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Appuntamento con il diavolo

Alle undici e mezza i due rappresentanti pieni di profumo scadente e denti finti che avevano parlato per tutta la cena di donne, finiscono gli amari, si alzano e vanno a pagare il conto.

È rimasto solo lui in sala, seduto a un tavolo ad angolo, sotto la finestra e accanto al dipinto della donna nuda composta da ortaggi in uno stile che vorrebbe imitare l’Arcimboldo.

Sul suo tavolo c’è una copia del romanzo “Il Mercoledì delle Ceneri”.

L’ha scritto lui.

È questo che fa di lavoro, scrive romanzi.

Dall’altra parte della sala un cameriere se ne va, raggiunge il bancone di metallo cromato. Dietro al bancone c’è il barista. I due parlano di qualcosa che lui non può sentire, poi il barista annuisce e il cameriere esce di scena. Sembra di assistere a una commedia basso budget con arredi anni 90 e musica anni 80. Il cameriere torna dopo un po’ con il cappotto addosso, saluta il barista ed esce dal locale accompagnato dal suono del campanellino attaccato alla porta.

Lui guarda il suo riflesso nello specchio alla sua sinistra, le borse sotto gli occhi, i capelli coloro pantegana, la barba fatta male, la pelle della faccia sciolta, gli occhi glauchi di uno spettro incontrato da Ulisse nell’Ade.

Il barista nel frattempo sta asciugando un calice come in quadro di Hopper. È un uomo smilzo, uno di quelli che portano le camicie come se fossero una seconda pelle. Asciuga e lancia occhiate in sala finché non incrocia il suo sguardo. Gli sorride.

Lui fa un cenno al barista che abbandona la sua postazione e lo raggiunge: «Mi dica?»

«Per caso qualcuno ha lasciato un biglietto per me?»

«No».

«Naturalmente».

Il barista dà un’occhiata al tavolo vuoto e alla tovaglia avorio sgualcita: «Posso portarle qualcosa, magari un caffè?»

«Sì, grazie».

Il barista se ne va.

Lui apre il libro.

A pagina 14 c’erano due paragrafi dedicati al posto, indicavano chiaramente quel ristorante come luogo dell’incontro. Poi aveva ripetuto l’informazione a pagina 20, a pagina 50, a pagina 92 e a pagina 110.

In tutti gli incipit dei capitoli era indicata l’ora – mezzanotte esatta – e il giorno.

Lui guarda il suo orologio rotto e ridacchia.

Nell’esergo naturalmente aveva scritto a chi era rivolto l’invito.

«Ecco il suo caffè», dice il barista. «Zucchero?»

«No, grazie».

«Anche io lo bevo amaro».

«Sa», dice lui. «Credo di aver fatto una cosa molto stupida».

«Che cosa?»

«Questa sera aspettavo qualcuno».

«Le ha dato buca?»

«Lei sa dirmi l’ora esatta?»

«È mezzanotte precisa».

«Quindi sì, direi che mi ha dato buca».

«Una donna?»

«Chi lo sa, forse. O forse un uomo, o forse entrambe le cose, o magari niente».

«Non capisco…»

«Ha mai sentito parlare di Stephen Hawking?»

«Mi pare di sì, ma non ricordo bene…»

«Era un famosissimo astrofisico e matematico».

«Non me ne intendo molto di queste cose».

«Nemmeno io».

«Non la seguo…»

«Hawking ha fatto un esperimento. Un gioco più che altro. Ha fatto una festa per i viaggiatori del tempo. Naturalmente ha mandato gli inviti solo a festa finita».

«E chi si è presentato a una festa del genere?»

«Nessuno. Il che gli ha permesso di formulare due ipotesi. La prima è che non sia possibile viaggiare nel tempo. La seconda è che i viaggiatori del tempo hanno ricevuto istruzioni precise di non mostrarsi agli umani del passato».

«Non deve essere stata una gran festa».

Lui allarga la braccia e indica la sala vuota. Il barista lo guarda come si guardano le persone strane, poi sorride. «Ora so come si è sentito Hawking», dice lui.

«Lei è un po’ matto, lo sa?»

Il barista torna al bancone ridacchiando. A guardarlo bene è proprio un bel ragazzo, un po’ troppo delicato forse, biondo, alto, con i colori di uno svedese e il fisico asciutto di un centometrista. Giovane, sì, ma quanto giovane?

Lui finisce il caffè, infila la giacca piena di buchi appesa alla sedia, raccoglie il libro, lo apre sull’esergo e legge l’elenco: Satana, Belzebù, Azazel, Semjaza, Mastema, Samael, Lucifero, Mefistofele, Abaddon, Apollyon, Belial, Asmodeo, Leviatano, Mammon, Belfagor…

Tutti nomi del suo invitato.

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