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I 5 brand di Parigi che vi siete persi

La fashion week di Parigi non ha resettato il mondo della moda come molti speravano, e nel caos di notizie che ne è seguito, ha tolto spazio ai nomi emergenti più interessanti. Fortunatamente, noi siamo qui per questo.

Niccolò Pasqualetti, S/S 2026

Niccolò Pasqualetti

Di questo giovane dai capelli biondi che sembra uscito fuori da una favola di epoca barocca, come quelle di Giambattista Basile poi portate sullo schermo da Matteo Garrone ne Il racconto dei racconti, parliamo già da tempo (e l’abbiamo anche avuto ospite a Front Row, la puntata la trovate qui (Opens in a new window)). Pasqualetti, che ha imparato l’arte del surrealismo da Loewe, lavorando a stretto contatto con Adrian Appiolaza, il direttore creativo di Moschino, sfila da sempre a Parigi. Ed è un gran peccato per Milano, che si perde uno dei creativi più rilevanti della nuova generazione, con una sua identità che diventa più precisa ad ogni stagione. La sua eleganza è raffinata, ma sembra seguire l’istintualità tattile dei tessuti più che una qualche forma di arzigogolato ragionamento su cosa potrebbe diventare virale sui social. Nelle sue mani persino i lustrini, che qui adornano gonne, t-shirt dallo scollo a barca o sono decorazione apparentemente casuale sulle spalle, come se vi fosse caduta sopra della polvere di stelle, appaiono decorazione intellò e non orpelli strombazzanti privi di grazia. I volumi sono stratificati eppure leggeri, ben lontani dall’effetto “a cipolla” che secondo vostra madre è essenziale per affrontare le mezze stagioni. I tagli sono geometrici e le simmetrie sono riviste con un certo grado di poesia: i cardigan si abbottonano sul lato, il body diventa praticamente un bikini, e l’effetto finale è di un rapporto risolto e pacificato col corpo della donna (cosa che non si può dire di molti grandi designer). Se preservato – perché Pasqualetti come ogni tesoro nazionale, va tutelato dalla finanza e da quanti nella moda potrebbero approfittarsi della sua indole silvana, innocente e tendente alla fiducia nel prossimo – potrà darci grande soddisfazioni.

Paloma Wool

Paloma Lanna è nata nel 1989 a San Sebastián ma è poi cresciuta a Barcellona. Il progetto di Paloma Wool nasce invece nel 2014, ed è riuscito a coltivarsi una propria community su Ig, dove ha 821 mila follower. Di designer spagnoli che abbiano un’estetica interessante anche per il resto del mondo, con tutto il rispetto, non se ne vedevano dai tempi di Agatha Ruiz De La Prada (che infatti negli Anni 80 collaborava con Pedro Almodovar per alcuni dei suoi primi film, come Pepi,Luci,Bom, e le altre ragazze del mucchio. E però la peculiarità di Paloma Wool in quanto brand è che la sua stessa fondatrice lo considera uno strumento multimediale, attraverso il quale è possibile aprire conversazioni con altri artisti, artigiani e designer locali, realizzando tutti i capi – per la maggior parte con materiali naturali e certificati – tra Spagna e Portogallo. We love a sustainable Queen.

Paloma Wool, S/S 2026

Burc Akyol

Burk Akyol, s/s 2026

Il brand lanciato nel 2019, questo francese di origine turca ha iniziato a lavorare nella moda, come molti, guardando al padre, che di mestiere faceva il sarto. Laureatosi all’Institut français de la mode, Akyol ha dalla sua una sensualità peculiare, che di certo guarda alla sexiness anni’90 di Tom Ford e che però ha uno sguardo meno predatorio sul corpo della donna. Questa collezione si chiama Gülistan, letteralmente “terra delle rose” secondo il poeta Sadi, ed è una lettera d’amore verso l’altro, verso chi da noi, per educazione o geografia, è diverso. Il diverso di Akyol in questo caso sono i rom, la popolazione gitana che lo stilista incontrava spesso a scuola, quando tra gli altri bambini apparivano loro, figli di un popolo che per definizione è in viaggio perenne. L’incontro con la loro cultura, la loro attenzione a una silhouette definita ma che poi esplode nei colori e nei volumi con le gonne, che al designer ricordavano i profili delle ballerine di flamenco sul pacchetto delle Gitanes.

Akyol però è veloce nel dire che non è una collezione incentrata su gitani e decorazioni floreali, perché quella l’ha fatta già Galliano (l’haute couture di Dior del 2003) quanto sulla ricerca della bellezza e dell’accettazione dell’altro, con un’individualità anche stilistica che può essere opposta alla nostra, ma non per questo meno seducente. Non mi sento di dargli torto. Ps la collezione è effettivamente molto bella.

Alainpaul

Alainpaul s/s 2026

Alain Paul ha lavorato da Vetements e da Louis Vuitton prima di decidersi a lanciare il suo brand. Nato ad Hong Kong, da una madre danese e brasiliana e con un padre francese, in Francia è arrivato solo nel 1997. Questa infanzia vissuta da un’altra parte del mondo, una che per estetica ha una sua ricchezza e tradizione, rende il suo lavoro interessante. Vincitore del premio speciale dell’ANDAM del 2025, la fluidità di certi suoi vestiti ha molto a che fare con la danza: la sua stessa etichetta è ispirata alla fascia elastica presente sulle demi-pointe usate dalle ballerine di danza classica, e in ogni sfilata (la prima è stata la s/s 2024) c’è un direttore dei movimenti, che si occupa di fornire una certa fisicità allo show.

 Le bande elastiche ritornano in questa stagione in un vestito, un top e una gonna – realizzati in colab con l’artista Cécile Feilchenfeldt – intrappolate in una gabbia di maglieria, regalando una certa qualità scultorea ai pezzi. Vestiti e camicie si realizzano riprendendo il nylon delle calze dei ballerini, mentre i cappotti in pelle sono riciclati da pezzi già esistenti. Le sue creazioni hanno una certa capacità cinematografica di restarti impresse: non stupisce il fatto che, oltre ad essere già venduto da Bergdorf Goodman (New York), 10 Corso Como (Milano), H. Lorenzo (Los Angeles) e Dover Street Market a Parigi, i suoi pezzi siano già stati indossati da diversi artisti. L’ultima in ordine di apparizione? La nostra Señora della musica Rosalìa, che ha indossato un vestito a maniche lunghe del brand per la cover del suo prossimo album, Lux.

Fidan Novruzova

Alla sua decima collezione, la designer moldava si concede il debutto in passerella (e infatti la collezione si chiama Le début). Diplomata alla Saint Martins, il brand è nato nel 2020 e guarda spesso agli eccessi del passato per creare vestiti retro-futuristi. In questo caso l’ispirazione opera una surrealistica crasi tra il mondo dell’Art Deco parigino degli Anni 20 e il power dressing degli Anni 80. Scarpe con punta quadrata, tasche dai volumi gargantueschi e spalle volutamente ammorbidite da delle curve, le sovrapposizioni di capi così surrealisti crea naturalmente un effetto trompe-l'œil.

Eppure, a guardarli singolarmente, i pezzi di questa collezione sono quasi ordinari: le gonne sono in neoprene, i bomber sembrano delle camicie quasi napoleoniche, infilati nei pantaloni, e invece si potrebbero facilmente incontrare nella strada di qualunque grande città. Le gonne e i pantaloni hanno come maxi decorazioni degli occhielli in metallo che guardano dichiaratamente a tutta una serie di disastri stilistici degli Anni 10, ma riescono comunque a rivendicare una certa precisa identità. Fidan Novruzova ha certamente bisogno di tempo per sviluppare una visione più precisa che non sia solo un collage di ricordi passati, ma, come diceva qualcuno “la ragazza si farà”. E noi saremo qui ad aspettarla.

We are the fashion pack

The tortured audio visivo department

Official soundtrack della settimana

https://www.youtube.com/watch?v=UKXIJqT7B2o (Opens in a new window)

Scriverei di qualunque gruppo femminile (tranne che delle Haim, di cui scrivono già in troppi) a prescindere, ma The Last Dinner Party sono tra le mie preferite. Da poco è arrivato il loro nuovo album, From the Pyre, e queste ragazze con le loro chitarre e i top con maniche a sbuffo dalle chiare reminiscenze vittoriane mi hanno già conquistata. E sono certa che conquisteranno anche voi.

Ci si vede la settimana prossima, sperando che il mondo della moda regga sino ad allora (non si è più sicuri di niente ormai). Buon weekend, G.

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