulla prima vendita di quella singola copia, non può avanzare pretese. Lo stesso principio vale per i supporti musicali.
Quando un'etichetta o un artista cede un CD o un vinile la prima volta, si attivano delle royalties meccaniche. Si tratta di un versamento una tantum, l'unica volta in cui il musicista è pagato per quel supporto specifico. Non c'è alcun diritto di controllo sulla successiva circolazione del disco.
Questo principio sarà anche fondamentale per la libertà di commercio, ma il prezzo della libertà è un rotondo "Zero Legale" per il musicista.
Inter-mediati
L’arrivo di piattaforme globali come Discogs ha dato una misura ai prezzi dei dischi usati, trasformando il segmento in una discutibile "borsa globale della musica fisica" (Öffnet in neuem Fenster). Negozi fisici e rivenditori professionisti consultano questi dati per prezzare i loro dischi.
Il valore che il musicista ha infuso nei solchi – la sua musica – viene interamente intercettato da altri. Ogni transazione di rivendita, infatti, sposta una percentuale significativa del prezzo alla piattaforma. Discogs chiede una commissione di vendita del 9% sul prezzo totale (Öffnet in neuem Fenster), più le commissioni di PayPal e altre tasse. Il mercato produce utili, ma il flusso di denaro è diretto agli intermediari e ai rivenditori, non agli artisti.
Il paradosso della sostenibilità
Molti consumatori comprano vinili o CD usati anche con motivazioni etiche, come la sostenibilità ambientale. Acquistare usato è visto come una pratica corretta che taglia l'impatto ecologico legato alla produzione di nuovi oggetti in PVC (eh si, il vinile inquina).
La ricerca di una condotta etica sia sul piano ambientale che su quello morale si traduce però in un involontario dirottamento del profitto secondario: la sostenibilità del supporto usato non contribuisce alla sopravvivenza dell'artista.
https://youtu.be/k1i5a83qlNQ?si=oTIrfPCSQZ5p09qI (Öffnet in neuem Fenster)[Chi diamine sono gli Hunka Munka?1]
Lo streaming e lo "Zero Funzionale"
Se nel mercato fisico il compenso dei musicisti ad un certo punto scompare per legge, nel mondo digitale è la matematica ad annullarlo, creando un altrettanto rotondo "Zero Funzionale".
Lo streaming, manco a dirlo, è il principale responsabile: in Italia, nel 2025, raccoglie circa il 69% dei ricavi totali del mercato discografico (Öffnet in neuem Fenster). La remunerazione è teoricamente continua, visto che ogni ascolto genera una royalty, ma il modello economico rende l'incasso irrilevante per la maggioranza dei musicisti.
Infatti, la maggior parte delle piattaforme si appoggia a un modello di distribuzione basato su un abbonamento mensile. I ricavi degli abbonamenti e della pubblicità sono versati in un grande "calderone". Una sua parte viene poi ripartita tra tutti gli artisti in base alla loro quota di ascolti totali sul servizio.
Questo sistema produce pagamenti unitari rasoterra: le famigerate frazioni di centesimo. Spotify, la piattaforma di riferimento, liquida l'artista con una cifra media tra 0,003 e 0,005 dollari per stream. Anche piattaforme che pagano di più, come Apple Music (stimata attorno a 0,008 dollari), lavorano comunque sulla base di micro-pagamenti.
Per intascare una cifra “significativa” – diciamo tra i 3.000 e i 5.000 dollari – un artista deve accumulare circa un milione di stream.
E non è detto che vadano immediatamente a sloggiare le tarme dal suo portafogli.
La trappola degli anticipi
Infatti, a rendere lo Zero Funzionale ancora più palpabile per i musicisti emergenti o in rampa di lancio ci sono gli anticipi di royalty (royalty advances). Quando un'etichetta – soprattutto se è una major – mette sotto contratto un artista, spesso gli versa una somma per finanziare il progetto.
Il contratto stabilisce che l'artista comincerà a guadagnare solo dopo che l'etichetta avrà recuperato l'anticipo trattenendo la sua percentuale delle royalties.
Finché l'anticipo non è ripagato, l'entrata netta dell'artista dalle nuove royalties è, appunto, zero. La musica è fruita in continuazione, ma la formula matematica annulla il compenso.
Due strade, stesso punto di arrivo
Se parliamo di un CD o di un vinile venduto per l'ennesima volta nel mercato dell'usato, o di centinaia di migliaia di ascolti sulle piattaforme digitali, il risultato finale per il musicista è dunque lo stesso: nessun flusso di reddito diretto e duraturo.
Lo Zero Legale del supporto fisico e lo Zero Funzionale del digitale hanno definito una realtà economica in cui la musica registrata non è più il motore di reddito autonomo di un tempo.
Questo spiega lo spostamento del sostentamento per la maggior parte dei musicisti, ormai aggrappati ai concerti dal vivo e al merchandising. L'album, il CD o la riproduzione online non sono più prodotti economici che generano una rendita. Sono ridotti a semplici strumenti di marketing per spingere il pubblico verso l'esperienza live, l'unica dimensione dove il valore è ancora dato in modo rilevante dal musicista.
Il settore musicale è strutturalmente ricco, ma il suo valore è estratto e distribuito in un modo che ignora la maggior parte dei musicisti. Il dibattito sulla sostenibilità economica della musica dovrebbe includere non solo la riforma del modello streaming (magari verso sistemi più giusti che paghino chi l'utente ascolta per davvero), ma anche l'idea di riconoscere un "Diritto di Seguito" (che si applica già, per esempio, alle opere visive e ai manoscritti (Öffnet in neuem Fenster)) almeno per i supporti fisici trasformati in pezzi da collezione.
Ma finché le cose staranno così, il musicista continuerà a navigare in un mare di ricchezza da cui non può pescare.
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"Dedicato a Giovanna G." degli Hunka Munka (progetto prog di Roberto Carlotto) è un disco italiano rarissimo che spesso finisce nelle classifiche internazionali. La stampa originale del 1972 con la copertina apribile sagomata è uno dei pezzi più ricercati dai collezionisti di progressive rock di tutto il mondo. ↩