A Milano mi spostavo generalmente con la filovia che fa il giro della circonvallazione esterna. Si chiama tuttora la circolare novanta/novantuno, al femminile, come accade in quella città anche a tutte le linee degli autobus. Fanno eccezione i tram, che invece sono nominati con il maschile: l’uno, il cinque, l’undici, il dodici e via così.
Doveva essere il marzo del 1986, ero alla fermata della circolare novanta per andare a scuola e mi trovai due persone che volantinavano.
Si può dire che ero già svezzato alla politica. L’anno precedente il 1985, fu un anno di mobilitazioni studentesche a Milano e in tutta Italia. Come giovani eravamo ancora demograficamente tanti e il sistema scolastico faceva fatica ad avere strutture adeguate, anche a Milano. Il Liceo Artistico rimase senza sede e ci mobilitammo in molte delle scuole della città per fare in modo che ne avesse una.
Durante quel movimento il mio amico Luca S., che frequentava il Donatelli mentre io ero ancora al XIII Liceo Scientifico, mi convinse a iscrivermi alla Federazione Giovani Comunisti. Durò poco, solo qualche mese, finché non ci espulsero con un processo sommario. Lo fecero perché parlavamo con chi vendeva, fuori dalla sede di Via Orti, un giornale che si chiamava Falce e martello, di pericolosissime tendenze trotzkiste.
In realtà mi ero fermato perché c’era una ragazza che mi piaceva. Questo ai “compagni” che mi espulsero non lo confessai; probabilmente avrebbero virilmente capito la mia debolezza e ritirato il provvedimento.
A me pareva tutto così assurdo, ma non cedetti e me ne andai.
Alla fermata della novanta, invece, i due che volatinavano erano di Democrazia Proletaria, un’organizzazione di nuova sinistra ovvero quella nata dai movimenti degli anni ‘60 e ‘70. Era da poco stato ucciso Luca Rossi, un giovane ragazzo di DP, a un’altra fermata della circolare, dall’altra parte della città.
(Opens in a new window)E’ la sera del 23 Febbraio 1986. Luca ed un amico, giovani militanti e studenti universitari non ancora ventenni, stanno correndo per prendere la filovia in Piazzale Lugano, quartiere Bovisa di Milano. In un altro punto della stessa piazza, alcune persone discutono prima con calma e poi sempre più animatamente e scoppia una rissa. Una delle persone coinvolte è un agente fuori servizio in forza alla Digos. La rissa è un susseguirsi di pestaggi e discussioni e dopo oltre quindici minuti finisce senza che l’agente chiami rinforzi. Due delle persone coinvolte fuggono in auto ed il poliziotto incapace di affrontare la situazione con la ragione e l’autorità richieste, estrae la sua pistola d’ordinanza ed in posizione di tiro, facendo arbitrariamente e illegittimamente uso delle armi, spara ad altezza d’uomo per colpire i fuggitivi. Uno dei proiettili ferisce a morte Luca che si trovava a passare per caso in quel luogo e in quel momento. Ma non è un “caso” che consente al poliziotto di sparare. E’ una legge, la cosiddetta “Legge Reale” che conta al suo attivo negli anni decine e decine di vittime “per sbaglio”. La successiva sentenza definitiva, che chiude il processo voluto dai familiari per ricerca di verità e giustizia e non certo per vendetta, riconosce l’agente colpevole di omicidio colposo aggravato.
Queste le parole che descrivono la storia di Luca sul sito dei suoi amici e compagni (Opens in a new window), che poi sono anche i miei compagni e amici.
Già perché da quel volantinaggio alla fermata della circolare iniziai a frequentare quel gruppo. Il primo contatto fu Andrea, in seguito soprannominato il Tartaro. Gibo, al secolo Luca G., gli affibbiò quel soprannome perché i lunghi capelli, i modi bruschi e, in generale, il modo di vestirsi richiamavano il comunismo delle origini. E’ un concetto che deriva da Rousseau e dalla sua idea che fosse esistito, in origine, uno stato di natura in cui tutti gli esseri umani erano uguali. Per l’Andrea era un soprannome perfetto e, da allora, cioè dal mercatino dei libri usati di Piazza Vetra edizione 1988, fu il Tartaro.
Con l’Andrea Tartaro abbiamo poi condiviso molte cose, fino a un litigio quando, molto più avanti nel tempo, non fummo d’accordo su come gestire la casa in cui convivevamo.
Era una persona generosa, poco dialettica e che soffriva di una condizione di perpetua precarietà.
Fu uno dei primi Pony Express, ovvero lavoratori con contratti precari che svolgevano consegne in città, si arrangiò con trasporti e traslochi e fece per un periodo anche il taxista. Quando capì, prima di altri, che avevo un talento per smontare e rimontare mobili mi scritturò per più di un trasloco.
In uno di questi lavori, fatto con un furgone vecchissimo con la frenata inesistente, lui alla guida, vidi un semaforo tendente al rosso in avvicinamento e una pattuglia appena dopo. Il Tartaro, con molta calma e con il senso del grottesco che gli era proprio, mi avvertì che non sarebbe riuscito a frenare in tempo, eravamo troppo carichi. Fummo fermati ma, stavolta, graziati. Ripartimmo sul furgone scassatissimo e finimmo il lavoro.
Insomma Andrea detto il Tartaro si trovò in quella condizione di precarizzazione del lavoro operaio che è diventata sempre più regola, estendendosi anche ai lavori intellettuali. Una condizione non solo sua, ma che per lui fu molto più evidente che per altri. Era proletario, senza paracaduti.

Parlo al passato perché è morto l’estate scorsa. Ormai non ci sentivamo più, non so per cosa ma avevamo rotto i ponti.
In realtà lo vidi ancora a una manifestazione in cui capitai a Milano un paio di anni prima della sua morte, chiacchierammo a lungo. Già non stava bene. Faceva fatica a respirare.
In seguito mi arrivò una comunicazione: il Tartaro era in difficoltà perché gli avevano tolto il reddito di cittadinanza e stavano organizzando una colletta per aiutarlo. Partecipai.
Infine arrivò la notizia del suo corpo ritrovato senza vita in casa, da solo. Qualche compagno si preoccupò non vedendolo più e lo fece cercare fino a far forzare la porta dai vigili.
Era estate, rimase in obitorio per almeno un mese in attesa di un medico legale che certificasse la morte naturale. Poi riuscimmo a fare il funerale.
Ci trovammo in molti al cimitero di Lambrate, a Milano.
Non so bene perché l’Andrea fosse così Tartaro, la sua storia non me la raccontò mai. Non per intero. So, però, che aveva rotto con la famiglia, come fece con me e con altri amici e compagni.
Al funerale feci un intervento dicendo che mi spiaceva di non averlo più cercato. Parlai anche di un paio di episodi. Uno a Torino, quando andammo per vedere cosa succedeva a una kermesse con Pippo Baudo di presentazione di un nuovo modello di automobile della Fiat. Poteva essere il 1995.
Ci presero subito, appena arrivati. Un poliziotto vide la maglietta di Andrea che aveva la scritta “Viva Zapata” e non ci pensò su due volte: fermati e portati in questura per diverse ore.
Lì eravamo in compagnia di altri pericolosi estremisti, prevalentemente anarchici. Volevano solo dire, a Torino città allora della Fiat, che non tutto è automobile. Cantammo insieme a loro.
Avvertii il Tartaro che, al momento del canto dell’Internazionale, avrebbe dovuto evitare di urlare “Viva Lenin” alla fine della canzone, i nostri compagni di coro non avrebbero apprezzato. Lui lo fece lo stesso. Come sempre aveva scelto di essere se stesso, senza nessun compromesso.
Dissi anche, quando presi parola al suo funerale, che la versione che si canta in Italia dell’Internazionale è pessima, è una traduzione che vinse un concorso a inizio novecento, intrisa di positivismo e idealismo.
Citai, invece come esempio, la versione cantata da Ivan della Mea e scritta da Franco Fortini; dove vi è il verso che dà il titolo a questo racconto:
“da continente a continente, questa terra ci basterà”
Credo sia di strettissima attualità e con questa frase voglio ricordare il Tartaro, colui che mi introdusse al frazionato e prolifico mondo della nuova sinistra milanese.
In realtà, quel giorno al cimitero di Lambrate, citai parte del ritornello:
“L’Internazionale fu vinta e vincerà”
Mi rispose Guido degli Ottoni a scoppio (Opens in a new window) ricordando un altro verso della versione di Fortini:
https://www.youtube.com/watch?v=ymmUo8XD_-o&list=RDymmUo8XD_-o&start_radio=1 (Opens in a new window)“Chi ha compagni non morirà”
Al funerale dell’Andrea Tartaro, alla fine, cantai anch’io la versione dell’Internazionale che non mi piace, insieme a tutti gli altri e con l’accompagnamento degli Ottoni a scoppio.
https://vimeo.com/1010464515?fl=tl&fe=ec (Opens in a new window)Lo feci in sua memoria, anche se tutta la situazione mi richiamò un film visto nel 2009 in un cinema d’essai a Ivrea. Il film si intitola Louise Michel (Opens in a new window), è una commedia grottesca che inizia proprio con un funerale in cui viene cantata l’Internazionale. Ma ne parliamo la prossima volta.
Maketto