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Quello che non troverai in “Animali Notturni”

Animali Notturni l’avevo proposto a tutti gli editori che conoscevo e non ho mai ricevuto una risposta da nessuno. Non dico un rifiuto assolutamente legittimo, ma nemmeno una risposta.

È una cosa che succede a tutti gli scrittori italiani ma è comunque seccante.

Dopo diversi mesi di attesa, nel 2024 mi sono rotto le scatole di aspettare i comodi dei curatori di collana e ho deciso di mettermi in proprio.

Nel 2025 Animali Notturni era tra i libri segnalati nella classifica di qualità del Corriere della Sera.

L’unico autopubblicato.

Penso anche l’unico libro horror (un’antologia per giunta!) della classifica.

Insomma, forse qualcosa di buono in quei racconti c’era e qualcuno se l’è fatto sfuggire.

Oltre ai dieci racconti finiti nell’antologia, molti altri testi, per usare una metafora cinematografica, sono finiti sul pavimento della sala di montaggio.

Eccone due scartati per i motivi che vedremo e la breve ricostruzione di quella stratificazione di eventi che ha portato la Scholomance di Napoli ad essere la scuola di formazione per vampiri che si legge nell’ultimo racconto dell’antologia.

Abbiamo sempre vissuto nel castello

L’idea dell’antologia era scrivere racconti di vampiri ambientati in Italia, in contesti insoliti e non stereotipati. Forse per questo il racconto intitolato provvisoriamente Il castello non è finito con gli altri nove.

La storia è ambientata a Colfiorito, una frazione montana di Foligno. Il protagonista è un ingegnere (e un architetto, non avevo ancora ben deciso) della Sovrintendenza incaricato di valutare le condizioni di un castello abbandonato che rischia di diventare preda di qualche speculatore immobiliare.

Naturalmente durante il sopralluogo in solitaria viene sorpreso da un violento temporale e si ripara nelle stanze del castello.

Il tempo passa, ma il temporale non si calma e lui capisce di non potersene andare senza rischiare la vita sulle strade di montagna, deve passare la notte lì.

Seguono diverse descrizioni ambientali, il castello nella mia testa era ispirato al Palazzo Ducale di Urbino. Ovviamente molto più malconcio. Durante la notte l’ingegnere/architetto sente rumori, voci, bisbigli. Sospettando uno scherzo da parte del sindaco di Colfiorito in combutta con lo speculatore immobiliare, cerca l’origine di quei rumori e finisce nelle cantine che, a causa del maltempo, si stanno allagando.

Ecco cosa trova:

L’architetto saggiò la consistenza dei mattoni con dei colpetti: tre pareti erano solide e identiche come manifattura alle altre della cantina. La quarta, quella di fronte all’ingresso, sembrava posticcia, fatta in fretta e male con mattoni e pietre tenute insieme da un eccesso di calcestruzzo. Ai piedi del quarto muro, mancavano tre o quattro mattoni, davanti al buco c’erano dei piatti antichi, a giudicare dalle decorazioni sicuramente coevi del castello. Nessuno aveva mangiato il contenuto dei piatti, col tempo si era decomposto fino a diventare una poltiglia nera.

L’architetto s’inginocchiò e si avvicinò circospetto al buco, puntò la torcia e vide l’interno di una stanza segreta, forse la prigione di quella bambina albina di cui gli aveva parlato il Sindaco. C’era solo un modo per scoprirlo, trovare il povero cadavere. L’architetto si avvicinò al buco per vedere meglio, si sdraiò a terra e puntò la torcia per cercare di illuminare gli angoli della prigione. Distolse un istante lo sguardo per sistemarsi e quando tornò a guardare il buco la vide dall’altra parte del buco, a pochi centimetri da lui.

Le pupille della bambina non reagirono alla luce, non erano vive. L’architetto non riuscì a vedere nulla, sentì uno strattone violento al braccio destro, la bambina gli aveva afferrato il polso e l’aveva trascinato di peso con la spalla contro il muro. Nessuna bambina normale avrebbe potuto farlo. Munitz cercò di liberarsi tirando con tutte le sue forze ma la presa della bambina era salda.

Il dolore arrivò dopo, prima sentì una fitta al polso intrappolato.

La bambina lo stava mordendo.

Uno dei motivi per cui questo racconto è stato scartato è la bambina, troppo simile alla famosa Azzurrina della leggenda popolare. Ma non ho buttato via proprio tutto, qualcosa ho recuperato in un altro racconto dell’antologia, chi l’ha letta sa a quale mi riferisco...

Non ricordo se questo racconto è antecedente o posteriore al successivo, quello della madre vampiro.

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