Giovedì 21 maggio alle ore 21 a Biella in via Delleani 34 ci sarà un incontro sul cohousing.
Non amo gli anglicismi ma la traduzione di questo termine sarebbe coresidenza. Onestamente forse è meglio l'inglese. Cohousing indica delle forme di abitare che prevedano una parte di spazi comuni e anche delle modalità di decisioni condivise.
Nel Talking hands quando, ad esempio, ho scritto delle Case d’isolamento (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre) si ritrova proprio questa linea che attraversa tutti gli ultimi 30 anni: il passaggio da una tendenza alla separazione a una della relazione. Un percorso che affonda le radici lontano: già nel 1989, nel manifesto dell'Alcione — da cui parte quel racconto — si leggeva:
“Ristrutturazione, emergenza, passività sono le fondamenta di chi si costruisce case di isolamento; per questo il loro disprezzo nei nostri confronti continuiamo a chiamarlo perbenismo”.

È la fotografia di una logica del confinamento invisibile e normalizzato, dove l'isolamento viene contrabbandato per sicurezza e la passività sociale diventa la norma architettonica.
Nei cortili di Cavaglià, come tra le strade di Scroforio, e così come nelle case di ringhiera a Milano, la coresidenza non era un'utopia da manuale, ma una pratica quotidiana di mutuo aiuto. Si condivideva il lavatoio, si sorvegliavano i bambini degli altri, si faceva circolare il cibo e la parola. Era una risposta spontanea alla durezza della vita, una rete di protezione sociale invisibile ma solidissima. In parte cose che ancora si trovano nei tanto bistrattati paesi, come Roppolo.
Il cohousing, oggi, non fa che raccogliere quel testimone, strappandolo alla nostalgia per trasformarlo in progetto politico e sociale. Non si tratta di tornare passivamente al passato, ma di scegliere consapevolmente di non vivere isolati. Il neoliberismo ci spinge verso l'individualismo esasperato e la solitudine standardizzata nei nostri appartamenti-scatola, riscoprire l'abitare condiviso significa compiere un atto di ribellione quotidiana.
Mettere in comune oltre 200 metri quadri di spazi, come fanno a Base Gaia (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)a Milano, o sperimentare la solidarietà fattiva, come nelle esperienze biellesi di Capi (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre) e Terra di Casa (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre), non è solo una scelta logistica o economica. È un modo per riappropriarsi del proprio tempo, per tessere la trama e l’ordito del tessuto democratico partendo dalla soglia di casa e per dimostrare che l'alternativa all'isolamento esiste, ed è a portata di mano. Giovedì sera, a Biella, proveremo a tracciare questa mappa: quella di una comunità che non si isola, ma che si apre e si confronta.