Cercare un posto nella rete per scrivere significa anche ragionare sui tempi di cui hai bisogno, le regole di cui hai bisogno, il minimo di igiene ambientale di cui hai bisogno. Fuggito dagli algoritmi e dalle compromissioni ideologiche del circuito Meta, approdato in Substack, ho fatto i bagagli anche da lì perché certe alleanze commerciali della piattaforma mi fanno orrore e non voglio che facciano da cornice a un discorso che riguarda la salute e la convivenza.
Dunque ogni volta si ricomincia da capo. Ma fra alcuni degli articoli scritti finora e altri che seguiranno c’è un filo conduttore che ho bisogno che non si interrompa. Quegli articoli sono in salvo sul mio blog (Si apre in una nuova finestra) (e a oggi ancora non li ho cancellati da Substack, poi vedrò), e li segnalo qui.
Il primo post, con quella immagine che evoca una stramba incoerenza narrativa, parlava di alcuni nodi nella formazione dei nuovi terapeuti sistemici:
A questo articolo sono seguiti commenti di colleghi che ho ripubblicato come articoli autonomi e li trovate qui: il commento di Gianluca Resicato (Si apre in una nuova finestra), quello di Massimo Schinco (Si apre in una nuova finestra), poi quello di Marco Bianciardi (Si apre in una nuova finestra), e di nuovo Gianluca Resicato (Si apre in una nuova finestra). E Wolfgang Ullrich (Si apre in una nuova finestra) ha voluto aggiungere uno scritto.
Qui ho approfondito alcune questioni di formazione, soprattutto il ruolo della creatività e della biografia dell’allievo psicoterapeuta:
Qui riprendo il discorso dell’articolo precedente, sull’identità epigenetica del terapeuta:
Questo è stato letto da molte persone e ancora circola abbastanza. Entra più nel merito dell’irruzione dell’EMDR nelle pratiche di cornice sistemica e relazionale:
A questo è seguito un altro articolo sempre sulla cultura delle “tecniche” in terapia e sulla validazione dei processi terapeutici. Certe modalità terapeutiche risultano più efficaci nella ricerca quantitativa perché sono più efficaci o perché la ricerca quantitativa si presta meglio a misurare quelle modalità?
All’inizio dell’anno, un articolo — come si conviene — di buone intenzioni, dove parlo del perché scrivo di terapia; sempre valido, sostituite solo “Substack” con “Steady”:
E poi, riprendendo in modo nemmeno tanto implicito il discorso sulla “misurabilità” della terapia, ho pubblicato questo articolo dove parlo del fatto che lo statuto di “scientificità” della cura della parola non è una questione così lineare. 90% scienza, 90% arte:
https://www.massimogiuliani.it/blog/2026/02/28/la-psicoterapia-novanta-per-cento-scienza-novanta-per-cento-arte/ (Si apre in una nuova finestra)Hanno una connessione meno diretta con questi argomenti, ma li ripropongo perché, per quanto mi riguarda, fanno parte di un discorso un po’ meno mainstram sulle pratiche di cura, alcune interviste che la mia newsletter ha ospitato.
Con Enrico Valtellina parlo dell’ultimo grido del mercato dei giocattoli, la Barbie autistica:
Con Massimo Schinco si è parlato di sogni, che sono l’oggetto della sua ricerca da tanti anni:
Ci metto anche tre articoli (più l’intro al mio libro) che prendono spunto da quello che scrivo e penso da parecchio sul tema della metafora, nel linguaggio quotidiano e in quello della psicoterapia:
https://www.massimogiuliani.it/blog/tag/metafora-e-psicoterapia/ (Si apre in una nuova finestra)È tutto. C’è dell’altro, in realtà, e si trova comunque sul blog (Si apre in una nuova finestra), ma qui ho riportato quello che serve, come dicevo, per conservare il filo del discorso. Con la speranza che non si rompa fra un po’ — ma mi sono assicurato di avere buone ragioni per fidarmi di Steady, e spero di rimanerci a lungo. Grazie a chi mi farà compagnia.