Saltar para o conteúdo principal

Non basta tornare

A Montepiano la montagna è tornata ad attirare residenti e villeggianti. Ora il problema è permettere a chi vuole restare di trovare una casa e una vita possibile. Foto di Paola Ressa

Ciao! Mi chiamo Lorenzo Tempestini, faccio il giornalista a Prato da un po’ di anni e questo che stai leggendo è un articolo della newsletter di Buzz Prato, un progetto editoriale che cerca di fare un racconto “nuovo” della città. Se sei arrivata/o qui per caso, puoi iscriverti alla newsletter e non perderti i prossimi articoli.

ASCOLTA LA VERSIONE AUDIO DELL’ARTICOLO

Da tre estati a Montepiano è molto difficile trovare una casa in affitto. Il paese si è riempito di nuovo dopo una crisi degli anni 80/90, spinto dal caldo sempre meno sopportabile in pianura, dal ritorno dei villeggianti e da chi ha scelto di vivere in montagna continuando a lavorare a Prato.

A pochi chilometri di distanza nella stessa valle, però, ci sono paesi dove più di un’abitazione su tre rimane vuota. A Fossato, nel vicino comune di Cantagallo, come vi ho raccontato la settimana scorsa (Abre numa nova janela), d’inverno restano quattordici persone. Sul versante di Vaiano, più vicino alla città, Schignano e Migliana non si spopolano, ma hanno poca vita propria: molti abitanti lavorano a Prato e tornano soltanto la sera. A Schignano non c’è più praticamente nemmeno una bottega; a Migliana, leggermente più isolata, ne resiste ancora qualcuna. “Sono paesi dormitorio” dicono alcuni.

Sono luoghi della stessa vallata, distanti pochi chilometri e alle prese con problemi diversi, a volte opposti.

La Strategia nazionale per le aree interne classifica Vernio come comune “periferico”, a 43 minuti dai servizi essenziali, la stessa categoria assegnata a Cantagallo. Ma, come abbiamo già visto, una classificazione statistica non basta a spiegare perché territori così vicini abbiano preso strade differenti.

Montepiano

A Montepiano l’atmosfera è vivace. Sul retro dello Chalet, sede della Pro Loco, sul Lago artificiale Fiorenzo, un gruppo di residenti e villeggianti è seduto sotto un filare di tigli, attorno a tavolini di vimini. Ci sono bottiglie di birra, carte di gelato e qualcuno che chiede un “fiorino” per lasciarsi fotografare. Poco dopo viene presa di mira, per scherzo, una coppia appena arrivata da Barberino: “loro salgono solo per prendere il fresco, mica son di qui”.

Davanti alle case lungo la strada anche qui crescono bellissime ortensie blu, curate come si curano le cose a cui si tiene. Claudio ha 72 anni, è nato e cresciuto qui e ha lavorato come “dispositore di tessitura”, scendendo ogni giorno a Prato e, per sei anni, fino a Bologna.

“Ottanta chilometri al giorno, andata e ritorno. Mai stato un problema per me”. Montepiano è una stazione climatica dall’Ottocento. I fiorentini venivano qui già alla fine del Settecento in villeggiatura, ma “fino agli anni Ottanta era veramente fiorente”, raccontano.

Il Lago Fiorenzo, lo sbarramento artificiale del fiume Setta realizzato nei primi anni Settanta e danneggiato dal maltempo nel 2017, è stato restituito al paese il 20 settembre 2025, dopo lavori da 3,5 milioni di euro finanziati da Pnrr, Ministero dell’Interno e Regione Toscana.

Qui c’è un microclima perfetto, anche durante un primo pomeriggio di luglio. 

Anche qui l’industrializzazione ha spostato le persone verso valle. Non necessariamente perché la montagna fosse troppo isolata, ma perché lavorando nel tessile era diventato possibile costruirsi una casa con lo “stanzoncino” e il telaio dentro.

“Io stavo a Calenzano, non me ne frega nulla. Sono tornato su, vado a lavorare a Prato, ma sto meglio adesso”, dice uno degli uomini seduti allo Chalet. È uno dei tanti che negli ultimi anni hanno ricomprato casa a Montepiano pur continuando a lavorare giù. La popolazione residente è stimata attorno alle settecento persone.

I servizi raccontano un paese ancora vivo: tre medici, anche se non presenti tutti i giorni, una farmacia, alcune botteghe, l’ufficio postale aperto quotidianamente, gli autobus e persino una banca. “Qui c’è la banca”, lo dicono con un certo orgoglio. A Vernio, “capoluogo” del comune, ha chiuso. A Mercatale il bancomat di Intesa è stato tolto e poi ripristinato dopo qualche protesta.

Il cambiamento più evidente riguarda le case. La domanda è cresciuta più velocemente dell’offerta e molte abitazioni restano inutilizzate o vengono aperte soltanto per poche settimane dai proprietari. A Montepiano c’è un albergo e si sta lavorando per aprirne altri due.

La Pro Loco viene indicata da tutti come il motore della nuova vitalità del paese. Nel consiglio sono entrati anche due fratelli poco più che ventenni che ascoltano la chiaccherata un po’ in disparte; il padre, ex cassista della CAP oggi in pensione, ne è vicepresidente.

D’inverno, raccontano, i loro coetanei rimasti stabilmente a Montepiano sono trenta o quaranta. D’estate, durante gli eventi, il paese può ripopolarsi “in una notte sola”, con centinaia di ragazzi e ragazze arrivati da fuori.

Sotto all’insegna finto arrugginita dello Chalet, si legge il programma della settimana: paella e sangria il venerdì, una mostra di modellismo sul lago, la festa dei cani. “Da quando c’è questa Pro Loco il paese si è rivitalizzato - dice qualcuno  - non c’è una cultura turistica qui. È un paese che ha sempre vissuto di rendita, non di iniziativa.”

È forse la contraddizione principale di Montepiano. Il paese è tornato desiderabile, ma non ha ancora costruito gli strumenti per gestire questa nuova domanda: case da mettere sul mercato, servizi adeguati e un progetto turistico che non si limiti agli eventi estivi.

Una rinascita da organizzare

Maria Lucarini, sindaca di Vernio, chiama Montepiano “la perla dell’Appennino” e conferma che nell’estate del 2026 è stata più affollata del solito.

Le colonie di Montepiano, di proprietà del Maggio Musicale Fiorentino, avrebbero attirato l’interesse di alcuni privati. La linea dichiarata dal Comune è non costruire altre case, ma recuperare il patrimonio esistente e sfitto.

Il problema è che gli immobili vuoti non sono sempre realmente disponibili. Le proprietà possono essere divise tra molti eredi, utilizzate soltanto per poche settimane o legate a edifici familiari che non si vogliono cedere a estranei.

Succede anche alle attività commerciali. L’edicola-cartoleria di Mercatale di Vernio rischia di chiudere senza un ricambio, come sta succedendo al calzolaio dello stesso paese. Spesso i negozi sono ricavati dentro o sotto le abitazioni di famiglia: venderli o affittarli significa, in pratica, aprire a qualcuno la porta di casa. Senza un passaggio generazionale interno diventano difficili da cedere, anche quando avrebbero ancora un mercato.

A Mercatale c’è però chi sta provando a invertire la tendenza. Lottozero, il centro di ricerca e progettazione tessile nato nel Macrolotto Zero di Prato, ha ottenuto un finanziamento per trasformare un ex fondo industriale abbandonato dagli anni Ottanta in una microfabbrica vicino alla stazione ferroviaria.

Il progetto prevede una piccola filiera, dalla coltivazione di lino e canapa alla produzione di tessuti e confezioni, insieme a residenze per artisti e designer e a una collaborazione con il museo MUMAT per la formazione dei giovani della valle. L’apertura è prevista per la primavera del 2027.

Per Lucarini la questione decisiva resta quella dei collegamenti. Non soltanto la statale 325, ma anche la ferrovia e la viabilità verso il Mugello.

La stazione di Vernio è stata quasi completamente rinnovata e molte famiglie hanno scelto di tornare in Alta Valle perché da qui possono raggiungere Prato in un quarto d’ora. Questa possibilità, però, dipende dalla puntualità e dalla frequenza dei treni.

Lucarini cita la casa di comunità di Mercatale come esempio di un servizio costruito sulle esigenze del territorio. Qui vengono effettuati più volte alla settimana i prelievi oncologici, evitando ai pazienti dell’Alta Valle di raggiungere Prato. Le attrezzature sono state acquistate con i fondi destinati alle aree interne.

La sindaca è però critica sul modo in cui quelle risorse vengono distribuite. “Le politiche delle aree interne sono centrali, ma devono essere calate sui territori, non studiate a tavolino da Roma.”

Fa l’esempio degli investimenti digitali previsti dalle ultime strategie nazionali: imprese ed enti pubblici vengono spinti verso nuovi servizi online, mentre in alcune frazioni manca ancora il segnale telefonico. Un’altra sfida importante sta nei luoghi di aggregazione, in forte crisi dopo la pandemia.

“Paesi”, non “borghi”

Filippo Barbera, sociologo dell’Università di Torino, studia da anni le aree interne e ha criticato nei suoi libri la retorica sulla rinascita dei borghi. Senza conoscere nel dettaglio i numeri della Val di Bisenzio, descrive uno dei suoi problemi principali: “paradossalmente ci sono le case vuote, ma non si trovano case”. 

Per Barbera la casa è la prima questione da affrontare. Cita forme di proprietà collettiva, come i community land trust, e soluzioni di abitabilità temporanea: alloggi dove chi sta pensando di trasferirsi possa vivere per un periodo e capire se la scelta funziona davvero. 

È anche un modo per evitare un’altra retorica, quella dei giovani chiamati a salvare i paesi con il proprio entusiasmo. “Giovani sì, ma che potere diamo ai giovani?”: i nuovi abitanti possono costruire progetti insieme a chi già vive nei territori, ma soltanto se hanno accesso alla terra, alle abitazioni, alle risorse e alle decisioni. Altrimenti vengono caricati della responsabilità di invertire lo spopolamento senza avere gli strumenti per farlo.

Anche i numeri, secondo Barbera, dovrebbero essere letti diversamente. L’arrivo di poche persone può sembrare irrilevante in una città, ma avere effetti molto grandi in una frazione quasi disabitata. “Due persone in centro a Firenze non le vedi neanche. In questi comuni, due persone, dieci persone fanno la differenza.”

Significa che anche i criteri con cui vengono distribuiti finanziamenti e servizi dovrebbero essere adattati ai luoghi. La stessa variazione demografica non può avere lo stesso peso a Prato e a Fossato.

Barbera usa la parola “metromontagna” per descrivere il rapporto tra le aree urbane e quelle montane vicine. Prato e la Val di Bisenzio non sono territori separati: dipendono l’uno dall’altro e possono costruire nuovi scambi.

Un esempio è il “near working”: spazi di lavoro condivisi nei paesi della valle, dove chi è impiegato in un’azienda o in un ente della pianura possa lavorare per alcuni giorni alla settimana senza scendere fino a Prato.

Il primo a sperimentarlo, dice Barbera, potrebbe essere il settore pubblico. Un grande ente potrebbe consentire ai propri dipendenti di lavorare in centri condivisi di media montagna, a venti o trenta minuti dalla città. Non lavoro da casa, quindi, ma lavoro vicino a casa, dentro uno spazio che produce anche vita sociale e presenze quotidiane.

È un approccio diverso dalla ricerca di attrattività attraverso il turismo o iniziative come le case a un euro. Il punto è costruire l’infrastruttura della vita quotidiana: abitazioni, lavoro, scuola, sanità, mobilità e luoghi d’incontro. “Sono paesi”, dice Barbera, “non borghi”.

Una vallata, possibilità diverse

A Montepiano servono case da rimettere sul mercato e strumenti per gestire una domanda turistica crescente. A Fossato servirebbero nuovi abitanti come in tanti altri paesucoli della vallata. A Schignano e Migliana il rischio è diventare paesi in cui si torna soltanto la sera, dopo aver lavorato a Prato.

Sono luoghi vicini, classificati più o meno nello stesso modo, ma con bisogni diversi. Non basta attrarre turisti o offrire incentivi se poi mancano una casa, un treno affidabile, una scuola o un luogo in cui lavorare.

Per Barbera, Prato e la Val di Bisenzio vanno pensate come parti dello stesso territorio: una “metromontagna” fatta di spostamenti, servizi e scambi.

Il punto, allora, non è convincere qualcuno a tornare a vivere in montagna. È permettere a chi vuole farlo di restare.

Sostenere Buzz Prato costa la metà: 24 euro all’anno.

I contenuti come questo resteranno gratuiti e accessibili a tutte e tutti. Abbonarsi non serve a sbloccare contenuti esclusivi, ma a sostenere il lavoro che c’è dietro e permettere al progetto di crescere.

A settembre, inoltre, organizzerò la prima assemblea delle abbonate e degli abbonati per verificare il primo anno e parlare di quello nuovo.

Chi ha salvato il patrimonio artistico durante la seconda guerra mondiale?

Lunedì 27 luglio, alle 21.15, alla Gualchiera di Coiano dialogherò con Alessia Cecconi e Luisa Ciardi della Fondazione CDSE intorno a Resistere per l’arte, un progetto che racconta una pagina poco conosciuta della Seconda guerra mondiale: quella delle donne e degli uomini che rischiarono la vita per salvare il patrimonio artistico toscano da bombardamenti, saccheggi e distruzioni.

Ci saranno le storie di Leonetto Tintori, Cesare Fasola e di molte altre persone. Anni di ricerca diventati prima un libro e poi un podcast, a cui ho collaborato per il montaggio e la regia.

Se vi va, ci vediamo lì.

Tópico Società

0 comentários

Gostaria de ser o primeiro a escrever um comentário?
Torne-se membro de Buzz Prato e comece a conversa.
Torne-se membro