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LA NEWSLETTER SETTIMANALE DI ANDREA BATILLA

Che cosa diavolo sta succedendo?

Con le prossime sfilate di New York, Milano e Parigi ci sarà una quantità di debutti alle direzioni creative dei marchi mai vista nella storia della moda. Letteralmente.

Eccovi un veloce recap. 

Glenn Martens da Maison Margiela

Matthieu Blazy da Chanel 

Louise Trotter da Bottega Veneta 

Nicholas Auburn da Area

Pierpaolo Piccioli da Balenciaga

David Koma da Blumarine

Mark Howard Thomas da Carven

Jonathan Anderson da Dior

Demna da Gucci

Duran Lantink da Jean Paul Gaultier

Simone Bellotti da Jil Sander

Jack McCullough e Lazaro Hernandez da Loewe

Meryl Rogge da Marni

Miguel Castro Freitas da Mugler

Rachel Scott da Proenza Schouler

Dario Vitale da Versace

In totale sono 16. Una cifra incredibile che sembra essere una risposta unanime agli enormi rallentamenti di fatturato del mondo del lusso perché cavallo che vince non si cambia ma cavallo che perde si fa fuori. Tutto molto chiaro e anche estremamente semplicistico. Un pò come dire il negozio non vende e io rifaccio le vetrine.

Dopo gli anni di vacche grasse, per stare sempre a delle similitudini animaliste, che dal 2015 hanno visto favolosissimi aumenti di fatturato e altrettanto favolosi aumenti di margini, la moda si è ritrovata all’improvviso in un vuoto di contenuti e di desiderabilità che in pochi avevano previsto. Per un lungo momento, subito dopo il periodo del Covid, si è pensato e sperato che bastasse assestarsi nella confortevole area del fatidico quiet luxury e magari riuscire ad andare avanti solo grazie all’apparentemente inscalfibile mito della qualità suprema e dell’eleganza understated. In molti, moltissimi, guardavano rapiti i report di vendite di Hermès, Chanel e Loro Piana, in continuo aumento, pensando che quella fosse la ricetta universale per la crescita infinita. E invece niente. Anche gli intoccabili sono stati toccati dalla crisi e nel giro di mesi il sogno della cancellazione della complessità è svanito. Si torna quindi ai direttori creativi che se non altro fanno notizia e magari, se si azzecca la scelta, riportano i clienti nei negozi.

La moda, gestita da manager generalmente incompetenti, continua a rifiutare la complessità e il fatto che Luca de Meo, ex CEO di Renault sia ora a capo di Kering suona un pò come l’arrivo del preside nella classe rumorosa gestita dal supplente, per riportare ordine. 

Poco prima che Alessandro Michele fosse fatto fuori da Gucci, quando i numeri cominciavano a mettersi pericolosamente male, il commento di uno dei più prestigiosi analisti del lusso, Luca Solca, è stato che quel tipo di massimalismo aveva stufato e che c’era bisogno di rinnovamento. Un pò come dire che per dimagrire bisogna mangiare meno. Questo tipo di pensiero, così limitato e limitante, è tipico di un mondo che non si prende mai il tempo di esercitare una critica profonda su sé stesso, che non ha le risorse culturali per guardarsi e fare analisi andando oltre i numeri. Mentre lo spazio della riflessione nelle altri arti è configurato come necessario alla sopravvivenza del sistema, nella moda semplicemente non esiste. 
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