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I brand (e l’Internet) hanno un problema con i top client

E non è un problema da poco, visto che, alla fine della fiera, sono quelli che tengono in vita tutto il carrozzone.

Quando, dopo lo show di ottobre di Chanel, una delle loro top client Patti Pao – guru della skincare, con laurea a Berkeley e master in economia ad Harvard, non certo la “casalinga di Voghera” di arbasiniana memoria, con il dovuto rispetto per le casalinghe di Voghera – ha detto (Abre numa nova janela) che lei e sua madre, la novantunenne Joanne, non avrebbero acquistato niente dello show di debutto di Matthieu Blazy, Internet ha fatto quello che sa fare meglio. Contraddirsi.

In un universo social nel quale a volte sembra di dover camminare sui carboni ardenti nel fare attenzione (giustamente) nel rispettare tutte le identità e gli orientamenti e le età e i pronomi, buona parte dell’Internet della moda, sommamente offeso dalle illazioni della signora Pao – che è stata assai moderata nelle sue esternazioni e ha espresso comunque fiducia nel futuro della maison sotto Matthieu Blazy – l’ha etichettata sostanzialmente come una vecchia rimbambita che non ha capito granché della moda, ma che vuoi farci, viene da un’altra epoca, le cose cambiano, l’arte è un’altra cosa, Chanel è la cosa più cool che ci poteva capitare, cosa vuoi che ne capisca una che spende 500 mila dollari l’anno in vestiti, ma magari non ha il gusto che si ha noi, raffinatissimi Arbiter elegantiarum che presidiamo il gusto guardando le sfilate dal divano di casa con il pigiama in pile sporco di resti del cinese da asporto.

Ecco, non è proprio esattamente così.

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