
Qualche mese fa un carissimo amico e curatore di collana mi ha chiesto se avessi un racconto di fantasmi da proporgli.
In questi casi nella mia testa parte la gara.
Ci sono un certo numero di soggetti pronti ai blocchi di partenza.
Alcuni inciampano e cascano subito dopo lo start.
Altri arrivano un pochino avanti.
Altri addirittura in vista del traguardo.
Ma uno solo riesce a farcela. Di solito quello meno prevedibile.
Ecco qualche soggetto scartato e qualche inizio di racconto che non vedranno la luce se non qui. Mi raccomando, restino tra me e te!
Fantasmi siciliani

L’idea iniziale era questa:
Una donna torna a Palermo da Milano. È venuta per i funerali della madre. Nel frattempo cerca lavoro come badante e lo trova in una grande casa nobiliare. Solo che la sua assistita non è quel che crede lei.
L’idea del rientro da Milano a Palermo, l’ho scartata quasi subito. Minimizzare gli spostamenti geografici allo stretto indispensabile è un trucco che va sempre tenuto in considerazione nei testi brevi.
In fin dei conti non stavo scrivendo una storia di viaggio, ma una di fantasmi.
Volevo che la protagonista - si chiamerà Agata come una mia cara amica siciliana - fosse una donna bloccata in casa con una persona anziana da accudire, la madre. Combattuta tra l’affetto per la madre e la voglia di liberarsene per fare finalmente la propria vita. Una donna che, nonostante l’età, fosse fuori dalle logiche del lavoro, non autosufficiente. È una cosa che capita spesso in questi casi.
Iniziamo quindi subito con la morte della madre e il senso di sollievo che si mescola con quello di colpa nella testa di Agata.
E quindi ho scritto questo inizio:
La sera precedente avevano litigato.
Agata però non era stata zitta come al solito.
Tu sei stata la mia rovina, ho sacrificato tutto per te! Non ho una vita, non ho niente fuori da questa topaia, ho trentacinque anni e non ho mai nemmeno scopato per pulirti il culo ogni santo giorno!
La mamma si era messa a piangere, in silenzio, ripiegata su se stessa nel letto sfondato, sfilacciata come un vecchio straccio. Lei e le sue grinze grigie, piene di veleno e sudore.
E ad Agata era piaciuto.
Oh, se le era piaciuto!
Il parroco le posa la mano sulla spalla e le dice qualcosa.
Quelli delle pompe funebri le danno il libro delle partecipazioni. È intonso. Al funerale non è venuto nessuno. Le dicono qualcosa, chiudono il portellone del carro funebre e vanno.
Era stata lei a trovare mamma morta al mattino.
Come si era accorta del decesso?
L’odore, dottore, l’odore era diverso dal solito, più aspro, solido come un muro. E il silenzio, dottore. Spaventoso. Assoluto. Di colpo quella mattina esisteva solo Palermo con il suo traffico, le voci dei passanti, il cinguettio degli uccellini sugli alberi vicini.
Agata stringe il libro delle partecipazioni al petto.
Una sensazione mai provata prima le invade la carne.
Non sa darle un nome e non sa dire se le piaccia o meno.
La consapevolezza di essere sola arriva di colpo, tutta in una volta.
Agata non sa fare nulla se non accudire la mamma.
Agata si domanda cosa farà d’ora in avanti.
La stesura della storia è andata per un po’. Mi sono divertito molto a descrivere le strade afose del centro storico di Palermo e il palazzo in cui Agata avrebbe lavorato seminando qua e là indizi, segnali che c’era qualcosa di strano, che qualcosa stava per succedere. Sono arrivato alla prima apparizione fantasmatica. In realtà forse un’allucinazione uditiva. Agata, dopo aver preso servizio come badante, di notte sente lo scampanellio della sua assistita. Si alza per raggiungerla, attraversa i corridoi bui e le stanze vuote di questo palazzo deserto e non trova nessuno. Solo i segni di un passato che non le dice nulla ma la affascina.
E questo è tutto.
Ma non è stato l’unico fantasma che ho provato a evocare.
Ce n’erano altri due.