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Dove vanno le donne quando la casa non è più un luogo sicuro

Un viaggio dentro le case rifugio del centro antiviolenza La Nara di Prato, tra vite sospese, minori da proteggere e un lavoro quotidiano che in città riguarda sempre più donne.

Quando una donna entra in una casa rifugio, spesso ha con sé pochissimo: un borsone preparato in fretta, qualche vestito dei figli, i documenti Quasi mai ha la sensazione di “andare verso” qualcosa. Sta soprattutto scappando da qualcuno.

A Prato questo “altrove” esiste dal 1997, legato al centro antiviolenza La Nara, e da allora è cambiato molto il modo in cui lo si pensa e lo si usa. Ma una cosa è rimasta uguale, racconta Francesca Ranaldi, responsabile del centro:

«Quando la violenza diventa troppo pericolosa, va interrotta interrompendo la convivenza. È l’unico modo per mettersi in salvo».

Da qui partono le case rifugio: luoghi segreti dove le donne e i loro figli e figlie provano a mettersi al riparo e a ricominciare.

Negli ultimi anni questi luoghi sono diventati ancora più necessari. Il lavoro del centro La Nara lo conferma: nel solo 2024 sono state 508 le donne che hanno chiesto supporto, il numero più alto registrato dal 1997. Quest’anno la proiezione è di superare quel dato, dopo che oggi abbiamo già raggiunto quel numero.

«I numeri non devono spaventarci. Sono il segnale di un territorio che ascolta e di un servizio capace di accogliere»

Ma raccontano anche la pressione crescente su una rete che deve fare spazio, sostegno, protezione, orientamento, spesso a più donne contemporaneamente, con storie molto diverse ma quasi sempre ugualmente urgenti.

Da una stanza a una casa

La storia, a Prato, comincia alla fine degli anni Novanta. Nel 1996 viene approvata la nuova legge sulla violenza sessuale, che porta con sé i primi finanziamenti per i centri antiviolenza. Un anno dopo nasce il centro pratese.

All’inizio lo strumento principale è l’ascolto. Il centro accoglie donne in difficoltà, spesso in situazioni di disagio sociale, sfratti, precarietà economica, con figli piccoli. Dentro una di queste strutture si decide di tenere “una piccola stanza” come spazio di riparo per chi fugge da violenze in casa. Era un’idea semplice: se la violenza diventa troppo pericolosa, bisogna poter interrompere la convivenza e avere un posto dove stare.

Quella stanza, negli anni, diventa più stanze. Poi diventa una casa vera e propria, pensata esclusivamente come casa rifugio: non più un angolo dentro un’altra struttura, ma un luogo in cui andare quando rimanere a casa significa rischiare la vita.

Col tempo cambia anche la funzione. La casa non serve più solo a proteggere donne del territorio pratese, ma anche donne che arrivano da altri comuni e da altre regioni, quando la loro città non è più sicura. Accanto alla casa rifugio, nascono poi le strutture di “seconda accoglienza”: appartamenti o case dove il rischio è considerato medio-basso, o dove rientrano donne che erano state allontanate in case rifugio di altre città e stanno provando a ricostruire la propria vita tornando a Prato.

Come si decide chi deve entrare

Una delle cose che è cambiata di più, in questi quasi trent’anni, è la consapevolezza del rischio. All’inizio, dice Ranaldi, «nessuno sapeva davvero di cosa stavamo parlando»: non c’erano strumenti standardizzati, i dati erano scarsi, la percezione del pericolo era più intuitiva che strutturata.

Oggi le operatrici usano strumenti come il SARA (Opens in a new window), una griglia di lettura importata dal Nord America e adattata in Italia, che aiuta a leggere il rischio nei casi di violenza di genere. Non è un punteggio matematico, ma un modo per osservare con attenzione la storia di lei, quella di lui, il momento preciso della relazione, ciò che è accaduto nelle ultime settimane.

Si guarda quali sono i punti di forza e di fragilità della donna, che rete familiare ha, che autonomia economica può contare. Si guarda il comportamento dell’uomo, eventuali precedenti, uso di armi, escalation recenti. Si guarda se è in corso una separazione, che è quasi sempre una fase più rischiosa. E accanto a tutto questo c’è un elemento che Ranaldi rivendica:

«Ascoltiamo la paura. La sua, e anche la nostra. Ci sono situazioni che “fanno proprio tanta paura”, e anche quello aiuta a capire cosa fare».

In base a questa lettura, la donna può essere allontanata in emergenza o con un progetto più ragionato, quando si capisce che la convivenza non è più sostenibile.

Si può scappare anche senza denuncia

Una cosa che spesso non si sa è che non serve aver già denunciato per entrare in una casa rifugio. Si può scappare e poi decidere, con calma, se denunciare. Oppure si può scappare e scegliere di non farlo, almeno all’inizio. La priorità è proteggersi.

L’ingresso in casa rifugio è sempre una scelta della donna, ma è una scelta strettissima. Spesso l’alternativa è tornare da chi ha minacciato, picchiato, perseguitato.

Cosa significa davvero entrare in una casa rifugio

A volte l’allontanamento avviene dall’ospedale, altre volte dalle forze dell’ordine o dai servizi sociali. Non sempre c’è il tempo di preparare una valigia. Si parte con quello che c’è, a volte senza nemmeno un cambio. Spesso si va in un’altra città. Con sé si portano i figli, sempre. È complesso, emotivamente e praticamente.

Entrare in casa rifugio significa lasciare la propria casa, i propri affetti, il lavoro o parte di esso, la scuola dei figli, le abitudini quotidiane. Significa sparire dai luoghi abituali, cambiare numero di telefono, chiudere i social, proteggersi da qualsiasi indizio che possa rivelare dove ci si trova.

«È ancora la donna a doversi proteggere», ripete Ranaldi, «e non il contrario».

Segretezza e vita “sospesa”

La casa rifugio è un luogo segreto. L’indirizzo non viene comunicato a nessuno. I telefoni personali vengono cambiati, i profili social diventano un problema. Anche una foto, un messaggio, una geolocalizzazione possono diventare pericolosi.

La famiglia d’origine può essere coinvolta, quando è sicura, ma con cautela. Sapere troppo espone anche loro.

La normalità, soprattutto per i bambini e le bambine, viene sospesa. Le feste di compleanno non si possono fare. Gli amici non possono entrare. Le routine diventano incerte. È una quotidianità che si ricostruisce poco a poco, e che non può somigliare del tutto a quella di una casa normale, ma si ricomincia a respirare, a dormire, a sorridere e soprattutto si smette di avere paura.

I figli e gli incontri “protetti”

I bambini e le bambine sono sempre vittime del maltrattamento, anche quando non vengono mai toccati direttamente. Vedere picchiare la madre, trovare porte sfondate, vivere nel terrore è già violenza.

Quando c’è un procedimento in corso, il padre può chiedere incontri protetti. Sulla carta dovrebbero svolgersi in luoghi sicuri, con educatori presenti. Nella pratica, spesso, si fanno nella città da cui la donna è fuggita, costringendola a tornare proprio lì.

Gli spazi che vengono utilizzati sono molto diversi tra loro: biblioteche, uffici, stanze dei servizi sociali. Non sempre hanno ingressi separati, né protocolli adeguati. Succede che dettagli finiscano negli atti, che targhe vengano annotate, che l’indirizzo venga scoperto. È successo anche a Prato.

Per questo i centri toscani chiedono da tempo luoghi davvero neutri, vicini alla nuova residenza della donna, e un cambio culturale: smettere di considerare “buon padre” chi ha agito violenza, solo perché chiede di vedere i figli.

La vita quotidiana in casa

La casa rifugio è, nella pratica, una casa: si cucina, si dorme, si studia, si litiga, ci si aiuta. Nella stessa struttura convivono più nuclei, spesso di culture, lingue, abitudini molto diverse.

Non è sempre semplice: convivere in otto o nove persone, in un momento così fragile della vita, è complicato. Ma succede anche altro. Capita che un sorriso valga più di un discorso, che due donne che non parlano la stessa lingua si capiscano guardandosi, che si creino solidarietà difficili da immaginare fuori.

Quando le permanenze si allungano, e succede sempre più spesso, questo equilibrio può diventare fragile. I bambini e le bambine non possono invitare amici e amiche, non possono mostrare dove vivono, non hanno quella normalità che servirebbe loro per crescere.

Il lavoro delle operatrici

Attorno alle case lavora una squadra grande e complessa. Ci sono riunioni di gruppo, in cui si affrontano insieme problemi e risorse. Ci sono percorsi individuali per ogni donna, che includono sostegno psicologico, accompagnamenti pratici, una grande quantità di burocrazia da gestire.

E c’è il lavoro con i bambini e le bambine. Lo spazio gioco serve per osservare, per giocare, per ricostruire un pezzo di quotidianità. Non è terapia, ma è un accompagnamento educativo prezioso. Negli ultimi anni è nato anche un piccolo orto, curato da bambini, bambine e operatrici, che ha un valore simbolico importante: prendersi cura di qualcosa che cresce, in un momento in cui tutto nella vita sembra fermo.

I tempi lunghi dell’uscita

Sulla carta, l’accoglienza dura sei mesi, prorogabili per altri sei. Nella pratica, alcune donne restano due o tre anni. I procedimenti giudiziari sono lunghi, trovare casa è molto difficile, soprattutto per chi ha lavori precari o part-time. Anche i servizi sociali, spesso, non sanno come aiutarle.

I nuovi bandi per le case popolari, che permettono anche alle ospiti della casa rifugio di partecipare, sono un primo passo, ma non bastano. La sproporzione tra il numero delle donne che chiedono aiuto e le possibilità abitative resta enorme.

Chi sono le donne

Nel centro d’ascolto, la maggioranza sono italiane, ma nelle case rifugio le donne di origine straniera sono spesso più numerose, perché hanno meno reti familiari su cui contare. Ma la trasversalità è totale:

«Ci sono donne che ci somigliano tantissimo e altre che ci somigliano meno», dice Ranaldi. «Ma non è questa la differenza».

La differenza è che tutte si trovano in uno dei momenti più difficili della loro vita, e tutte devono compiere scelte che nessuno dovrebbe essere costretto a compiere.

Le leggi che ci sono, e quello che ancora manca

Negli ultimi anni la legislazione è cambiata molto: il codice rosso, le norme sullo stalking, l’inasprimento delle misure cautelari. È un progresso enorme rispetto a vent’anni fa. Ma nella pratica non basta. Le misure non sempre impediscono a un uomo violento di raggiungere la donna, i processi restano lenti, i percorsi di autonomia economica sono spesso fragili. E c’è un paradosso che attraversa ancora tutto questo: nonostante le norme, a fronte di comportamenti violenti sono quasi sempre le donne a dover andare via. A dover lasciare la casa, il quartiere, gli affetti, la scuola dei figli, il lavoro, mentre chi ha agito la violenza spesso rimane dov’è.

In questo sistema incompleto, le case rifugio, con tutte le loro imperfezioni e fatiche, restano uno degli strumenti più concreti di protezione. Ogni volta che una donna decide di entrarci, quello che si mette in pausa non è solo la relazione violenta: è un’intera vita, la sua e quella dei suoi figli e figlie.

È un passaggio difficilissimo, che comporta perdite e rinunce, ma è anche il primo luogo in cui molte donne ricominciano a respirare, a sentirsi credute, a dare un nome a ciò che hanno vissuto. E, col tempo, è anche l’inizio di una nuova esistenza: una ricostruzione possibile, che si appoggia sulle proprie forze.


Se hai bisogno di aiuto: il Centro antiviolenza La Nara di Prato risponde allo 0574 34472.
Il numero nazionale antiviolenza e stalking è il 1522, attivo 24 ore su 24.
Sono servizi gratuiti, anonimi e accessibili anche senza denuncia.





Ed ora qualcosa di completamente differente: parliamo di Prato e pasticceria.

Facciamo un festival?

Le Tre Torte del Gambero Rosso assegnate (Opens in a new window) a Paolo Sacchetti del Nuovo Mondo e Luca Mannori (le uniche in Toscana) ormai non sorprendono più: confermano una continuità di qualità che a Prato è diventata quasi normale. Ma proprio questa normalità è il punto interessante. Perché la pasticceria, qui, non è solo un comparto gastronomico: è uno dei modi attraverso cui la città ha imparato a parlare di sé.

In un territorio che spesso fatica a costruire un racconto condiviso, industriale ma creativo, popolare ma internazionale, la pasticceria ha fatto un lavoro sotterraneo ma decisivo. Le pesche di Prato, diventate icona, sono un esempio chiaro: un dolce tradizionale trasformato in simbolo contemporaneo senza mai perdere la sua radice popolare.

Per questo l’idea di un festival della pasticceria pratese non sarebbe solo un evento gastronomico. Sarebbe un modo per mettere al centro una delle poche narrazioni cittadine già solide, già riconosciute fuori dal territorio. Un’occasione per ragionare su cosa rende questa città capace di produrre eccellenza in modo così continuativo, e su come questa eccellenza possa diventare parte di una storia collettiva più ampia.

Prato, in fondo, ha bisogno di raccontarsi meglio. E a ben vedere, gli ingredienti ci sono già tutti.


L’agenda

Cosa non perdere a Prato questa settimana, secondo me.

Cinema (vi metto link): Terminale (Opens in a new window), Eden (Opens in a new window), Pecci (Opens in a new window), Garibaldi (Opens in a new window).


I matti della città di Prato

Siamo tutti e tutte un po’ matti in questa città. Eccone i tre scelti a caso da il Repertorio dei matti della città di Prato (Marcos y Marcos): un libretto, nato da un laboratorio con Paolo Nori. Storielle brevi di persone pratesi eccentriche. Per fare un sorriso.

Uno stava passeggiando per le vie di Prato, quando si ferma una macchina con quattro ragazzi giovani dentro e uno di loro abbassa il finestrino e gli fa ‘Scusa, un tu c’hai mica una cartina?’ “Una cartina?!’ chiede lui, poi si picchia con la mano sulla fronte e dice orgoglioso ‘io ce l’ho tutta qui Prato!”’

Uno che tutti chiamavano Renzo, a novantaquattro anni aveva pubblicato il suo primo romanzo. S’intitolava “I miei primi novantaquattro anni”.

C’era uno, che ormai lo conoscevano, che all’Esselunga di Viale Galilei, alle casse, con il barattolo in mano borbottava «Ignoro sempre la scritta “aprire qui”. Non per qualcosa, ma preferisco aprirli a casa con comodo».


Una canzone che ho ascoltato mentre scrivevo questa newsletter

“Loungin’” di Guru. Uno dei pezzi più iconici del progetto Jazzmatazz Vol. 1, un album rivoluzionario in cui Guru (del duo Gang Starr) ha fuso hip-hop e jazz suonato da musicisti reali, creando uno stile allora nuovo e sperimentale. Alla tromba c’è Donald Byrd: è un brano raffinato che rilassa, ispira.

Lo puoi ascoltare anche su Spotify (Opens in a new window)

https://www.youtube.com/watch?v=j_tBymadvVI (Opens in a new window)
Topic Società

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