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La complicata normalità di una famiglia con due madri

Alice e Virginia vivono a Prato. La loro storia è quella di migliaia di famiglie italiane che esistono, ma che lo Stato non riconosce ancora.

Ciao! Mi chiamo Lorenzo Tempestini, faccio il giornalista a Prato da un po’ di anni e questo che stai leggendo è un articolo della newsletter di Buzz Prato, un progetto editoriale che cerca di fare un racconto “nuovo” della città. Se sei arrivata/o qui per caso, puoi iscriverti alla newsletter e non perderti i prossimi articoli.

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Il 17 ottobre di vent'anni fa si sono baciate per la prima volta. Da lì è partita "una danza intorno a tutto ciò che era non detto e inespresso", come la chiama Virginia. Poi l'unione civile, una decisione lunga e meditata, un anno e mezzo di psicoterapia di coppia, un viaggio a Barcellona e, alla prima inseminazione, Martino.

Una storia d'amore piuttosto normale, se non fosse che in Italia, per anni, non è esistita.

Non nel senso che fosse illegale (le famiglie omogenitoriali non sono illegali) ma nel senso che il sistema giuridico le ignorava come se non ci fossero. Quando Martino è nato, nel 2021, aveva due madri, una biologica e una che lo aveva visto nascere, lo allevava, lo chiamava figlio. Solo una delle due, però, risultava tale in qualsiasi documento ufficiale.

"Alla nascita di Martino io ero una ragazza madre", dice Alice. Con un'ironia che non nasconde l'assurdità della cosa.

Il percorso

La voglia di avere un figlio è venuta fuori lentamente, e non da entrambe nello stesso momento. È stata Alice a portarla per prima, a seguito di un periodo di psicoterapia. La sua terapeuta le aveva chiesto come si vedeva dieci anni dopo. "Sapevo benissimo cosa c'era nella mia testa, ma non la volevo dire a voce alta”. Alla seduta successiva, dopo averlo scritto, la terapeuta le disse: "Non c'è niente di male, anche se questo fosse il tuo desiderio di avere una famiglia."

Virginia ci ha messo più tempo. Aveva una visione dell'essere genitore "un po' insacchettata, un po' polverosa, molto definita", legata a quello che aveva visto crescendo. Prima ha dovuto smontarla. "Ogni persona è differente, lo fa in maniera differente." Una volta sciolto quel pregiudizio, è partito tutto il resto.

Hanno fatto un anno e mezzo di psicoterapia di coppia per prepararsi, non per risolvere un problema, specificano, ma per capire le rispettive proiezioni sulla genitorialità, per andare a guardare le zone d'ombra prima di trovarsi dentro qualcosa di irreversibile. "Ci ha permesso di affrontare meglio la genitorialità, che comunque non è mai facile al di là della nostra situazione."

Barcellona, un lunedì mattina

All'epoca, per una coppia di donne in Italia che voleva avere un figlio, le opzioni erano essenzialmente due: andare all'estero o rinunciare. La PMA (Procrreazione medicalmente assistita) in Italia è riservata alle coppie eterosessuali con accertati problemi di fertilità. Non alle coppie di donne. Non alle donne single. A nessun altro.

Alice e Virginia sono andate a Barcellona. La Spagna garantisce per legge l'anonimato della donazione del seme. Il processo oggi è molto più agevole rispetto a qualche anno fa: colloqui online, cliniche che parlano italiano, procedure meno opache. Hanno scelto un'inseminazione intrauterina, la tecnica meno invasiva, anche la meno costosa.

La ginecologa, la mattina di un lunedì, aveva accennato ad Alice che quella settimana probabilmente sarebbe successo. Alle sei di sera è arrivata la chiamata: sei pronta, giovedì dovete essere lì.

Alice era al lavoro. Ha riattaccato e ha scritto un messaggio veloce a Virginia. Niente aereo prenotato, niente albergo, niente preparato: sapevano che sarebbe stato tutto all'ultimo minuto, glielo avevano detto. "Sono stati giorni folli", dice Virginia. "Concitati." Si sono organizzate, hanno preso il primo volo, hanno fatto l'inseminazione la mattina del giovedì e sono rimaste un paio di giorni a fare le turiste.

È andata bene al primo tentativo. Non è sempre così: conoscono coppie che hanno fatto quattro, cinque tentativi. La procedura medica ha un costo significativo, diverse migliaia di euro, a cui si aggiungono i farmaci ormonali, che da soli possono arrivare a quasi la metà di quella cifra. Poi ci sono i voli, l'albergo, i giorni di lavoro persi.

Tutto a carico delle famiglie, senza rimborsi né sostegno istituzionale. Una coppia eterosessuale con problemi di fertilità certificati può accedere alla PMA tramite il sistema sanitario nazionale. Una coppia di donne no, per definizione.

Il vuoto

La gravidanza è andata bene. L'ospedale di Prato ha trattato Alice e Virginia come quello che sono (una coppia) senza fare domande strane. "Mi hanno detto: chiamiamo tua moglie", racconta Alice. "Quindi su quello assolutamente bravissimi."

Poi è arrivata la parte complicata.

L'unione civile, contrariamente a quello che molti pensano, non dava automaticamente all'altro genitore alcun diritto sul figlio. Virginia non era riconosciuta come madre di Martino. Per portarlo dal medico, per iscriverlo a scuola, per prendere qualsiasi decisione che lo riguardava, aveva bisogno di documenti, deleghe, fogli firmati. "Sono bambini senza diritti", dice Virginia. "È un dato di fatto."

All'epoca le strade percorribili erano due, e nessuna semplice. La prima era l'adozione in casi particolari: avvocato, anni di attesa, tribunale, rischio concreto di rigetto. La seconda era il riconoscimento da parte del comune di residenza: alcuni sindaci o sindache lo facevano, altri no. Non c'era una regola. C'era discrezionalità e quella discrezionalità aveva un costo politico.

Molti amministratori e amministratrici che firmavano quei riconoscimenti lo facevano in silenzio, senza annunciarlo, consapevoli che pubblicizzarlo avrebbe significato esporsi a ricorsi e pressioni. Non era un atto dovuto per legge: era una scelta personale, compiuta nell'ambiguità normativa. I diritti di un bambino dipendevano dalla discrezione e dal coraggio di un funzionario comunale.

Nel maggio 2025 la Corte Costituzionale (Abre numa nova janela) ha dichiarato illegittima l'esclusione del genitore intenzionale per i nati da PMA all'estero. Nel marzo 2026 la Cassazione ha confermato: la madre non biologica va riconosciuta. Per le coppie di donne come Alice e Virginia, qualcosa si è finalmente mosso. Per le famiglie in cui è coinvolta la gestazione per altri, la questione resta aperta.

La bolla

Nel racconto di Alice e Virginia, gli anni con Martino piccolo sono stati una "bolla molto dorata". La gente le conosce come coppia, e quando le conosce i pregiudizi tendono a dissolversi. Le vicine ultraottantenni del palazzo, quando hanno chiesto a Virginia come chiamarla nei confronti di Martino, si sono sentite rispondere "mamma" e non hanno battuto ciglio.

La bolla, però, ha una scadenza. Martino andrà a scuola, incontrerà altri bambini, sentirà quello che dicono i loro genitori. "Non avrà magari all'inizio tutti gli strumenti per spiegare da dove viene", dice Virginia. E allora qualche coetaneo potrebbe ripetere parole che non sono sue.

Le famiglie arcobaleno in Italia sono sempre di più. L'associazione Famiglie Arcobaleno, fondata nel 2005, principale punto di riferimento nazionale per le famiglie omogenitoriali, stima che solo in provincia di Prato siano più di 50, in Toscana intorno alle 500, numeri in crescita e destinati ad aumentare ancora dopo la sentenza del 2025.

Il Comune di Prato conta 120 coppie unite civilmente, con e senza figli e figlie. Non tutte le famiglie omogenitoriali formalizzano l'unione o fanno parte dell’associazione, quindi la stima reale è probabilmente più alta.

Quello che manca

Se si chiede ad Alice e Virginia cosa servirebbe perché la loro storia smetta di essere degna di un'intervista e diventi una storia normalissima, la risposta è lineare.

Primo: il riconoscimento alla nascita per entrambi i genitori, senza passare da tribunali. La sentenza del 2025 ha aperto uno spiraglio, ma uno spiraglio non è una garanzia.

Secondo: la PMA aperta a tutte le donne, single o in coppia, senza doversi comprare un biglietto aereo per avere lo stesso accesso che ha una coppia eterosessuale con problemi di fertilità.

Terzo, nel mondo ideale: il matrimonio egualitario, che renderebbe tutto il resto automatico.

Quarto, e trasversale a tutto: una legge. Affidarsi alla giurisprudenza significa affidarsi al tribunale giusto, al momento giusto, alla causa giusta. Lo ha detto con precisione Alessia Crocini (Abre numa nova janela), presidente di Famiglie Arcobaleno, intervenendo al XXV Congresso di Magistratura democratica il 27 marzo 2026: "In uno Stato maturo i diritti dei bambini e delle bambine non dovrebbero dipendere dal coraggio di una famiglia di andare in tribunale. Dovrebbero essere riconosciuti dalla legge. Fin dalla nascita."

Nessuna di queste cose è nell'agenda politica del governo attuale. Nel frattempo i bambini e le bambine nati da famiglie omogenitoriali aumentano. Non aspettano che il parlamento si decida. "Questi bambini e bambine esistono", dice Virginia. "Sono tanti, sono veramente tanti. E continuano ad aumentare anche se le leggi e le tutele non ci sono."

Vale la pena fermarsi su cosa ha voluto dire, concretamente, diventare madri per Alice e Virginia. Anni di elaborazione personale, psicoterapia di coppia, burocrazia estera, terapie e farmaci pagati di tasca propria, voli prenotati all'ultimo minuto, uno Stato che non le prevedeva. Ogni passaggio che per una coppia eterosessuale è automatico, per loro è stato una scelta attiva, deliberata. Non una scelta eroica, loro stesse non la raccontano così, ma una che ha richiesto una quantità di determinazione che la maggior parte dei genitori non ha mai dovuto mettere in campo.

Il risultato è Martino, che se la dorme appoggiato al bracciolo del divano mentre noi finiamo di bere una tisana.

Il prezzo dello sfruttamento

Il nuovo appuntamento della Bocciofila di Buzz Prato dal vivo

Continuano gli appuntamenti della Bocciofila di Buzz Prato dal vivo dopo il successo dei primi due appuntamenti (mercoledì scorso c’erano più di 100 persone ai giardini della Passerella). Questa settimana parliamo di sfruttamento lavorativo: appuntamento mercoledì 17 giugno alle ore 19.

Quando una borsa costa migliaia di euro ed è venduta nelle boutique del lusso, l’etichetta “Made in Italy” dovrebbe raccontare qualità, artigianato, bellezza. Ma basta chiedersi da chi è fatta, dove, a quali condizioni, e quella stessa etichetta diventa una domanda molto meno rassicurante.

E allora partiamo da Che Lusso!, podcast originale di Rai Radio 1 scritto e diretto da Cecilia Bacci, un viaggio nella filiera italiana della pelletteria di lusso, dalla Toscana al Salento, passando per Milano e per le inchieste che hanno scosso il mondo dell’alta moda.

Ne discutiamo con l’autrice Cecilia Bacci, giornalista Rai, Laura Fasani, giornalista de Il Post, che ha raccontato nell’ultimo anno Prato tenendo insieme distretto tessile, lavoro, inchieste e trasformazioni della città, e Francesca Ciuffi, sindacalista Sudd Cobas.

Proveremo a capire cosa c’è dietro le filiere del lusso: il pronto moda, i contoterzisti, il lavoro migrante, le grandi maison, i subappalti, le responsabilità dei brand e quelle dei territori.

Modera l’incontro Caterina Guidi l’economista e ricercatrice esperta di migrazioni.

Vi aspetto ai Giardini della Passerella.

Una canzone che ho ascoltato mentre scrivevo

“La Playa” di Francesco Bianconi e Baby K. Martedì abbiamo fatto una cena con la squadra che ha organizzato la maratona delle elezioni, per ritrovarsi e celebrare con entusiasmo il lavoro svolto insieme. Ad un certo punto (però non saprei spiegarvi come mai) ci siamo trovati a parlare di musica italiana e a un certo punto abbiamo citato questa cover di una canzone di Baby K realizzata da Francesco Bianconi per sua figlia. Che poi se l’ascolti bene è una bellissima canzone estiva.

Anche nella playlist di Spotify (Abre numa nova janela)

https://www.youtube.com/watch?v=f6T6zBc8iHs&list=RDf6T6zBc8iHs&start_radio=1 (Abre numa nova janela)
Tópico Società

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