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Mac&Cheese #59 – Toni neutrali

Cari lettori e care lettrici,
in questo momento di grande disorientamento sociale, trovo che sia difficile - e in parte limitante - osservare storie e fenomeni culturali rimanendo dentro confini geografici precisi.

Come lo scorso Mac&Cheese, anche questo numero avrà uno sguardo globale, per osservare una tendenza che stiamo attraversando come mondo occidentale (e non solo).

Buona lettura.

Sono estremamente convinta che ogni edizione di Sanremo rappresenti perfettamente la condizione in cui si trova l’Italia in un determinato momento. E il Festival 2026 mi ha confermato questa teoria: un vuoto totale di contenuti, un “minimalismo” che ai miei occhi corrisponde alla mancanza di idee e alla paura di scontentare qualcuno.
Insomma: un forte disorientamento generale.
Il risultato? Un’atmosfera noiosa, una scaletta dimenticabile. Ma soprattutto: carenza di personalità e originalità nella produzione musicale, anche da parte di artisti e artiste che, con le loro voci, la loro capacità produttiva e la loro popolarità, avrebbero potuto assicurarsi la vittoria e il dominio discografico nei mesi successivi.

Per questo penso che — e qui io e Marta abbiamo opinioni divergenti — la vittoria sia andata meritatamente a Sal Da Vinci, che non si è presentato in una versione di sé sottotono o aggiustata, ma è sempre stato se stesso, con il suo modo di fare musica, la sua storia, le sue forti emozioni, la sua visione dell’amore. Il pubblico lo ha percepito: il suo arrivo sul palco, ogni sera, ha sempre portato festa, spontaneità e cori in platea. Sal Da Vinci è stato lo spettacolo (insieme alle uscite comiche di Lamborghini).

Oltre alla musica quasi tutta dimenticabile, gli artisti non si sono distinti neanche per i loro look. Soprattutto negli ultimi anni sanremesi, la maggior parte dei progetti musicali è stata accompagnata sul palco da outfit, accessori e make up particolari, graffianti, coreografici, sexy, capaci di lasciare il segno e di raccontare una storia. Look che trasmettevano il mondo dell’artista e che avrebbero creato un filo rosso estetico e concettuale con videoclip, concerti, album, contenuti social. Quest’anno, invece, il bianco, il nero e il classico hanno dominato.

https://www.instagram.com/rossellamigliaccio_/p/DVQk0a1Amje/?hl=it (Abre numa nova janela)

Per gli uomini, molti completi dal taglio retrò che sembravano scelti dallo stesso stylist. Per le donne, abiti classici, regolari. I colori: grigio, nero, avorio, champagne, cipria, qualche rosso controllato, pochissimi colpi di scena cromatici. Trucco e capelli: modalità clean girl. Tranne per Ditonellapiaga e Dargen D’Amico, i più teatrali, nel senso coreografico e comunicativo del termine.

È come se la necessità ricercata non fosse quella di essere ricordati o quella di distinguersi dagli altri progetti, quanto, piuttosto, quella di non disturbare.

Ciò che è accaduto sul palco di Sanremo non è un fenomeno isolato.

Tópico Giornalismo e Trend

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