Un viaggio nella Prato di chi non può scegliere: davanti alla questura, nelle scuole, nei cantieri, al pronto soccorso, in strada e nelle celle della Dogaia.
Ciao! Mi chiamo Lorenzo Tempestini, faccio il giornalista a Prato da un po’ di anni e questo che stai leggendo è un articolo di Buzz Prato, un progetto editoriale indipendente. Se sei arrivata/o qui per caso, puoi iscriverti alla newsletter e non perderti i prossimi articoli o al canale Whatsapp (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre) dove ogni mattina faccio una veloce rassegna stampa.
Prima di iniziare: Un festival musicale fatto con cura
Questo contenuto è realizzato in partnership con Festival delle Colline che sostiene Buzz Prato.

Il Festival delle Colline torna dal 10 al 21 luglio con cinque concerti tra Poggio a Caiano, Carmignano e Prato.
È un festival fatto di nomi magari non enormi, ma scelti con cura: musicisti, progetti e riletture che hanno qualcosa da dire. E poi ci sono i luoghi della provincia di Prato, che fanno metà programma: la Rocca di Carmignano (in foto), Santa Cristina in Pilli, piazza del Santissimo Rosario, la Corte delle Sculture della Lazzerini.
Il tutto con una cosa ormai rara oggi quando si parla di musica dal vivo: prezzi accessibili. Due concerti sono a ingresso libero, gli altri costano 10 euro.
Per Buzz Prato è una collaborazione che ha senso, perché racconta un’idea di cultura vicina a quella che mi interessa: non per forza grande, non per forza rumorosa, ma curata e accessibile. Nelle prossime settimane vi racconterò meglio il programma.
La Prato di chi resta al caldo
Scuole, questura, carcere, mensa: sette soste in una città che brucia
ASCOLTA LA VERSIONE AUDIO DELL’ARTICOLO
C'è un modo per misurare quanto fa caldo in una città. Non serve un termometro. Basta guardare chi il caldo non può evitarlo.
Negli ultimi giorni di giugno a Prato le temperature hanno superato i 35 gradi per giorni consecutivi. Le città amplificano il caldo: l'asfalto, il cemento, la mancanza di verde fanno sì che i centri urbani siano mediamente più caldi della campagna circostante. A Prato ci sono 18,8 alberi ogni 100 abitanti, secondo l'ultima elaborazione su dati Istat (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre): meno della media toscana, lontano da città come Arezzo, che ne conta 42. Gli alberi non sono un dettaglio estetico: la loro ombra e l'umidità abbassano la temperatura dove il calore si concentra di più. Dove mancano, mancano anche per le persone che in quei quartieri vivono e lavorano.
Ma anche dentro la stessa città il caldo non arriva allo stesso modo. Dipende da dove sei, da cosa fai, da quanto puoi scegliere. Ci sono posti a Prato dove il caldo di questa settimana è stato un disagio, e posti dove è stata una condizione da sopravvivere.
E dato che adesso l’ondata di calore sembra essere finita per il momento, ho deciso di fare un giro per quei posti. Per appuntarseli e non dimenticare che la crisi climatica è anche una crisi sociale che coinvolge questi nostri concittadini e concittadine.
Le scuole

Venerdì scorso un'educatrice di sostegno di una scuola dell'infanzia comunale mi ha scritto un messaggio: «Sono già tre giorni che dopo pranzo l'unica cosa che possiamo fare per sopravvivere è sdraiare tutti i bambini per terra e leggergli dei libri». Le ho chiesto com'era la situazione. «La temperatura lì dentro è illegale, credimi, sia per le maestre e le ausiliarie che per i bambini».
Non è un'esagerazione. La settimana scorsa i tecnici del Comune hanno fatto il giro di undici strutture tra nidi e scuole dell'infanzia. Le rilevazioni erano tutte fuori legge: la norma stabilisce che sopra i 28° l'ambiente non è sano per lavorare. In alcuni casi alcune insegnanti hanno raccontato che il termometro segnava 39 gradi. Con i bambini e le bambine dentro.
Il Comune aveva acquistato condizionatori portatili, già mesi fa, i cosiddetti pinguini, consegnati in alcune strutture già a luglio del 2025 e mai installati. Sono stati installati la settimana scorsa in emergenza, con risultati che le educatrici descrivono come irrilevanti.
«Ho fatto un check con tutti i nidi», dice Francesca Sacconi, educatrice di nido comunale. «In nessuna struttura si riesce ad avere un beneficio reale». Nel suo nido il pinguino è in una stanza con pareti di cartongesso che non arrivano al soffitto: con l'apparecchio acceso, la temperatura era di 29 gradi. Al Corridoni è in un corridoio-serra vetrato: 30 gradi nel corridoio, nessun cambiamento in sezione. Le prese non sono predisposte: prolunghe ovunque, impianti che saltano se si accendono più di due apparecchi insieme. «L'amministrazione ci ha detto: sappiamo che i pinguini non sono la soluzione, ma sono qualcosa mentre si lavora per altro».
Nemmeno la scuola di Pacciana, inaugurata nel 2024, ha gli impianti di raffrescamento.
La soluzione nell'immediato è stata il tempo corto: uscita anticipata all'ora di pranzo. Una misura che ha messo in difficoltà centinaia di famiglie. «O sei fuori legge o non lo sei», dice un’educatrice intervistata. «Se non si può lavorare sopra i 28 gradi, la risposta non è il tempo corto: è la chiusura». Alcuni nidi hanno un'utenza di classe socioeconomica bassa: bambini e bambine ripresi a piedi o in autobus, affidati a nonni anziani che dovrebbero stare al fresco.
I nidi restano aperti fino al 17 luglio. «Serve un piano straordinario di investimenti sull'edilizia scolastica», dice Riccardo Bartolini, segretario della Funzione Pubblica CGIL di Prato. «Il problema non è episodico. Se non ci lavori adesso, a settembre se ne dimenticano tutti».
Il problema non riguarda solo i più piccoli e piccole. Al liceo Livi, durante gli esami di maturità, le aule restano calde nonostante ventilatori della scuola. «Dall'undici e mezza è un delirio», racconta un insegnante. «Ieri la gente vaneggiava dal caldo». La dotazione di climatizzatori spetterebbe alla Provincia. Al Gramsci-Keynes gli scritti si sono svolti in biblioteca, porte spalancate, cinque o sei ventilatori ai lati. Qui l'istituto ha acquistato pinguini con fondi propri.
«Di sei ore, le ultime tre eri costantemente distratto ad asciugarti il sudore», racconta Leonardo, che ha sostenuto la maturità al Convitto Cicognini. «Il 18 e il 19 giugno c'erano 40 gradi: il compito era diventato una sfida di sopravvivenza».
Al Livi una studentessa ha fatto l'orale al secondo piano, senza ventilatori. «Bisognava tenere le finestre spalancate, ma siamo in una zona molto chiassosa: dovevamo urlare per sentirci».
La questura
Sabato mattina, in via Migliore di Cino, c'è una fila lunga una cinquantina di metri. Le persone non stanno in piedi: sono sedute sul marciapiede, accovacciate, appoggiate alla recinzione metallica. Quasi tutte hanno un ombrello aperto, neri, rossi, a pois, uno con la bandiera di un paese che non si riesce a leggere. L'erba davanti è bruciata, gialla secca. Un termometro a infrarossi puntato sull'asfalto segna 55 gradi.
Sono tutte straniere, quasi tutte lì per lo stesso motivo: consegnare una domanda di protezione internazionale.
La questura accetta queste domande solo il lunedì mattina, per i primi venti o quaranta della fila. Non esiste un sistema di appuntamenti online. Bisogna presentarsi fisicamente e sperare di rientrare nel numero. Chi non ce la fa torna la settimana dopo. Alcune di quelle persone erano lì dal venerdì.
«È una prassi che dura tutto l'anno», spiega un avvocato che segue pratiche di immigrazione. «D'inverno fa freddo, d'estate fa caldo. La fila c'è sempre». L'assenza di un sistema regolato ha creato un mercato parallelo: a febbraio la questura ha denunciato (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre) e fatto arrestare un gruppo che organizzava la fila a pagamento. Secondo alcune testimonianze pare che il sistema non sia cambiato oggi.
La questura di Prato è tra le più efficienti d'Italia: dalla domanda al primo permesso passano due o tre mesi, contro i sei o otto altrove. Questo la rende attrattiva anche per chi non risiede nel pratese. La fila del lunedì, sotto il sole, è anche il risultato di questa reputazione.
Chi lavora all'aperto
Dalla questura si torna in strada. Fuori dal centro, nelle zone industriali, nei cantieri e nei campi, il caldo non è un disagio temporaneo: è la condizione dentro cui si lavora.
Il 28 maggio la Regione Toscana ha firmato l'ordinanza (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre) che vieta il lavoro all'aperto nelle ore più calde in agricoltura, edilizia e cave. L'Emilia-Romagna ha allargato la tutela (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)anche a logistica e rider in bicicletta. In Toscana questi settori restano fuori.
Uno di quei rider aspetta il prossimo ordine sulle panchine di piazza Mercatale, sotto gli alberi del tondo. È un ragazzo di origine pakistana. «Con questo caldo pedalare per ore sotto il sole è pesantissimo», racconta. «Oggi è già difficile arrivare a 10 o 15 euro. Fare 20 è diventata quasi una fortuna». Ogni pausa all'ombra è anche una perdita.
«L'ordinanza esclude formalmente i lavori di pubblica utilità», spiega Davide Chiappinelli, della CGIL costruzioni e legno. Le violazioni più gravi si registrano nei cantieri privati: la CGIL ha denunciato tre o quattro casi di lavoratori sui tetti, in pieno sole, senza interruzione. «Ci sono lavoratori che mi dicevano: noi siamo carne da macello rispetto agli altri».
Dentro i capannoni del distretto tessile la situazione non è meno difficile. Nelle tintorie l'aria diventa, dice Arturo Gambassi del Sudd Cobas, «qualcosa di infernale». In una tintoria di via Gora del Pero i ventilatori raffreddano le macchine, non i lavoratori.
C'è anche la storia di un lavoratore cinquantenne in una filatura a Paperino. A febbraio, dopo tre anni senza contratto, aveva fatto uno sciopero con il Sudd Cobas ed era stato regolarizzato. Da quando è partita l'ondata di calore, il titolare ha comprato ventilatori e acqua fresca per tutti. Tutti tranne lui. «Esclusivamente a lui», dice Gambassi. Gli altri lavoratori, non iscritti al sindacato, avevano il ventilatore. Lui no. Una settimana fa ha avuto un mancamento. È stato portato via dall'ambulanza. Solo dopo l'intervento del Sudd Cobas il titolare gli ha dato il ventilatore e l'acqua. Ora sta bene.
Nei campi la canicola impone due irrigazioni al giorno. Paolo Colzi, agricoltore, racconta di un focolaio vicino al cimitero di San Giusto ad un suo campo di cereali, la tipologia più colpita dal caldo. «Questa canicola ormai sono anni che c'è. Non più dieci giorni eccezionali, ma una costante».
Davanti ai magazzini della Acca, azienda di logistica del pronto moda, il Sudd Cobas presidia giorno e notte da quasi due settimane (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre), dopo l'annuncio di un centinaio di licenziamenti. La vertenza non ha a che fare con il caldo, ma il caldo la attraversa. «I picchetti si fanno in tutte le stagioni», racconta una sindacalista. «D'estate è ancora più dura. Si resta lì, e si presidia, con tanta acqua e Polase».
Il pronto soccorso

Chi non regge arriva al Santo Stefano.
Il pronto soccorso è al piano terra. Fuori dalla porta scorrevole che dà su una camera calda, dove scaricano le ambulanze, la temperatura sale di colpo: dall'aria condizionata interna ai 40 gradi dell'esterno. Chi arriva in ambulanza fa quel salto senza potersi preparare. «Non sai quanto tempo ci stai poi lì», dice una dottoressa del pronto soccorso. «Se c'è fila, ci puoi stare a lungo».
Nel fine settimana di caldo gli accessi sono aumentati del 10% (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre), in linea con l'intera Asl Toscana Centro, dove si contano circa cento accessi in più al giorno.
La sequenza è quasi sempre la stessa: prima i lavoratori dei cantieri, colpiti da malori da esposizione al sole. Poi, dopo una settimana sopra i 35 gradi, l'onda lunga degli anziani. Arrivano disidratati, spesso confusionali. Molti vengono dalle RSA, non tutte climatizzate. Altri vivono soli: il figlio chiama dopo tre giorni e trova il genitore che sta male.
Nei giorni scorsi il pronto soccorso aveva aperto entrambe le stanze aggiuntive: dodici posti in più. In attesa una ventina di persone, in visita cinquanta o sessanta, in attesa di ricovero tra trenta e quaranta. «Siamo sempre i soliti», dice la dottoressa. «Sono andati via tanti infermieri bravi. Arrivano ragazzi nuovi senza esperienza». Il sotto organico estivo non è solo una questione di ferie. Una norma nazionale stabilisce che le ASL non possono spendere in personale più di quanto spendevano nel 2004, con una ulteriore riduzione dell'1,4 per cento. In pratica, ogni volta che un medico o un infermiere va in pensione, il posto non viene rimpiazzato a parità di numero. «Su cento pensionamenti se ne assumono 96-98», spiega Bartolini. «Nel tempo, il personale si riduce di centinaia di unità ogni anno in tutta l'Asl». Ogni pressione aggiuntiva, un'ondata di calore come un'influenza invernale, si scarica su una struttura già in difficoltà strutturale.
Tra chi passa dal pronto soccorso ci sono anche persone senza tetto. «Le facce le conosciamo», dice la dottoressa. «Vengono per trovare un minimo di refrigerio». Diventa l'ultimo posto dove stare al fresco.
La mensa e il dormitorio
La mensa La Pira, in via Convenevole, è una sala grande con i tavoli lunghi, le sedie di plastica blu e il bancone della cucina sul fondo. A pranzo ci mangiano ogni giorno tra le 120 e le 140 persone. Nelle ore centrali del pomeriggio è vuota, silenziosa, fresca. Mentre fuori ci sono 37 gradi.
Chi vive in strada ha pochi posti dove andare nelle ore più calde. Al dormitorio ci sono tra i 17 e i 20 posti letto, quasi sempre tutti occupati. I numeri non cambiano d'estate, dice Elena Pieralli, coordinatrice della struttura. Cambia la funzione: d'estate le persone si fermano per il fresco, d'inverno per il caldo. È un rifugio termico tutto l'anno.
Il problema è fuori, nelle ore in cui la mensa è chiusa. Molte persone senza dimora vanno alla biblioteca Lazzerini: un posto riparato, dove si può stare seduti, stare in mezzo agli altri anche senza parlare con nessuno. Il tavolo della marginalità del Comune ha discusso proprio nei giorni scorsi di come organizzare un'accoglienza diurna nelle ore più calde. Una soluzione non è ancora stata trovata perché oltre agli spazi servono sorveglianza, attività e regole. Il problema, dice Pieralli, è agosto. Quando la biblioteca chiude.
L'unità di strada della Caritas porta ogni sera acqua fresca a chi vive in strada, racconta don Enzo Pacini, direttore della Caritas di Prato. È lo stesso giro che d'inverno distribuisce coperte. Un giro di 23 tappe, in continuo aggiornamento a seconda di dove si spostano le persone senza tetto: i portici dei Cappuccini, la Sacra Famiglia, la stazione, l'ippodromo, fino alla questura, dove di notte c'è sempre qualcuno che aspetta.
Chi si rivolge alla Caritas porta soprattutto altre urgenze, lavoro, bollette, affitti. «Consegnamo la spesa a casa di tante persone anziane. Se l'ondata dovesse prolungarsi per settimane, qualche necessità più impellente potrebbe emergere».
Il carcere

C'è un posto dove non si può andare da nessuna parte. E dove il caldo arriva comunque. La Dogaia è una struttura in cemento ai margini della città, esposta al sole tutto il giorno.
«Le celle sono sovraffollate in misura maggiore di quanto risulti ufficialmente», dice Margherita Michelini, la garante dei diritti dei detenuti di Prato. Una perizia ha dimostrato che le capienze dichiarate dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria sono sbagliate: dove risultano tre persone, lo spazio è sufficiente per due. D'estate quelle celle diventano «cubicoli torridi», dice la garante.
Non ci sono condizionatori. Grazie a una donazione sono stati acquistati alcuni ventilatori, di plastica, soggetti a rompersi. Le docce sono in comune, spesso senza soffioni, con muffe. Alcuni detenuti buttano catinelle d'acqua sul pavimento per cercare un po' di frescura. L’ora d’aria è nei momenti più caldi della giornata. Dalle sei di sera, quando passa la cena, restano chiusi in cella fino alla mattina.
Nelle scorse settimane diciassette detenuti sono stati trasferiti alla Dogaia da Sollicciano, dopo la parziale chiusura a seguito di un sequestro (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre). Con meno posti disponibili nell'area di Firenze, la garante ritiene probabile che i nuovi arrestati della zona vengano dirottati su Prato, aumentando ulteriormente un sovraffollamento già reale.
Chi resta
C'è chi in questi giorni ha potuto scegliere: chiudere le persiane, accendere il condizionatore, lavorare da casa, partire per il weekend.
E c'è chi non ha potuto: chi era seduto in un'aula a 38 gradi, chi era in fila su un asfalto a 56, chi lavorava sotto il sole in un cantiere o in un campo, chi presidiava un picchetto giorno e notte, chi aspettava su una barella in un corridoio affollato, chi cercava frescura sul pavimento di una cella, chi sapeva che ad agosto anche la biblioteca chiude.
Questo viaggio attraverso Prato non esaurisce ovviamente l'elenco di chi soffre di più il caldo in città. Mancano le persone anziane sole nelle loro case, che il caldo lo subiscono spesso in silenzio. Mancano le persone con disabilità e le loro famiglie, per cui ogni grado in più si traduce in una difficoltà in più. Tante categorie di lavoratori e lavoratrici. Sono fragilità meno visibili di una fila davanti a una questura, ma non per questo meno reali.
Il caldo di questi giorni non è una casualità né una novità. Gli scienziati che studiano il clima non guardano più solo al singolo episodio: osservano come cambia la statistica degli eventi, come aumentano frequenza, durata e intensità delle ondate di calore, come soglie un tempo eccezionali diventano ordinarie. E osservano che il cambiamento climatico agisce su disuguaglianze già esistenti e spesso le amplifica.
A Prato come altrove, quei costi non sono distribuiti in modo uniforme: li pagano i corpi di chi non può permettersi di sottrarsi, di chi dipende da istituzioni che non hanno le risorse per adeguarsi, di chi non ha nessuno che controlli come sta.
L'ondata passerà. Le temperature scenderanno, e di queste settimane resteranno qualche foto e qualche articolo. Fino alla prossima ondata, che sarà più lunga, più calda, e troverà le stesse scuole senza condizionatori, le stesse celle sovraffollate, le stesse file sotto il sole.
A meno che, nel frattempo, non si decida che vale la pena fare diversamente.
Se questo approfondimento ti è sembrato interessante, iscriviti alla newsletter di Buzz Prato per non perderti i prossimi.
Segnatelo: l’agenda di Buzz Prato
Ogni martedì mattina aggiorno la pagina di SEGNATELO, l'agenda di Buzz Prato. Uno o due eventi consigliati da me per la settimana.
Salvatela tra i preferiti.
https://steady.page/it/buzz-prato/posts/e5a64dcc-2c88-4b3f-aa16-f43ffeee6803 (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)Una canzone che ho ascoltato mentre scrivevo
“E go Betta”di Dele Sosimi. Estate = Afrobeat (oltre al Brasile). Questo scorre lento e inesorabile, groove ipnotico, fiati che rispondono, voce che ripete come un mantra: andrà meglio.
https://www.youtube.com/watch?v=UMZ6TDrsOO0 (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)