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La rivolta dei santi maledetti

Alcune cose sono sempre state considerate sacre dalla mia famiglia, ovvero oggetto di un rispetto assoluto, come definisce il termine “sacro” nella sua forma estensiva il vocabolario di Tullio De Mauro.

Due di queste cose sono state appese nella casa sul Lago di Bertignano, nel territorio di Viverone, ai piedi della Serra d’Ivrea. La casa di Bertignano fu un rudere che i miei genitori decisero di risistemare per passare là gli ultimi anni della loro vita. Da quando è diventata casa, ovvero da quando Maria (mia mamma) e Domenico (mio padre), insieme a Carmelo (il muratore), ci hanno lavorato per farla diventare tale, racchiude il meglio della nostra progenie e, ora, la custodisce mia sorella maggiore Grazia.

Lago di Bertignano visto in autunno. In alto a sinistra la casetta girgia, è quella risistemata da Maria e Domenico
Lago di Bertignano, Viverone, Biella

Non che la nostra, come tutte le istituzioni familiari, sia stata solo rose e fiori; tutt’altro, ma quell’edificio, soprattutto quel luogo, ne conserva certamente il meglio. Tra le cose migliori vi è l’orgoglio della fatica di costruirsi le cose da sé, di cercare sempre di vivere il lavoro fuori da ogni tipo di rapporto alienante.

Dicevo che a Bertignano sono conservate due cose sacre. Una è una stampa fotografica dei primi del ‘900, credo una calotipia, che ha come soggetto la parte valdostana della nostra famiglia, quella della nonna Luisa o, meglio, Eloisa. Margari messi in posa per una foto che racconta di lavoro e di comunità. E’ la foto della famiglia Perruchod.

L’altra è una foto di mio nonno Ettore scattata al fronte; il mio antenato, di cui porto il nome, fu infatti fante durante la prima guerra mondiale.

Nell’estate del 2023 andai a ritirare per conto dell’Ecomuseo della tradizione costruttiva - leggasi sempre e ancora la Trappa - la bandiera verde di Legambiente, un premio che l’associazione ecologista destina a chi si dà da fare per proteggere la montagna e il suo paesaggio.

Edificio in pietra con appesa Bandiera verde 2023 di Legambiente
luglio 2023, Legnaia della Trappa di Sordevolo

Andai a prenderlo a Venzone, in Friuli. Un lungo viaggio notturno con Enrico di Chiaverano, ascoltando “Argento vivo” di Daniele Silvestri; ma questa è un’altra storia.

Quando raggiungemmo Venzone mi venne poi un dubbio. Non subito all’arrivo durante la notte, ma la mattina dopo, prima del caffè. Scrissi allora a mio cugino di Torino Luca, la memoria storica della famiglia, e gli chiesi se nostro nonno fosse stato per caso al fronte da quelle parti. Luca confermò la mia sensazione dicendomi che, tra i ricordi di famiglia in suo possesso, c’è una cartolina del giugno del 1917 che riporta scritto a mano “Apparecchi 29ma Squadriglia e sezione trasporti sul campo di Cavazzo Carnico”, paese a circa 13 km da Venzone, appena oltre il fiume Tagliamento.

Retro di una cartolina del giugno 1917 che colloca Ettore Macchieraldo nella 29ma Squadriglia Apparecchi a Cavazzo Carnico
Cartolina della Zona di Guerra

Non credo che mio nonno fosse ancora in zona il 24 ottobre 1917, quando accadde Caporetto. Parola entrata nella lingua italiana come sinonimo di sconfitta, indica anche una località non lontana da dove mi recai a ritirare la bandiera verde di Legambiente. In realtà è una piccola cittadina slovena che si chiama Kobarid, distante solo sessanta km da Cavazzo Carnico, dove pochi mesi prima dello sfondamento di austrungarici e tedeschi fu, da quello che testimonia la cartolina in possesso di mio cugino, mio nonno Ettore. Per noi Italieni, però, rimane Caporetto, quella che la storia ufficiale descrive come una delle più grandi sconfitte dell’esercito italiano.

C’è tutto un filone interpretativo di quell’evento storico, che va dagli anarchici, ai bordighisti fino a quella figura di strano e camaleontico intellettuale che fu Curzio Malaparte, che sostennero, invece, che Caporetto non fu una sconfitta ma una rivolta spontanea dei “fanti” contro la casta, o nella versione più rivoluzionaria, antimilitarista. Una diserzione di massa che abbandonò a sé stessa la crudeltà e l’incapacità dei vertici militari.

Insomma uno dei pochi momenti di dignità collettiva delle variegate, tendenzialmente e furbescamente, asservite popolazioni della penisola italica.

Mai fino ad allora, il popolo, in quanto popolo, si era battuto. Le guerre erano state combattute, fino ad allora, dagli eserciti regolari, sotto la guida di pochi uomini esperti d'arme. Le nazioni avevano sempre continuato a vivere in pace, sul margine della guerra, attendendone l'esito. Questa volta, tutto il popolo fu chiamato in aiuto della società costituita, nemica, economicamente e socialmente, del popolo.

Scrisse così Curzio Malaparte in “Viva Caporetto”, libro pubblicato con questo titolo nel 1921, poi cambiato in “La rivolta dei santi maledetti” quando il Fascismo, che Malaparte sostenne e promosse, prese il potere.

Come ho avuto l’occasione di dire a Lace (Abre numa nova janela), un altro luogo sacro, stavolta dell’antifascismo biellese e canavesano, il 25 aprile del 2025, quella fu la prima guerra che espresse completamente le capacità tecnologica autodistruttiva del capitalismo industriale.

Torniamo però alla foto.

Immagine in bianco e nero che ritrae un fante in piedi con mano sinistra ben visibile appoggiata sul fianco
Ettore Macchieraldo, 1917

Ritrae mio nonno vestito da fante al fronte, era conservata nella casa in via Vercellone a Cavaglià, in un cortile dove Ettore senior nacque e visse, vicino a una busta in cui vi era anche una lettera, anch’essa appesa poi a Bertignano da mio padre. Nella lettera, datata 30 giugno 1917, Attilio Bertetti, un amico di mio nonno anch’egli al fronte nella Grande guerra ma, evidentemente, dislocato in altro luogo, racconta della morte di Eusebio, fratello di mio nonno.


Senti, carissimo Ettore, la mattina del primo luglio, mentre le palle fischiavano, si riteneva da un momento all'altro di essere fatti prigionieri. Il tuo carissimo Taldin [così doveva essere soprannominato Eusebio] che si trovava di alcuni metri più avanti del Boerio, preferendo rimanere ucciso che prigioniero, come avrei preferito io pure, tentò di scappare. Passò così vicino al Boerio il quale prevedendo il pericolo lo chiamò che volesse fermarsi e nascondersi dove si trovava nascosto lui ma, appena oltrepassatolo di alcuni metri lo vide cadere steso. Nonostante il grave pericolo a carponi con fatica si portò fino vicino a lui e lo trasportò fino alla volta del suo nascondiglio. L'amatissimo Baldin si sentiva privo di forze senza neppure sapere dove fosse ferito perciò chiamò alcune volte Luigi. Dimmi dove sono ferito e mentre questo lo lasciava per vedere dove stava la ferita sentì chiamarsi di nuovo dal povero Baldin che gli disse: Luigi io muoio. Prendimi tutto quanto ho indosso mandalo a mia moglie e figli che io sono morto. Stette ancora silenzioso qualche secondo poi gli afferrò una mano gliela baciò e reclinando il capo spirò. Povero Taldin


Anche Eusebio o “Taldin”, padre di Italo – di cui vi racconterò più avanti – era quindi un Macchieraldo.

E’ uno strano cognome il nostro. E’ molto locale. Tutti quelli che lo portano o vivono o provengono da Cavaglià, un piccolo paese al confine tra Biellese, Canavese e Vercellese. Anche Mariuccia, la mia attuale vicina di Roppolo, il paese dove vivo da oltre vent’anni, è una Macchieraldo. Quando le dissi che portavo qual cognome, io, foresto, che provenivo allora da Milano, mi rispose che non era possibile!

E invece è proprio così, sono tornato a vivere agli inizi degli anni duemila a non più di tre chilometri dal paese dei Macchieraldo.

Torniamo alla foto. Quello che c’è di notevole per me è la mano di mio nonno: lunghe dita, vene in rilievo, molto articolata: è una mano che lavora, che è prensile e trovo delle forti somiglianze con la mia.

Ingrandimento della foto al fronte già pubblicata più sopra
Particolare della mano sinistra di Ettore Macchieraldo senior

Mio nonno era fabbro e meccanico.

Dopo avere respirato i gas che vennero usati come armi chimiche nella prima guerra mondiale, non fu rimandato al fronte, ma trasferito a fare il meccanico di aereoplani. Probabilmente per quello era a Cavazzo Carnico nel giugno del 1917.

Morì poi nel 1967, poche settimane dopo la nascita di mia sorella Grazia. Morì di polmonite, conseguenza dei gas respirati al fronte 50 anni prima.

Stessa fine la fece anche Curzio Malaparte morto nel 1957, anch’egli per le conseguenze dell’iprite respirata al fronte.

Continuare a fare la guerra è un’idiozia, specie oggi che abbiamo un potenziale tecnico così distruttivo. Si sa che oggi basta un clic, un gesto piccolo che non costa fatica ma che può avere conseguenze incommensurabilmente più pesanti della leggerezza del dito sulla tastiera.

Le mani servono per lavorare, per accarezzare e per curare, non per uccidere. Anzi servono innanzitutto per riparare il mondo che noi genere umano ci accaniamo a distruggere. Eppure dovrebbe essere oggetto anch’esso di un rispetto assoluto, di una sacralità che ci protegga anche da noi stessi.

Tópico Talking hands

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