Saltar para o conteúdo principal

A C.

Nave (Death), Janis Rozentals, 1897

Non siamo pronti.

Non siamo mai pronti, quando si tratta di salutare qualcuno che amiamo, quando dobbiamo dirgli addio e inscatolare ricordi, istanti e sensazioni per immagazzinarli in uno dei reparti del cervello dove non vorresti mai tornare: quello legato alla morte.

La settimana scorsa è venuto a mancare C, un mio amico del liceo con cui avevo un legame particolare: lo aiutai a risollevare un debito a settembre, dopo una brutta bocciatura che lo aveva portato nella mia classe. Da lì, nacque un’amicizia che ancora oggi mi tende le labbra se ci penso: serate infrasettimanali fuori, discorsi sui massimi sistemi, sogni e preoccupazioni verso un futuro incombente che sentivamo così lontano.

La mia amicizia con C era nata dal nulla, non ricordo neanche esattamente chi avesse parlato per primo a chi, ma una cosa la ricordo bene, perchè per un adolescente gay di provincia i contatti con altri ragazzi - soprattutto se etero - sono ridotti al minimo.

Ricordo che C non mi ha mai additato, ricordo che C non lo ho mai sorpreso a farmi battutine alle spalle o utilizzare anche solo “per gioco” improperi legati all’orientamento sessuale.

Ricordo una sera con C dove parlavamo d’amore e di essere e lui mi disse che nessuno può fermare qualcuno che cammina a testa alta. Che avevo due coglioni quadrati e nella vita avrei sempre dovuto continuare così, perchè con la testa incassata ti guardi i piedi ed è il cielo, invece, che merita il tuo sguardo.

Quante volte dimentichiamo di sollevare lo sguardo al cielo e guardare quella sfumatura del tramonto in più, quella nuvola che si addensa a un’altra formando un viso a noi familiare. Quello scorcio di un palazzo che, nonostante facciamo lo stesso percorso ogni giorno, ci sfugge continuamente.

Che avevo due coglioni quadrati e nella vita avrei sempre dovuto continuare così, perchè con la testa incassata ti guardi i piedi ed è il cielo, invece, che merita il tuo sguardo.

La settimana scorsa, dicevo, ho ricevuto la notizia durante una mattina di lavoro come le altre, implacabile e frettolosa: un messaggio dal mio migliore amico, uno squarcio nel mio petto mentre le lettere si stampavano nella mia mente.

Più leggevo quel nome, più mi chiedevo quale dio crudele mi stesse facendo uno scherzo del genere: non può essere, mi ripetevo. Non è possibile, non C.

Non C che sorride alla vita da anni.

Non C che ha sempre una parola buona per chiunque.

Non C che era così pieno di speranze e sogni.

Non C che l’ultima volta mi aveva sì detto della sua eventuale malattia, ma ci scherzava su nel suo solito modo di affrontare la vita: senza ritegno, sputandole in faccia.

C era venuto a mancare e io cominciavo a mancare di certezze.

Il mio rapporto con la morte è strano, perchè il solo pensiero mi agita, mi sconquassa le budella, nonostante io sia consapevole che sia una tappa obbligatoria del nostro vivere.

Eppure, il pensare di andarmene da questa terra prima di aver detto tutto ciò che ho dentro, di aver dipinto ogni singolo sogno di concretezza, di aver amato senza freno e in maniera totalizzante… mi brucia un qualcosa dentro. Un fuoco che la morte di C aveva risvegliato.

Non lo nego: è stata una settimana pesante, lunghissima, fatta di dolore sordo e irritazione con il mondo che continuava a vivere beato; me la prendevo con tutti - e mi scuso per chi ho trattato male - perchè come poteva essere possibile che nessuno vivesse quel dolore come me? Come poteva essere che il mondo non dedicasse clemenza a C?

Il suo funerale è stato come chiudere un cerchio, un lungo attacco di panico che mi impediva di rimanere stabile e di respirare, lo stomaco contorto assieme al viso in una smorfia senza fiato.

Ma l’epifania è poi arrivata: quella paura della morte non può continuare a strisciare in me, serpeggiando in endovena e avvelenando la mia vitalità.

No, quella paura deve diventare coraggio, deve essere affronto e schermaglia, deve bruciare ogni singolo palo che mi sono costruito per recintarmi nel comfort del terrore e delle ansie quotidiane.

C mi aveva insegnato questo: che la vita se ne frega e continua per la sua strada; se rimani sul ciglio in attesa che passi, non arriverai mai dall’altra parte.

Dunque tanto vale attraversare e chiederle eventualmente i danni.

Ed è quello che ho intenzione di fare, finchè ogni singolo desiderio non sia esaudito, sogno concretizzato, abbraccio dato e amore verso me stesso pienamente realizzato.

Grazie C. Tu sai.