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Mappa Concettuale - Come MUORE l’UNIONE SOVIETICA?

Tra il 1989 e il 1991 l’Unione Sovietica attraversa il più rapido collasso politico del XX secolo. La caduta del Muro di Berlino segna la fine simbolica della divisione del mondo in due blocchi, ma la morte reale dell’URSS è un processo lento, caotico e spesso violento. Gorbaciov, stretto tra riforme troppo timide e pressioni interne sempre più forti, tenta di salvare un sistema ormai irriformabile.

Le Repubbliche Baltiche guidano la rivolta: catene umane, proteste pacifiche e dichiarazioni di indipendenza. La risposta di Mosca, tra assalti armati e repressioni, scredita ulteriormente il potere centrale. La Russia stessa, guidata da Boris Eltsin, rivendica la propria sovranità il 12 giugno 1990: un segnale che l’edificio sovietico sta cedendo dalle fondamenta.

Nel frattempo l’economia implode. Scaffali vuoti, mercato nero dilagante, inflazione e carestia mettono in ginocchio milioni di cittadini. A completare la crisi arriva il golpe dell’agosto 1991: una fronda del partito, del KGB e dell’esercito tenta di rovesciare Gorbaciov, ma il colpo di stato fallisce grazie alla mobilitazione popolare e alla leadership di Eltsin, salito su un carro armato davanti al parlamento russo.

È il punto di non ritorno. Poche settimane dopo, Ucraina, Georgia e le altre repubbliche accelerano il distacco. L’8 dicembre 1991 Russia, Bielorussia e Ucraina firmano l’accordo di Belaveža, sancendo la dissoluzione dell’URSS. Il 25 dicembre Gorbaciov dà le dimissioni e il 31 dicembre la bandiera rossa sul Cremlino viene ammainata. Dopo settant’anni, l’Unione Sovietica scompare, lasciando spazio a un nuovo ordine mondiale dominato dagli Stati Uniti. La Guerra Fredda è finita. Ma il mondo che arriva non sarà più stabile di quello che se ne va.

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