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I musei di Prato e le lavoratrici invisibili che li tengono aperti

Chi fa visite e laboratori nei musei di Prato lavora quasi sempre in appalto, sottopagato e con orari fittizi. Ora che l'appalto cambia si decide il futuro delle più precarie.

La sindacalista Sarah Caudiero (Sudd Cobas)

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Quando si entra in un museo e qualcuno strappa il biglietto, accompagna una visita guidata o tiene un laboratorio per le scuole, quasi mai quella persona è un dipendente del museo. È quasi sempre l'addetta di una cooperativa esterna, a cui il museo, o l'ente pubblico che lo controlla, ha affidato quei servizi con un appalto: un contratto assegnato di solito tramite gara, spesso a chi offre il prezzo più conveniente. È un modello diffuso in tutta Italia, e da anni i lavoratori e lavoratrici del settore lo indicano come la radice di stipendi bassi e contratti precari. Il 12 giugno, per la prima volta, l'hanno contestato con uno sciopero nazionale. (Öffnet in neuem Fenster)

A Prato questo sistema ha un nome e dei numeri precisi, ed è finito al centro di una vertenza che si gioca proprio in questi giorni. Alcune educatrici che lavorano nei musei cittadini si sono rivolte ai sindacati per le proprie condizioni di lavoro, nel momento in cui l'appalto che le riguarda sta per essere rinnovato. È il momento in cui, per i prossimi quattro anni, si decide quanto guadagneranno, quante ore lavoreranno e, per alcune, se manterranno il posto.

Educatrici a fare di tutto

Le educatrici museali sono persone formate apposta per le visite e i laboratori didattici: hanno alle spalle lauree e percorsi specialistici in ambito storico-artistico e nella didattica museale. Nei musei di Prato, però, finiscono per fare molto altro. Nel comunicato con cui ha reso pubblica la vertenza (Öffnet in neuem Fenster), il sindacato di base SUDD Cobas scrive che queste lavoratrici "finiscono per diventare tappabuchi": oltre al loro lavoro, vengono impiegate "quotidianamente anche nelle mansioni di apertura e chiusura dei musei, sorveglianza, bigliettaggio e altro ancora".

Una di loro ha accettato di raccontare il proprio lavoro a Buzz Prato, a condizione di restare anonima. La prima cosa che spiega è che una giornata tipo non esiste: si lavora a rotazione in musei diversi, anche fuori Prato, e capita di tenere un laboratorio in una città la mattina e di spostarsi in un'altra il pomeriggio, con trasferimenti in auto di trenta o quaranta minuti che non vengono né conteggiati come orario né rimborsati. "Se la mattina lavoro in un posto e alle 12 devo essere in un altro, lo spostamento non me lo contano. Però io sto fuori dodici, tredici ore".

Il suo contratto prevede un minimo di dodici ore a settimana, ma è un minimo quasi sempre superato di molto: "Le ore minime non le fa mai nessuno di noi, ne facciamo il doppio quasi sempre, e nei mesi di aprile e maggio anche il triplo", quando le scuole concentrano le richieste e bisogna coprire le assenze delle colleghe, spesso all'ultimo minuto. È il cuore di quello che i sindacati chiamano part-time involontario: contratti a poche ore sulla carta, a fronte di un lavoro reale molto più ampio.

La banca ore

Cosa succede a tutte quelle ore in più è il punto che la lavoratrice spiega con più precisione. Non vengono pagate come straordinario, ma finiscono in una "banca ore": vengono accantonate e restituite più avanti sotto forma di permessi, invece di essere retribuite con la maggiorazione come prevede lo straordinario. "Il problema della banca ore è che non è chiara", racconta, "né come possiamo usufruirne, né come compare in busta paga. La cosa principale è l'illeggibilità della busta paga: non si capisce niente". Quando le educatrici hanno chiesto spiegazioni, dice, si sono sentite rispondere che erano "questioni fiscali complesse".

Buzz Prato ha potuto visionare una di queste buste paga, e ne trova conferma. Il documento attesta l'inquadramento con il contratto Multiservizi, alla qualifica di "operatore museale", con una paga oraria di circa 8,35 euro lordi. E rende visibile il meccanismo: accanto a una piccola quota di lavoro supplementare pagato con la maggiorazione, compaiono decine di ore "accantonate a banca" e altrettante "godute", cioè recuperate come permessi, alla stessa paga oraria dell'ordinario e senza maggiorazione. In sostanza, gran parte del lavoro fatto oltre l'orario non diventa retribuzione in più, ma tempo da recuperare.

Il contratto Multiservizi è l'altro nodo. È uno dei contratti collettivi nazionali con le retribuzioni più basse, quello che vale per esempio anche per gli addetti alle pulizie e al portierato, al punto che i sindacati lo associano al "lavoro povero". Un contratto che, dice la lavoratrice, "non spiega chi siamo, non c'è scritto niente del nostro lavoro": ed è anche per questo che le educatrici si ritrovano a fare di tutto. "In teoria, per quanto veniamo pagate, dovremmo fare solo sorveglianza". In alcune sedi più piccole, racconta, capita di gestire da sole l'intero museo, cassa e biglietti compresi, con responsabilità che ricadono su di loro senza che sia chiaro se siano previste e riconosciute.

Dietro la vertenza, dice, c'è soprattutto il bisogno di vedere riconosciuta una professionalità. "Ci siamo formate per questo, per molte di noi è il lavoro che amiamo fare. Ma non è sostenibile a lungo: lo fai un anno o due, poi non ce la fai più, perché fai un lavorone senza essere pagato adeguatamente, rimbalzato da un museo all'altro".

Lo sciopero del 12 giugno

Foto: www.palagixfirenze.it

Le condizioni delle educatrici di Prato non sono un'eccezione, ma la norma del settore. È questo che il 12 giugno ha portato in piazza migliaia di lavoratori e lavoratrici della cultura, nel primo sciopero generale di categoria. A promuoverlo è stata Mi Riconosci? (Öffnet in neuem Fenster), l'associazione che da anni denuncia le condizioni di chi lavora nei beni culturali e che già nel 2018 aveva organizzato la prima manifestazione nazionale del settore. Tra le sue richieste ci sono il superamento del sistema degli appalti e delle concessioni nei servizi culturali e l'applicazione del contratto Federculture come riferimento del comparto: esattamente i due temi della vertenza pratese.

La questione del contratto, del resto, non è solo sindacale: tocca un principio già affermato dalla giustizia amministrativa. Nel giugno 2025 il TAR dell'Emilia-Romagna, con la sentenza (Öffnet in neuem Fenster) n. 635/2025, ha respinto il ricorso di un'impresa che il Comune di Rimini aveva escluso da una gara per i servizi dei propri musei: l'impresa voleva applicare il Multiservizi al posto del Federculture indicato nel bando, ritenendolo equivalente. I giudici hanno dato ragione al Comune, ricordando che la stazione appaltante deve verificare che il contratto scelto dall'appaltatore garantisca tutele equivalenti a quello previsto dal bando, proprio per evitare che, tra i vari contratti applicabili a uno stesso settore, si finisca per usare quello meno tutelante.

Chi rischia di restare indietro

La nuova gara per i servizi dei musei di Prato è stata vinta dal raggruppamento delle stesse cooperative che già li gestivano: EDA Servizi, CoopCulture e Itinera. La novità che le lavoratrici aspettavano è proprio il passaggio dal Multiservizi al Federculture, un contratto migliore sul piano economico e normativo. Ma il cambio di appalto è anche il momento in cui si fissano le condizioni per i quattro anni successivi, ed è qui che si concentrano le tensioni.

L'appalto, va detto, è grande: coinvolge oltre cinquanta persone, che fanno guardiania, biglietteria, informazione e didattica tra Palazzo Pretorio, il Museo del Tessuto e il Pecci. La maggior parte è dipendente di CoopCulture; le educatrici di EDA (Öffnet in neuem Fenster), attorno a cui ruota la vertenza, sono un gruppo più piccolo, nove in tutto. Ma sono, come le definisce il segretario della Funzione Pubblica CGIL, "l'anello più debole del pacchetto".

A seguire la vicenda sono due sindacati che chiedono le stesse cose ma hanno storie e stili diversi. A sollevare il caso per primo è stato SUDD Cobas, il sindacato di base a cui alcune educatrici si sono rivolte. La denuncia è diventata pubblica venerdì 19 giugno, e in un luogo che è esso stesso parte della storia: la presentazione, proprio al Centro Pecci, del libro "La moda è potere" (Öffnet in neuem Fenster)di Deborah Lucchetti, dedicato allo sfruttamento nella filiera della moda. Tra le relatrici c'era Sarah Caudiero, di SUDD Cobas, che ha aperto il suo intervento spostando il discorso dalle fabbriche tessili alle sale in cui si trovava, per dare voce alle lavoratrici in appalto di quei musei. Nei giorni successivi il sindacato ha formalizzato la denuncia con un comunicato, in cui lamentava anche di essere tenuto fuori dalla trattativa: "L'azienda si rifiuta di incontrare il sindacato scelto dalle lavoratrici", scriveva, "a cui in questo modo si nega la possibilità di tutelare i propri diritti".

A circa una settimana da quel comunicato, però, EDA ha convocato i Sudd Cobas a un primo confronto in vista del tavolo. Secondo il sindacato, nel corso di quella call sarebbe emerso il nodo più delicato: la cooperativa intenderebbe riassorbire soltanto il personale che la "clausola sociale" la obbliga a tenere, cioè i contratti a tempo indeterminato, lasciando in una zona grigia chi è a termine o lavora con partita IVA. In concreto, riferisce SUDD Cobas, non verrebbe rinnovata una lavoratrice con contratto in scadenza il 30 giugno e verrebbe respinta la richiesta di alcune lavoratrici a partita IVA di essere assunte. Sono ricostruzioni che Buzz Prato non ha potuto verificare con la cooperativa.

La stessa vertenza è seguita anche dalla Funzione Pubblica della CGIL, che sul merito chiede le stesse cose: il suo segretario, Riccardo Bartolini, spiega che delle nove educatrici di EDA sette sono assunte e due lavorano con partita IVA, e che i nodi sono due, che tutte e nove diventino dipendenti e che alle contrattualizzate venga aumentato il monte ore, oggi troppo basso. La CGIL, dice, non chiuderà l'accordo "senza aver risolto il problema del pezzo più debole". Sull'intenzione di EDA di lasciare fuori i precari, che è la ricostruzione dei Cobas, Bartolini non si sbilancia, "non lo sappiamo", e ricorda che la trattativa è ancora del tutto interlocutoria: un elemento che invita a prendere con cautela, per ora, la lettura più netta della call.

Il paradosso che entrambi i sindacati segnalano è lo stesso: si rischia di lasciare indietro qualcuna proprio mentre tutte, come mostrano le buste paga, lavorano sistematicamente più ore di quelle previste dal contratto. Il lavoro non manca.

Cosa dicono il museo e il Comune

Sul Centro Pecci ha risposto il direttore generale, Stefano Collicelli Cagol. Conferma i contorni del nuovo appalto: durata quattro anni, base d'asta di quasi 1,5 milioni di euro, contratto Federculture, scelto "in quanto scritto specificamente per chi lavora nel mondo della cultura". E prende un impegno sul passaggio: le lavoratrici manterranno il livello retributivo attuale se migliore, altrimenti "le modifiche contrattuali saranno soltanto migliorative", e la Fondazione "vigilerà sulla corretta applicazione di questo principio". Il Multiservizi, spiega, era stato introdotto dal primo bando "in ragione delle diversità di mansioni": perché l'appalto metteva insieme figure molto diverse sotto un unico contratto.

Sul punto centrale, però, le educatrici col Multiservizi e i part-time che non corrispondono alle ore reali, la risposta della Fondazione è netta: "Non ci risultano segnalazioni o violazioni del contratto". Un'affermazione che convive a fatica con quanto denunciano le lavoratrici, e che va letta per ciò che dice con esattezza: alla Fondazione, come committente, non sono arrivate segnalazioni formali. Cosa diversa dal negare i fatti raccontati dalle educatrici al loro sindacato e alla cooperativa che le impiega. Alla domanda sul perché un'attività centrale come quella educativa sia affidata all'esterno e non a personale interno, il direttore risponde che quei servizi sono "al momento inseparabili" dagli altri, ma ammette che "una riflessione sull'adeguatezza dei modelli esistenti è in corso", con "tavoli costanti insieme all'amministrazione comunale".

A quella risposta ribatte di nuovo Caudiero. Il Multiservizi, dice, "è il contratto del lavoro povero per eccellenza", applicato negli appalti "per un solo motivo: risparmiare". Tutte le mansioni delle educatrici, sostiene, esistono anche nel Federculture: "l'unica differenza" è che il Multiservizi "ha permesso fino ad ora di riconoscere uno stipendio inferiore", che il sindacato quantifica in circa 450 euro in meno al mese. "Negli appalti pubblici il lavoro povero non dovrebbe esistere, mai". Il passaggio al Federculture, riconosce, "è un passo necessario e positivo", ma restano gli inquadramenti e il superamento dei part-time, e resta la richiesta di sedere al tavolo, fino a poche ore fa ancora incerta: "Sullo sfondo c'è un tema di democrazia sindacale".

A gestire l'appalto, in ultima istanza, è il Comune. I musei civici fanno parte del sistema PratoMusei, coordinato dall'area cultura comunale, che è la stazione appaltante: è il Comune a stabilire quale contratto imporre e a dover vigilare sulla sua applicazione. A rispondere a Buzz Prato è stata la neo assessora alla Cultura Ilaria Santi, che conferma l'impegno del capitolato sul mantenimento dei livelli retributivi migliori e annuncia che "i direttori dei musei vigileranno per tutta la durata del contratto". Su un punto la sua versione si distingue da quella della Fondazione: mentre il Pecci dice di non aver ricevuto segnalazioni, Santi conferma che "risultano pervenute le segnalazioni di SUDD Cobas nei giorni scorsi". Sulla richiesta del sindacato di base di sedere al tavolo, invece, non si sbilancia: la partecipazione, dice, "è assicurata nel rispetto delle regole esistenti".

Quello che il bilancio non dice

C'è un ultimo documento che aiuta a capire la vicenda, ed è il bilancio (Öffnet in neuem Fenster) del Pecci. Il consuntivo 2025 racconta un anno positivo: visitatori in crescita del 21%, contributi privati saliti del 25, e ampio spazio dedicato proprio alle attività educative e di accessibilità, indicate come uno dei punti di forza dell'anno. La relazione definisce il dipartimento educativo un "volano per intercettare nuovi investimenti privati": tra gli sponsor di questi progetti c'è anche la società di consulenza PwC.

Le persone che quelle attività le realizzano, però, nel bilancio non si vedono. Il museo ha 17 dipendenti diretti, a cui applica il contratto Federculture (fa eccezione il direttore, inquadrato come dirigente), per un costo del personale di 816 mila euro: di questi, circa 159 mila sono il costo del solo direttore generale, una cifra paragonabile a quella di istituzioni con bilanci doppi o tripli rispetto a quello del Pecci. Tutto il resto del lavoro a contatto con il pubblico (guardiania, bookshop, biblioteca e buona parte dell'attività educativa) è esternalizzato, e nei conti scompare dentro voci generiche dedicate ai "servizi". La voce di bilancio intitolata alla didattica vale poco più di 11 mila euro. È la distanza tra il modo in cui un museo pubblico racconta le proprie attività educative e il peso, anche contrattuale, riconosciuto a chi le svolge.

Cosa c'è in gioco

Il prossimo incontro sul cambio di appalto è fissato per lunedì 29 giugno, ma difficilmente sarà risolutivo. Una novità delle ultime ore è che i Sudd Cobas sono stati invitati a partecipare al tavolo che si terrà lunedì. Entrambi i sindacati descrivono questo appuntamento, comunque, come un passaggio ancora interlocutorio.

La vera partita si gioca nelle settimane successive, e su due piani. Il primo è immediato: come verranno inquadrate le educatrici nel nuovo contratto e, soprattutto, se chi oggi ha un contratto a termine o una partita IVA verrà confermato o lasciato a casa. Il secondo è più di fondo, e lo pone soprattutto la CGIL: chiedere al Comune di superare del tutto la logica dell'appalto e arrivare a una "gestione diretta" dei servizi culturali, riportarli, cioè, dentro il pubblico. Perché è il sistema dell'appalto al ribasso, sostengono i sindacati, a generare i problemi che le educatrici denunciano.

È una vertenza che riguarda nove lavoratrici, in una città di provincia. Ma è anche un test su un'idea diffusa di museo: quella che, negli ultimi anni, ha fatto dell'apertura alla comunità la propria parola d'ordine. La domanda che questa storia lascia aperta è se in quella comunità rientri anche chi, ogni giorno e spesso senza essere visto, i musei li tiene aperti.

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Segnatelo: l’agenda di Buzz Prato

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Una canzone che ho ascoltato mentre scrivevo

“Better Man” dei Peal Jam. Una canzone che parla di una donna che sa di meritare di meglio. Un classicone che va sempre bene.

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Kategorie Società

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