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L’ossessione dell’incompiuto: il quarto giorno al faro

L’ultimo racconto di Edgar Allan Poe non ha titolo. E non ha conclusione.

O forse sì.

È un frammento in forma di diario. Un uomo approda durante una tempesta su un’isola deserta: è il nuovo guardiano del faro. Non sappiamo chi sia. Non sappiamo nulla del suo passato. Sappiamo solo che è felice dell’isolamento che lo attende: vuole usare quei mesi per scrivere un romanzo.

Quale romanzo?

Non lo sappiamo.

Ha ottenuto il posto con difficoltà, grazie all’intercessione di un certo De Grät. Prima di lui il faro era stato gestito da un solo uomo. Prima ancora da una squadra di tre. È un dettaglio che sembra marginale, ma non lo è, ci tornerò più avanti.

Il protagonista rifiuta la compagnia di un certo Orndoff. Troppo rumoroso, troppo umano. La solitudine non lo spaventa, anzi: la desidera. De Grät però lo aveva avvisato. La solitudine è pericolosa.

Nei giorni successivi il guardiano esplora l’isola e studia la struttura del faro. Nota qualcosa di curioso: l’interno della torre scende sotto il livello del mare. È un problema? Lui ritiene di no. Le pareti sono spesse, solide, fasciate di ferro. Nessuna tempesta può minacciarle. Eppure è un discorso che non sembra concluso.

Il 4 gennaio annota solo la data. Null’altro. Il racconto si interrompe lì.

La morte di Poe, pochi mesi dopo, ha trasformato quel frammento in un enigma. Il titolo, The Light-House, non è suo: lo sceglie post mortem per lui il biografo Kenneth Silverman.

Gli studiosi discutono ancora: dove voleva andare a parare Poe? Un crollo? Una follia? Una presenza dal mare?

Silverman avanzò un’ipotesi più radicale: forse il testo non è incompiuto. Forse quella è la forma definitiva. Forse l’interruzione è la conclusione.

Non un difetto. Una scelta.

Siamo davvero davanti a un racconto interrotto? O davanti a una storia che finisce esattamente dove deve finire? La sfida che Poe ci lancia, la sua ultima, è brutale: siamo in grado di sopportare un finale che non è un finale?

L’effetto Zeigarnik

La mente umana non sopporta l’incompiuto. O meglio: di fronte a qualcosa che non si conclude rimane in uno stato di tensione che non riesce ad abbandonare. Le cose non concluse restano più vive nella memoria di quelle finite. Il nome di questa tensione irrisolta è effetto Zeigarnik.

Ecco perché, nella memoria di chi l’ha letto, quel frammento resta vivo, presente, in replica continua come se stesse girando su un proiettore rotto.

Ogni narrazione avvia una tensione cognitiva. Una promessa. Una previsione. Quando il finale arriva, quella tensione si scarica. Quando non arriva, resta attiva.

Non voglio dire che le storie dovrebbero avere sempre un finale aperto, ma l’effetto Zeigarnik è un fenomeno di cui ogni scrittore dovrebbe essere ben consapevole quando progetta il finale delle proprie storie se vuole che queste continuino a “perseguitare” i lettori anche dopo l’ultima parola.

In questa irrefrenabile necessità di chiudere il cerchio, molti autori hanno tentato l’impossibile. Concludere il frammento è diventato un esercizio piuttosto frequente nei corsi di scrittura creativa. Di solito ci si muove su tre percorsi ipotetici:

  1. Discesa nell’abisso della follia: il guardiano paga un prezzo altissimo alla solitudine e perde la ragione.

  2. La Natura si ribella: la luce del faro non deve rischiarare i misteri del creato. Tempeste, crollo, morte fisica.

  3. Il Mare non è amico degli uomini: qualcosa emerge dalle profondità marine, qualcosa di sovrannaturale.

Robert Eggers nel 2019, nel suo tentativo di completare Poe, ha optato per la prima ipotesi.

Prometeo e i guardiani del faro

Perché i guardiani dei fari devono essere sempre tre?

Nel 1801 il faro di Smalls, una palafitta a una trentina di chilometri dalla costa gallese, era gestito da due guardiani: Thomas Howell e Thomas Griffith. E non andavano per nulla d’accordo. Anzi, si disprezzavano apertamente.

Un giorno Griffith muore in un incidente al che Howell teme di venire accusato di omicidio. Capisce di non potersi sbarazzare del corpo gettandolo in mare e lo lascia dove l’ha trovato. La soluzione migliore gli sembra concludere il turno al faro (parliamo di settimane) e attendere la nave incaricata di riportarlo a casa.

Naturalmente, con il passare del tempo, il cadavere comincia a decomporsi e a impestare i piccoli ambienti del faro. La convivenza diventa impossibile. Howell costruisce in qualche modo una bara e la fissa all’esterno della struttura ma non ha fatto i conti con il vento. La cassa non resiste molto e un braccio penzola proprio davanti a una finestra del faro. Quando il vento soffia il braccio si muove e sembra fare un gesto a Howell, lo invita a raggiungerlo di fuori. Nonostante tutto Howell riesce a mantenere accesa la lanterna.

Non si riprenderà mai dall’esperienza traumatica, certe ferite non si rimarginano. La storia si chiude solo apparentemente, continua senza che noi ne sappiamo nulla la vita di Howell. Non ne sappiamo nulla, ma possiamo immaginarcela e forse è peggio…

Dopo la tragedia del faro di Smalls si decide di cambiare la gestione dei fari: le squadre sarebbero state sempre di tre persone.

Non sappiamo se Poe conoscesse la tragedia di Smalls. Ma conosceva bene il mare, e sapeva cosa significa lasciare un uomo solo contro l’acqua. Il riferimento alla gestione a tre dei fari forse ci dà un indizio: di sicuro sapeva come si gestivano queste strutture.

Chi invece sicuramente conosceva la storia del faro dell’isola di Smalls è Robert Eggers che decide di fonderla con il racconto di Poe nel suo film The Lighthouse (2019). Ma nel momento in cui sceglie una direzione narrativa (opzione 1), chiude qualcosa che nel frammento restava aperto. La lenta discesa verso la follia che mette in scena, accompagnata da visioni folkloristiche (la sirena), riferimenti mitologici (Prometeo) e letterari (il gabbiano cieco reincarnazione di un marinaio è un riferimento a La ballata del vecchio marinaio di Samuel Taylor Coleridge), è un film notevole e volutamente aperto a molte interpretazioni, ma non è più il vuoto di Poe.

E forse aveva ragione Silverman nel dire che non è necessaria alcuna integrazione, che il racconto è concluso così: senza una conclusione. Qualsiasi tentativo di interrompere l’effetto Zeigarnik è destinato a depotenziare la storia misteriosa e imperscrutabile di questi 3 giorni al faro.

Anche perché il 4° giorno è tutto nostro: rimaniamo soli con la pagina bianca. Saremo in grado di sopportarlo?

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