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Perché la storia della Teresa Moda riguarda ancora Prato

Cosa accadde il 1° dicembre 2013 in via Toscana e perché, dodici anni dopo, quella vicenda continua a parlare della città e del suo distretto.

Foto: Augusto Biagini

(di Lorenzo Tempestini e Caterina Francesca Guidi)

Zheng Xiuping, Rao Changjian, Lin Guang Xing, Wang Chuntao, Dong Wenqiu, Su Qifu, Xue Xieqing. Sono sette nomi, tutti cinesi, che a Prato pochi ricordano ma che per anni non hanno avuto neanche una targa davanti al capannone dove sono morti.

Sono sette le operaie ed operai che, dodici anni fa, la mattina del 1° dicembre 2013 sono rimasti intrappolati nell’incendio della Teresa Moda, una confezione di pronto moda cinese in via Toscana, nel Macrolotto. Dormivano e lavoravano nello stesso edificio, come migliaia di altri operaie e operai in città. Quella domenica non si sono più svegliati.

Questa è la storia di chi erano, di che cosa è successo quella notte e di cosa è cambiato (e cosa no) nei dodici anni successivi.

Chi erano le sette operaie ed operai

I giornali hanno ricostruito con fatica le loro identità, perché all’inizio nessuno si presentò all’obitorio a reclamare i corpi. Vivevano in fabbrica, spesso senza permesso di soggiorno, con le famiglie rimaste in Cina. Per giorni in città, come nel resto d’Italia, furono soltanto “i sette cinesi”, senza nome.

Poi, piano piano, i loro nomi sono venuti fuori (Abre numa nova janela).

Zheng Xiuping, 50 anni, rifiniva i capi, tagliando i fili in eccesso dagli orli.
Rao Changjian, 42 anni, faceva lo stiratore.
Lin Guang Xing, 51 anni, attaccava bottoni: era arrivato da poco in Italia e dormiva in fabbrica come gli altri.
Wang Chuntao, 46 anni, anche lei addetta al rifilo. Era madre, e la figlia dalla Cina le chiedeva di lavorare meno.
Dong Wenqiu, 45 anni, modellista.
Su Qifu, di cui non è mai circolata con certezza l’età.
Xue Xieqing, 34 anni, il più giovane, addetto all’imballaggio: è morto mentre cercava di uscire da una finestra.

Quasi tutti avevano fatto, la notte prima, l’ultima telefonata a casa: una sorella, un marito, un figlio. Poi erano saliti sul soppalco per dormire qualche ora prima di ricominciare il turno. Non erano schiavi nel senso formale del termine, ma vivevano in un sistema che di fatto li rendeva tali: turni lunghissimi, vita chiusa nel capannone, nessuna protezione.

Il loro funerale a Prato si tenne soltanto sette mesi dopo, nel giugno del 2014. Le salme vennero poi cremate e rimpatriate in Cina.

Che cosa è successo il 1° dicembre 2013 a Prato

https://www.youtube.com/watch?v=dNMbBRne0ZI (Abre numa nova janela)

La mattina del 1° dicembre 2013 è una domenica (Abre numa nova janela). Intorno alle sette di mattina scoppia un incendio nella parte destra del capannone in via Toscana n. 63, sede allora della Teresa Moda. L’azienda è una tipica confezione cinese di pronto moda: abiti economici, tempi di consegna velocissimi, lavoro a cottimo.

Nella zona del laboratorio, vicino alle macchine, c’è una piccola cucina improvvisata: un fornello, qualche elettrodomestico, bombole, prese multiple. L’ipotesi più accreditata è che l’incendio parta da lì, per un cortocircuito o un surriscaldamento.

Il capannone, però, non è solo un luogo di lavoro. Sopra, su un soppalco abusivo in cartongesso, sono stati ricavati piccoli loculi-dormitorio: stanze strette, muri sottili, letti appoggiati sopra le macchine da cucire. È lì che i sette dormono quando scoppia il rogo.

Nel giro di pochi minuti succede quello che i tecnici chiamano flashover: i gas caldi e i fumi accumulati si incendiano all’improvviso, il fuoco si estende a tutto il piano. I materiali presenti, tessuti, imbottiture, plastica, alimentano le fiamme. Il soppalco cede in parte, travolgendo chi ci dorme sopra.

Le vie di fuga sono praticamente inesistenti. Non ci sono uscite di sicurezza efficaci, l’unica scala interna è già avvolta dal fumo e dal calore. Uno degli operai riesce ad arrivare a una finestra, spacca il vetro, ma trova davanti le inferriate: viene ritrovato lì, bloccato dalle sbarre.

Quando arrivano i vigili del fuoco, il capannone è ormai invaso dal fumo. I soccorritori impiegano ore per domare l’incendio e mettere in sicurezza la struttura. Alla fine il bilancio è drammatico: sette morti, tutti di nazionalità cinese, e due feriti gravi (Abre numa nova janela).

Il sindaco di allora, Roberto Cenni (Abre numa nova janela) a guida di una giunta di centro-destra, parla subito di “tragedia annunciata”. A Prato, nel distretto del pronto moda, i capannoni-dormitorio così sono la regola più che l’eccezione. Da anni si ripete che “prima o poi succederà qualcosa di grosso”. Il 1° dicembre 2013 quel “prima o poi” arriva.

La fabbrica-dormitorio e il sistema del pronto moda

Fino qui i fatti. Per capire perché quelle sette operaie ed operai dormivano sopra le macchine da cucire bisogna guardare a come funziona il distretto pratese del pronto moda cinese.

A partire dagli anni Novanta, migliaia di persone provenienti soprattutto dalla regione cinese dello Zhejiang si sono stabilite a Prato. Prima come manodopera a basso costo nelle aziende italiane, poi come piccoli imprenditori in proprio. Affittano capannoni semi-dismessi nel Macrolotto e li trasformano in micro-fabbriche: si cuce, si stira, si confeziona per conto terzi o per marchi propri.

Il modello è semplice:

  • prezzi bassi, grazie a salari contenuti e pochi costi fissi;

  • velocità: collezioni cambiate in poche settimane;

  • lavoro a cottimo: si viene pagati a pezzo prodotto, non a orario.

Per reggere questi ritmi, molti imprenditori decidono di “ottimizzare” al massimo gli spazi: il capannone diventa fabbrica e casa. Al piano terra si lavora, al piano di sopra si dorme. La storica aggregazione di semplici case, fondi commerciali, “stanzoncini” e capannoni industriali di varia dimensione, ripresa dalla forza lavoro cinese racconta di un originale modello, ormai perduto: la “città fabbrica” pratese, dove l’abitare coincideva con il lavorare, con il vivere. Spesso gli operai non hanno un contratto regolare, non parlano italiano, non hanno alternative reali: accettano turni di 12-14 ore al giorno in cambio di vitto e alloggio in fabbrica e di 40-50 euro al giorno.

Alla Teresa Moda il sistema funziona così. L’azienda è gestita da una famiglia: due sorelle cinesi e i loro mariti. Nel gergo dei lavoratori la ditta viene chiamata “Jiemei”, che in cinese significa proprio “sorelle”. Gli operai dormono nel soppalco abusivo, mangiano grazie a un catering a basso costo che porta riso e pollo in vaschette, lavorano tutti i giorni della settimana, spesso anche la domenica.

Quello che succede in via Toscana non è un’eccezione: è un pezzo del cuore produttivo di Prato. Nel 2013, le imprese cinesi registrate nel distretto sono migliaia, la comunità cinese rappresenta una quota rilevante della popolazione. Le rimesse verso la Cina sono miliardi di euro in pochi anni. Una parte importante dell’economia locale passa da quei capannoni.

Il problema è che quella crescita si regge anche su un livello di illegalità diffusa: impianti elettrici improvvisati, assenza di uscite di sicurezza, dormitori in zona produttiva, lavoro nero, contributi non versati. Tutto questo era noto alle istituzioni, alle forze dell’ordine, ai proprietari dei capannoni, ai committenti italiani che si rifornivano di abbigliamento a basso costo.

Nel caso specifico della Teresa Moda, si scoprirà che già da tempo c’erano stati segnali: un tecnico aveva definito l’impianto elettrico “disastroso” in un verbale, il soppalco abusivo compariva comunque nelle superfici tassate, i proprietari italiani sapevano che il capannone veniva usato anche come dormitorio. Ma il sistema andava avanti, finché non è successo il peggio.

Il processo e le responsabilità

Foto: Augusto Biagini

Dopo il rogo, la Procura di Prato apre un’indagine per omicidio colposo plurimo, disastro colposo e violazioni delle norme sulla sicurezza del lavoro. Gli indagati sono sia sul fronte cinese sia su quello italiano.

Da una parte ci sono le due sorelle titolari della Teresa Moda e il marito di una di loro. Dall’altra ci sono i fratelli Pellegrini, proprietari italiani del capannone di via Toscana che lo avevano affittato sapendo, secondo l’accusa, come veniva usato.

Le perizie tecniche confermano la dinamica: incendio di natura accidentale, ma reso devastante dall’assenza di misure di sicurezza, dalla presenza di dormitori e cucine abusive, da impianti non a norma. In un ambiente a regola d’arte, con uscite di emergenza, compartimenti antincendio e dormitori separati, quell’incendio avrebbe avuto probabilmente un altro esito.

Il processo segue due strade:

  • Le titolari cinesi scelgono il rito abbreviato. In primo grado vengono condannate a pene tra i 6 e gli 8 anni di carcere; in Appello le condanne vengono sostanzialmente confermate; in Cassazione, nel 2018, diventano definitive. Le due sorelle, però, nel frattempo sono tornate in Cina: di fatto non sconteranno la pena (Abre numa nova janela).

  • I proprietari italiani del capannone vengono condannati in primo grado, con pene attorno ai 6 anni, poi in Appello la pena viene ridotta. Nel 2019 la Cassazione annulla però la condanna “perché il fatto non sussiste”: vengono assolti definitivamente (Abre numa nova janela).

È una conclusione che lascia aperte molte domande. Il sistema giudiziario stabilisce che le responsabilità penali dirette sono soprattutto in capo a chi gestiva la fabbrica-dormitorio; sul ruolo di chi affitta immobili sapendo che verranno usati così, invece, non si consolida un precedente.

Per le famiglie delle vittime arriva un risarcimento economico, anche in base al diritto cinese: è anche questo il motivo per cui l’estradizione delle titolari dalla Cina non andrà mai in porto. Ma dal punto di vista simbolico, resta la sensazione che la giustizia sia stata solo parziale.

Che cosa è cambiato dopo il rogo

L’incendio della Teresa Moda ha avuto un effetto immediato: ha reso visibile a tutto il Paese (e oltre) qualcosa che a Prato molti conoscevano già e che i sindacati confederali provavano a far emergere da tempo. I media nazionali parlano di “Thyssen di Prato”, di “Rana Plaza italiano”, richiamando altri roghi e crolli in fabbrica con decine o centinaia di morti.

Le istituzioni, soprattutto regionali, reagiscono con un piano straordinario. La Regione Toscana lancia nel 2014 il Piano “Lavoro Sicuro (Abre numa nova janela): un progetto di controlli mirati su migliaia di aziende cinesi del distretto, con personale dedicato di Asl, vigili del fuoco, ispettorato del lavoro, prefettura.

I numeri dei primi anni sono impressionanti: centinaia di dormitori abusivi trovati dentro i capannoni, cucine improvvisate, bombole in locali non idonei, impianti elettrici pericolosi, macchinari non protetti. Molte aziende vengono chiuse, altre si mettono in regola dopo diffide e multe. Le sanzioni incassate vengono reinvestite per finanziare nuovi controlli.

Con il passare del tempo, i dati migliorano: la percentuale di aziende completamente fuori norma diminuisce, le irregolarità più gravi diventano meno frequenti. Non significa che il problema sia sparito, ma che il sistema è meno “Far West” di dieci anni fa. In alcuni casi, anche gli imprenditori cinesi di seconda generazione spingono per regole più chiare e condizioni più decorose, perché vedono in Prato un luogo dove restare, non solo un posto dove lavorare qualche anno e andarsene.

Allo stesso tempo, però, incidenti più piccoli continuano ad accadere: altri roghi, altre morti, soprattutto in realtà più marginali o in aziende che aprono e chiudono rapidamente per sfuggire ai controlli. Il rischio zero non esiste, ma il rogo della Teresa Moda ha reso più difficile fingere di non vedere.

Come la città ricorda (o dimentica)

Per molto tempo, il modo in cui Prato ha ricordato i sette operai è stato ambiguo. Ogni anno fino allo scorso, intorno al 1° dicembre, il Comune organizza cerimonie ufficiali, interventi del presidente della Regione, del sindaco, dei consolati. Si parla di legalità, sicurezza, integrazione.

Sul luogo concreto della tragedia, però, non succede quasi niente. Il capannone di via Toscana torna a essere un capannone come gli altri, affittato ad altre attività. Nessuna targa, nessun segno fisico, nessun luogo dove andare semplicemente a posare un fiore. Le salme sono tornate in Cina, e in città è come se non fosse rimasto nulla di tangibile.

Negli ultimi anni qualcosa si è mosso dal basso. Il sindacato di base SUDD Cobas ha iniziato a organizzare presidi e iniziative direttamente davanti all’ex Teresa Moda. Hanno ripulito un’aiuola trascurata, hanno posato una piccola targa con i nomi delle sette vittime (Abre numa nova janela), hanno chiesto che quella memoria diventasse parte stabile dello spazio urbano.

Non è stato facile neanche questo: il memoriale è stato persino distrutto (Abre numa nova janela) dai proprietari dei capannoni di Via Toscana una volta, alla vigilia dell’inaugurazione, e poi ricostruito. Ma oggi l’idea che in quel punto della città ci debba essere un segno permanente è più forte di prima. Almeno una parte di Prato, italiana, cinese, migrante, rivendica che quei nomi non siano più solo negli atti processuali o negli archivi dei giornali, ma anche in un luogo concreto.

Il memoriale in via Toscana (Foto: Sudd Cobas, pagina Facebook)

Perché questa storia ci riguarda ancora

La storia della Teresa Moda non è solo una storia di sfruttamento “cinese” a casa nostra. È una storia che riguarda come funziona un pezzo dell’economia pratese e italiana, e quali compromessi siamo stati disposti ad accettare in cambio di abiti a basso costo e crescita “facile”.

Nel rogo del 1° dicembre 2013 muoiono sette operaie ed operai cinesi, ma intorno a loro c’è una filiera, senza distinzione alcuna di nazionalità, fatta di:

  • piccoli imprenditori che si arrangiano nel modo più conveniente,

  • proprietari che affittano capannoni senza farsi troppe domande,

  • committenti che scelgono il fornitore più economico,

  • istituzioni che per anni hanno tollerato un livello di irregolarità considerato quasi “fisiologico”.

Dieci anni dopo, a Prato, qualcosa è cambiato: i controlli sono sicuramente più frequenti, alcuni standard minimi di sicurezza sono diventati davvero “minimi” e non opzionali, il tema non è più solo “questione cinese” ma è riconosciuto come questione cittadina.

Non vuol dire che il problema sia risolto. Ma ogni volta che si passa da via Toscana, quei sette nomi (Zheng Xiuping, Rao Changjian, Lin Guang Xing, Wang Chuntao, Dong Wenqiu, Su Qifu, Xue Xieqing) ricordano che dietro l’idea astratta di “distretto produttivo” ci sono persone in carne e ossa. E che quando si risparmia sulla sicurezza, a pagare non è mai chi compra una maglietta a cinque euro, ma chi quella maglietta l’ha cucita e ci ha dormito accanto.

In Italia, in media, ogni giorno tre persone muoiono sul lavoro. Nel frattempo, purtroppo, anche a Prato non si sono fermate le morti sul lavoro anche se il peso che hanno ricoperto sulla stampa ha spesso seguito regole lontane dal tema della ricerca della verità. Due esempi su tutti. Grande eco sulla stampa nazionale ha avuto il caso della ventiduenne Luana D’Orazio, che nel maggio 2021 rimase schiacciata nell’orditoio dell’Orditura Srl di Montemurlo, a causa della rimozione delle cautele antinfortunistiche. Qualche mese prima, nel febbraio dello stesso anno, Sabri Jaballah, operaio di origine tunisina residente a Prato e coetaneo di Luana, era morto schiacciato sotto una pressa della Millefili Spa, azienda tessile con sede sempre a Montemurlo, ma in pochi lo ricordano.

Il Piano “Lavoro Sicuro”, promosso dalla Regione Toscana, è stato spesso oggetto di critiche per la spettacolarizzazione della sicurezza e per l’eccessiva concentrazione dei controlli sulle aziende a conduzione cinese, mentre lo sfruttamento della manodopera a discapito della sicurezza sul lavoro sembra essere un tratto connaturato al modello produttivo nel suo complesso, piuttosto che all’organizzazione di una specifica comunità.

Pur avendo il merito di aver fatto emergere numerose irregolarità (Abre numa nova janela), il protocollo resta incentrato sull’azione sanzionatoria e ispettiva, e meno sulla costruzione di una vera cultura della sicurezza aziendale sostenibile nel tempo. Inoltre, risulta per sua natura sbilanciato territorialmente e settorialmente verso il manifatturiero, trascurando altre aree e altri comparti - come quello agricolo, ad esempio - dove i rischi sono ugualmente elevati, creando così disparità di tutela.

Negli ultimi anni, dal 2019 a oggi, la mobilitazione sindacale contro lo sfruttamento lavorativo e per migliori condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro ha trovato in città un protagonista di primo piano nel SUDD Cobas (o SUDD Cobas Prato-Firenze), un sindacato di base autonomo attivo in Toscana, nato nel 2024 a seguito di una scissione locale dai SI Cobas. Le rivendicazioni del SUDD Cobas si concentrano soprattutto sul contrasto allo sfruttamento lavorativo nei settori a forte intensità di manodopera del distretto pratese, in particolare il tessile, la logistica e il pronto moda, mettendo al centro la richiesta di condizioni di lavoro dignitose e sicure.

Il sindacato denuncia da anni turni e orari eccessivi, retribuzioni al di sotto dei minimi contrattuali, forme strutturate di elusione dei contratti nazionali tramite subappalti e finte cooperative, oltre a condizioni di rischio nei luoghi di produzione, spesso aggravate dalla pressione produttiva e dalla mancanza di dispositivi adeguati. Sul piano rivendicativo, il SUDD Cobas insiste sulla necessità di una maggiore responsabilità in capo alle aziende committenti, sull’applicazione piena dei contratti collettivi di settore, sulla regolarizzazione dei lavoratori irregolari e sul rafforzamento degli strumenti di prevenzione, puntando non solo al rispetto formale delle norme di sicurezza, ma alla trasformazione più ampia delle condizioni materiali di lavoro.

Le mobilitazioni, gli scioperi e le vertenze aperte nel territorio vengono così presentati come strumenti per far emergere pratiche diffuse di sfruttamento e per affermare una cultura della sicurezza e della dignità del lavoro che vada oltre i controlli ispettivi e le misure repressive istituzionali. Gli slogan «Sciopero oggi, Sciopero domani» o le formule «8×5» (otto ore giornaliere, quaranta settimanali distribuite su cinque giorni) sono diventati familiari nei cortei organizzati dal sindacato nel corso degli anni.

Alcune aziende locali, quali Texprint, Dreamland, Iron Logistics, Tintoria 2020, Lin Weidong, Confezione Alba Srl, sono diventati nomi familiari ai pratesi in quanto sono state più volte affiancate, nelle narrazioni e nelle mobilitazioni del SUDD Cobas, ai nomi di grandi brand quali Mondo Convenienza, Montblanc, Liu Jo, Richmond e Patrizia Pepe, per mostrare la continuità della catena di subappalti e delle forme di sfruttamento a monte e a valle della produzione.

Attraverso picchetti protratti per mesi, presidi permanenti e manifestazioni cittadine, il sindacato ha portato alla luce condizioni di lavoro ritenute irregolari o insicure, ottenendo in diversi casi vittorie contrattuali e l’apertura di tavoli istituzionali. Le stesse mobilitazioni, tuttavia, hanno spesso comportato anche episodi di tensione, aggressioni e manifestazioni di violenza da parte dei proprietari delle aziende coinvolte o di improvvisati servizi di sicurezza privati.

Cosa dice Teresa Moda agli scioperi di oggi

Manifestazione 1 maggio 2025 (Foto: Sudd Cobas, pagina Facebook)

Quello che accadde tra le mura della Teresa Moda nel 2013 risuona ancora oggi perché rivela un nodo strutturale che non appartiene al passato: la violazione delle norme non fu un’eccezione tragica, ma la conseguenza prevedibile di un modello produttivo che comprime tempi, costi e vite, trattando la sicurezza come un lusso rinunciabile.

Nel 2013, lo sfruttamento era visivamente brutale, come lo era stato nei decenni precedenti: dormire su soppalchi abusivi, cucinare accanto alle bombole, nessuna via di fuga. Dodici anni dopo, il sistema si è fatto meno visibile ma non meno duro: capannoni forse più controllati, ma filiere opache che frammentano contratti, scaricano responsabilità su chi sta più in basso attraverso cooperative e subappalti, e rendono i lavoratori ricattabili dal cambio improvviso del committente.

Il filo che lega via Toscana ai picchetti dei SUDD Cobas è questo: la fragilità strutturale di chi produce, ieri dormendo sopra le macchine, oggi rischiando di perdere tutto quando un brand cambia fornitore. Se Teresa Moda mostrava una fabbrica-casa che divorava i suoi operai nel sonno, le vertenze dei SUDD Cobas mostrano una fabbrica-rete che li consuma nell’instabilità: non più intrappolati dalle inferriate, ma dai contratti irregolari, dagli orari infiniti, dai salari sotto i minimi, dall’assenza di prevenzione reale.

Il grido che si alza oggi nei loro cortei è l’opposto esatto delle condizioni che resero possibile il rogo: è la richiesta di tempo, regolarità, limite ai turni, responsabilità del committente, tutela preventiva prima che ispettiva. Per questo il legame storico non è simbolico, ma materiale: allora si moriva perché la sicurezza era assente per accelerare la produzione, oggi si sciopera perché la sicurezza è formale ma non sostanziale, stressata dalla stessa pressione produttiva del ribasso.

Teresa Moda unì in un solo luogo lavoro e morte collettiva, facendo più notizia delle morti distillate e quotidiane che ogni giorno leggiamo sui diversi luoghi di lavoro.

I SUDD Cobas raccolgono quell’eredità, ribaltandola in azione: trasformano un lutto che il distretto voleva cancellare in una memoria combattiva che rifiuta l’equazione per cui meno diritti uguale a più profitto. Gli scioperi di oggi vogliono unire lavoro e dignità, prima che sia troppo tardi: per questo la vertenza dell’Alba non riguarda solo diciotto operai, ma il modello che permette ancora, in modi diversi, le stesse dinamiche che resero possibile la Teresa Moda.

C’è una linea di continuità tra via Toscana ieri e l’azione sindacale di oggi: non più la cronaca di una tragedia annunciata, ma la prova che la sicurezza si conquista quando chi produce smette di essere invisibile e comincia a fermare le macchine per salvarsi la vita.


L’agenda

Cosa non perdere a Prato questa settimana, secondo me.

Cinema (vi metto link): Terminale (Abre numa nova janela), Eden (Abre numa nova janela), Pecci (Abre numa nova janela), Garibaldi (Abre numa nova janela).


I matti della città di Prato

Siamo tutti e tutte un po’ matti in questa città. Eccone i tre scelti a caso da il Repertorio dei matti della città di Prato (Marcos y Marcos): un libretto, nato da un laboratorio con Paolo Nori. Storielle brevi di persone pratesi eccentriche. Per fare un sorriso.

Uno che era un pensionato passava la mattina attraversando le strisce pedonali stava un po’ da un lato della strada poi tornava dall’altro lato fermando le auto con la mano aperta. A chi gli chiedeva perché lo facesse, rispondeva “che era per affermare la sua persona.”

C’era uno che in libreria chiedeva il Manifesto del Partito Comunista e poi stupito diceva: “ma questo è un libro, io volevo il poster”.

Questa signora aveva in bagno una coppia di asciugamani nuovissimi, stirati, intatti con la scritta lui e lei. Era vietatissimo toccarli, per asciugarsi le mani bisognava usare altri asciugamani messi lì accanto un po’ stropicciati. Quando le si chiedeva, ma allora perché li metti questi asciugamani: “Son per belluria”.


Una canzone che ho ascoltato mentre scrivevo questa newsletter

Construção (Costruzione) di Ornella Vanoni. La versione italiana di un brano del cantautore brasiliano Chico Buarque: denuncia la condizione degli operai trattati come ingranaggi sacrificabili. Racconta la morte anonima di un lavoratore che non ferma né scuote la città: un crescendo ipnotico e ripetitivo che imita il ritmo del lavoro e della società.

In tema con l’approfondimento e un omaggio a Ornella Vanoni.

Si può ascoltare pure su Spotify (Abre numa nova janela).

https://www.youtube.com/watch?v=koJ6OSBfFlQ (Abre numa nova janela)

Tópico Società

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