
C'è un sogno - o un incubo, dipende dai punti di vista - che molti adulti conoscono bene: ritornare al liceo.
Ci si ritrova seduti a un banco delle superiori, con la consapevolezza intatta di avere trenta o quarant'anni o molti di più, mentre intorno tutto è esattamente come lo si ricordava: i muri scrostati, la campanella, un professore che aspetta da te una risposta che non arriva.
Il sogno ha diverse varianti, eccone alcune: l'interrogazione a cui non si è preparati, l'esame dimenticato, il registro che si chiude su un voto sbagliato
La struttura, dal punto di vista narrativo, invece è sempre la stessa: un adulto intrappolato in un corpo adolescente, in un tempo che credeva, o sperava, di aver lasciato per sempre.
Ma l’inconscio funziona al di fuori del tempo lineare, concetti come passato, presente e futuro non hanno senso. Gli psicologi parlano di ansia da prestazione, di conflitti irrisolti, di un cervello che usa ricordi noti per elaborare le pressioni del presente.
Sfugge però la qualità specifica di quel sogno. Oltre al terrore di fallire c'è anche qualcosa di desiderato in quella seconda opportunità. La scuola fa paura, anche a chi l’ha finita da tempo, ma è anche un posto dove si vorrebbe tornare.
Come un assassino che torna sulla scena del delitto.
Ovviamente è un meccanismo con cui la fantascienza e la narrativa fantastica vanno a nozze…
La pillola per ringiovanire

Kaizaki Arata è il protagonista di ReLife (manga di Yayoisō, poi adattato in anime, pubblicato in Italia da Ishi Publishing): un ventisettenne che nella vita ha fallito tutto. Non ha un lavoro (con tutto quello che comporta una cosa del genere in Giappone), non ha alcuna relazione, vive sulle spalle dei genitori.
Insomma ha deluso abbondantemente le aspettative che aveva su se stesso. È una cosa che la società condanna, si tende sempre a pensare che se uno non è riuscito a realizzarsi sia solo colpa sua. In realtà, come nel caso di Kaizaki, ci sono stati degli elementi esterni traumatici che l’hanno fatto “uscire dai binari”.
Un'organizzazione misteriosa gli offre una pillola che lo fa ringiovanire fisicamente di dieci anni. La condizione: tornare al liceo, ripetere l'ultimo anno, e ricevere alla fine un giudizio su ciò che ha imparato.
Nessuno saprà chi è davvero.
Sarà uno studente come gli altri.
Alla fine della terapia tutti si dimenticheranno di lui e anche lui dimenticherà.
Insomma, siamo di fronte a una specie di enorme gioco di ruolo psicologico. Il dispositivo narrativo è elegante perché prende il sogno alla lettera e lo trasforma in esperimento scientifico (la chimica, per una volta, diventa protagonista). Non si torna indietro nel tempo - il passato rimane dov'è e non si cambia - ma si ringiovanisce, si torna nella condizione sociale dello studente, nel contesto della scuola.
Ma se potessi rifare tutto da capo a partire dalle superiori, cosa cambieresti?
La risposta che dà Yayoisō, prevedibile ma non per questo meno vera, è che cambieresti poco.
I meccanismi che ti hanno portato a sbagliare allora sono gli stessi che continui a portarti dietro.
Il liceo non era il problema.
Il problema sei tu.
La pillola di ReLife è ottimista nella forma e malinconica nella sostanza. Offre una seconda chance, ma quella seconda chance dimostra soprattutto quanto sia difficile utilizzarla. Il ritorno al liceo non guarisce: al massimo chiarisce alcune cose. In psicanalisi la consapevolezza è alla base della guarigione, ma non è scontato che alla prima segua la seconda. Ci vuole molto lavoro per evitare di ripetere pattern autolesionisti o scegliere un percorso di vita diverso quando magari la vita è già andata per più della metà.
Dipende tutto da te.
La trappola

I miei 25 lettori forse ricorderanno L'ultima ora (Abre numa nova janela), un mio racconto pubblicato nella collana Innsmouth di Delos Digital.
All’epoca della stesura, il 2022, c’era qualcosa incastrata nella mia testa, qualcosa collegato al Covid e alla pandemia.
Lodi, la città in cui vivo, è a pochi chilometri da Codogno: l’epicentro occidentale della pandemia. Il prezzo psicologico pagato da chi viveva in questa parte del mondo è stato altissimo. Da me esigeva anche una rielaborazione narrativa.
Jarno Mosca si risveglia seduto al banco della sua quinta superiore, nel 1998, con quarantun anni di memoria intatta e nessun ricordo di come ci sia arrivato.
Non ha preso nessuna pillola, non ha firmato nessun contratto.
Si è semplicemente ritrovato lì.
Il meccanismo del racconto si rivela gradualmente: Jarno non sta sognando nel senso ordinario del termine. Sta attraversando un coma farmacologico mentre il suo corpo combatte il Covid-19, e il suo inconscio ha costruito intorno a lui un rifugio famigliare: la scuola.
All’apparenza una seconda chance, in realtà una trappola.
E la trappola funziona perché è bella: i compagni di classe sono lì, ancora vivi, ancora giovani. Il passato, come sa purtroppo chi ha diverse decadi sul groppone, è popolato di morti. Naturalmente anche l’inconscio lo sa e li usa come esca.
La differenza rispetto a ReLife è strutturale. Nel manga il ritorno è una scelta, e come tale ammette la possibilità di un apprendimento, di una correzione. In L'ultima ora il ritorno è subito, e la tentazione non è quella di migliorare qualcosa del passato ma di non uscirne più. La nostalgia non viene presentata come un sentimento positivo, viene presentata come un pericolo.
Il liceo come specchio oscuro da attraversare

Perché proprio il liceo?
Non l'università, non il primo lavoro, non i vent'anni.
Il liceo ha una caratteristica specifica: è l'ultimo posto in cui il futuro era ancora aperto. Non nel senso sentimentale della giovinezza, ma in senso quasi tecnico. Eri lì, con le tue possibilità ancora non consumate, prima che le scelte cominciassero a chiudere le porte una dopo l'altra. Prima che diventasse chiaro che certe strade non le avresti percorse mai.
Il sogno del liceo è nostalgia per quello che si sarebbe potuto essere. Per la versione di sé che non ha ancora sbagliato, che non ha ancora perso nessuno, che ha ancora il registro aperto. È per questo che il sogno è insieme angosciante e desiderato. Per questo che la narrativa fantastica continua a tornarci. Quel territorio del nostro inconscio contiene qualcosa di prezioso e doloroso, amato e temuto. Una droga capace di intossicare se presa in dosi eccessive.
E poi c’è la veglia e la consapevolezza che il futuro, a un certo punto, è diventato passato.
E che nessuna pillola, nessun sogno, niente può davvero cambiarlo.
Quello che può fare, al massimo, è ricordare.