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    <title>Millennio Urbano</title>
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    <description>Gli abitanti del pianeta per oltre la metà vivono nell&apos;ambiente urbano, aggettivo che si applica a molti fenomeni diversi.</description>
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      <title>Millennio Urbano</title>
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      <title><![CDATA[Equivoci sul verde in città]]></title>
      <description><![CDATA[La racconta del grano in piazza del Duomo a Milano nell'estate del 1943. Michela Barzi La filosofia del verde urbano è questione seria ed essa ha innanzitutto bisogno di…]]></description>
      <content:encoded><![CDATA[<figure><a href="https://www.corriere.it/foto-gallery/ambiente/15_febbraio_25/milano-guerra-grano-frumento-piazza-duomo-4b08e5ca-bd08-11e4-ad0c-cca964a9a2a1.shtml"><img src="https://assets.steadyhq.com/production/post/bff421c4-85c7-4e68-b7e3-1780cff23ff6/uploads/images/luzfrhopd2/Milano-1943_corriere.jpg?auto=compress&amp;w=800&amp;fit=max&amp;dpr=2&amp;fm=webp" alt="La racconta del grano in piazza del Duomo a Milano nell&#39;estate del 1943."/></a><figcaption>La racconta del grano in piazza del Duomo a Milano nell&#39;estate del 1943.</figcaption></figure><p><em>Michela Barzi</em></p><p>La filosofia del verde urbano è questione seria ed essa ha innanzitutto bisogno di un glossario per essere percepita come tale, sia nella sua declinazione amministrativa che nella percezione collettiva di quelle parti non edificate delle città. Le ricorrenti ondate di caldo ne hanno fatto l&#39;oggetto del discorso pubblico su come rendere le città meno inospitali, quindi tutti a disquisire di depavimentazione e riforestazione. Ma esiste una visione chiara delle differenti funzioni svolte dalla vegetazione in ambito urbano? La polemica a suo tempo scoppiata  a proposito delle palme e dei banani messi a dimora nelle aiuole di piazza del Duomo a Milano ci consente di farlo a partire da alcuni concetti sulla cui confusione spesso indugiano gli amministratori.</p><p>Partiamo quindi dalla nozione di giardino pubblico, al quale appartiene l’aiuola che di esso è una versione spazialmente limitata e preclusa alla pubblica fruizione. Sorvoliamo qui sulla storia dell’apparizione dei giardini pubblici nello spazio urbano per concentrarci solo un attimo sui loro aspetti progettuali e sulle relazioni di questi ultimi con gli elementi naturali. Rispetto alla polemica delle palme e dei banani, non certo specie endemiche della pianura Padana, ciò che qui interessa sottolineare è che i giardini e gli spazi verdi , in ogni loro forma e manifestazione, sono un consolidato esempio di globalizzazione botanica. L’arte della composizione delle differenti specie vegetali ha storicamente cercato di essere qualcosa di distinto dalla rappresentazione della natura circostante e segno di questo scostamento dall&#39;imitazione della natura può essere colto da ciò che scriveva nel 1838 lo scozzese John Claudius Loudon in <em>The Suburban Garden, and Villa Companion. </em> </p><p>A partire dalla metà del XIX secolo il principio dello stile <em>gardenesque</em>, che ha influenzato tanto i giardini privati quanto quelli pubblici, si è andato via via consolidando come un vasto repertorio di piante esotiche. Di esse fanno parte le palme cinesi (<em>Trachycarpus fortunei)</em> piantate nell’aiuola tripartita di piazza del Duomo che hanno stupidamente fatto gridare all’africanizzazione di Milano. Piantare alberi e arbusti non autoctoni era l’unico modo per fondare un’arte del giardinaggio altrimenti impossibile, dato che la semplice imitazione della natura non ha di per sé qualità artistiche. A ragione quindi il progettista dell&#39;allestimento sponsorizzato dalla globalissima Sturbucks ha affermato che non c’è da meravigliarsi dell’uso delle palme e dei banani, perché soprattutto le prime, nella versione cinese climaticamente più adattabile, sono presenti da oltre un secolo anche nei giardini lombardi. L’esotismo della composizione vegetale di fronte al monumento che di Milano è il simbolo non aveva quindi di per sé nulla di scandaloso ed è una solenne stupidaggine rivendicare il primato delle piante autoctone negli allestimenti delle aiuole.</p><p>Eppure nel precedente allestimento della piccola area verde di piazza del Duomo, realizzato grazie ad un differente sponsor nel 2014 -  un insieme di alberi, arbusti e piante erbacee autoctone della pianura Padana -  la natura faceva il suo ingresso dalla porta principale della città, secondo la perentoria affermazione che accompagnava la descrizione giornalistica della nuova filosofia milanese del verde urbano. Se nel 2014 l’obiettivo era la rinaturalizzazione delle aree verdi, con conseguente risparmio sui costi di gestione, nel 2017 si dà il via libera ad un&#39;interpretazione decisamente artificiale dell’aiuola che fa parte della pavimentazione della piazza simbolo di Milano. Quanta confusione, quindi, tra i carpini da una parte e le palme dall&#39;altra, riguardo la funzione ecosistemica e simbolica del verde urbano.</p><p>Le palme  e i banani della polemica potrebbero fornirci l’occasione per interrogarci sulla funzione di quel fazzoletto di verde non fruibile a chiusura di una piazza che è ormai anche uno dei centri nevralgici dei flussi turistici globali. Rispetto poi al fatto che non vi è dubbio che un’aiuola abbia eminentemente una funzione ornamentale, c’è però da chiedersi cosa significhi questa infinitamente piccola mimesi dell&#39;estremamente grande diversità botanica del pianeta, modificata ogni tre anni per iniziativa dello sponsor di turno, con l’alternanza di flora locale e globale. Quali forme e funzioni alternative a quelle puramente decorative possono invece essere immaginate per le aree verdi che fanno parte dello spazio pubblico e come esse possono adattarsi ai bisogni e alle diverse modalità di fruizione della città? A questo riguardo una riflessione può essere fatta a partire dalla foto del 1943 che fa da testata a questo articolo, tratta dal sito del <a href="http://www.corriere.it/foto-gallery/ambiente/15_febbraio_25/milano-guerra-grano-frumento-piazza-duomo-4b08e5ca-bd08-11e4-ad0c-cca964a9a2a1.shtml"><strong><em>Corriere della Sera</em></strong></a>.</p><p><a href="https://steady.page/d89d8034-a701-47d3-af75-88eeb76a5541/posts/bff421c4-85c7-4e68-b7e3-1780cff23ff6">Continua a leggere su Steady</a></p>]]></content:encoded>
      <category><![CDATA[Ambiente urbano]]></category>
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      <pubDate>Tue, 07 Jul 2026 09:03:43 +0000</pubDate>
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      <title><![CDATA[Le macchine per il traffico]]></title>
      <description><![CDATA[Michela Barzi In Tutto ciò che è solido svanisce nell'aria, Marshall Berman (1940-2013) traccia in maniera esemplare la traiettoria dell'esperienza della modernità…]]></description>
      <content:encoded><![CDATA[<p></p><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Belt_Parkway#/media/File:Shore_Pkwy_Marine_jeh.JPG"><img src="https://assets.steadyhq.com/production/post/7f0a6670-8d11-40ec-99c6-ecdfb4f78747/uploads/images/wahemqfgnj/Belt_Parkway_wikipedia.JPG?auto=compress&amp;w=800&amp;fit=max&amp;dpr=2&amp;fm=webp" alt="La Belt Parkway si snoda attorno ai distretti urbani di Brooklyn e Queens di New York City."/></a><p><br/><em>Michela Barzi</em></p><p>In <em>Tutto ciò che è solido svanisce nell&#39;aria</em>, Marshall Berman (1940-2013) traccia in maniera esemplare la traiettoria dell&#39;esperienza della modernità attraverso la critica letteraria e la lettura dei fenomeni urbani. Ciò che Berman mette in rilievo - affidandosi, con in mezzo alcuni decenni e due sponde dell&#39;oceano,  alle descrizioni di Walter Benjamin, da una parte, e di Jane Jacobs dall&#39;altra  - è che nella parabola ascendente del modernismo la strada era diventata il fulcro della modernità in quanto strumento di trasformazione urbana. Ma poi, nella sua discesa verso il furore della <em>tabula rasa</em>, il modernismo ha individuato proprio nella strada tutti i mali della città, invocandone la cancellazione. Se è vero che l&#39;urbanistica è una disciplina moderna, lo è altrettanto il fatto che le trasformazioni urbane dell&#39;ultimo secolo e mezzo sono, secondo il filosofo statunitense, una manifestazione del modernismo. </p><p>Sigfried Giedion (1888-1968), nel suo <em>Spazio Tempo Architettura,</em> pubblicato nel 1941, illustra, a partire dalle <em>parkway</em> che Robert Moses aveva realizzato attorno a New York, la necessità di superare l’idea di strada ottocentesca come strumento chirurgico per curare il corpo infetto delle metropoli congestionate. La nuova prospettiva che Giedion auspicava e leggeva nelle parole di Le Corbusier  - «La prima cosa da fare è abolire la <em>rue corridor</em> con il suo rigido allineamento di edifici e la sua mescolanza di traffico, di pedoni e di case» - è quella di cui Berman aveva fatto esperienza con la distruzione del Bronx per mezzo dell&#39;autostrada sopraelevata realizzata da Robert Moses (1888-1981). Le Corbusier vedeva nel nuovo tipo di strada pensata per le automobili l’occasione per l’apparizione di un uomo nuovo, inglobato nell’automobile, per il quale la strada sarà una «macchina per il traffico». Macchine, quindi, e non pedoni. Niente più caffè e luoghi di svago: <em>il faut tuer la rue corridor</em>. Nel nuovo paradigma urbanistico propagandato da Giedion - che Jacobs chiamava ironicamente la «magnifica visione» - insieme alla strada spariva la gente e quindi la città.</p><p><a href="https://steady.page/d89d8034-a701-47d3-af75-88eeb76a5541/posts/7f0a6670-8d11-40ec-99c6-ecdfb4f78747">Continua a leggere su Steady</a></p>]]></content:encoded>
      <category><![CDATA[Ambiente urbano]]></category>
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      <pubDate>Mon, 06 Jul 2026 11:10:35 +0000</pubDate>
    </item>
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      <title><![CDATA[La natura come infrastruttura urbana]]></title>
      <description><![CDATA[Michela Barzi La relazione tra le regioni urbane, dove oggi vive più della metà della popolazione mondiale, e le grandi aree naturali protette, bacini di biodiversità e…]]></description>
      <content:encoded><![CDATA[<a href="https://olmsted.org/blog/2021/09/14/spotlight-on-riverside-il/"><img src="https://assets.steadyhq.com/production/post/fd2352bf-13b0-474a-8d06-2dc81f87d72f/uploads/images/itigdh3frk/riverside_olmsted.org.jpg?auto=compress&amp;w=800&amp;fit=max&amp;dpr=2&amp;fm=webp" alt="Il piano del garden suburb Riverside nei pressi di Chicago di Frederick Law Olmsted e Calvert Vaux."/></a><p><em>Michela Barzi</em></p><p>A partire dai progetti di <a href="https://www.millenniourbano.it/central-park-lidea-di-parco-e-di-citta/">Central Park</a> (1858) a Manhattan e di Prospect Park (1867) a Brooklyn il sodalizio professionale di Frederick Law Olmsted (1822-1903) e Calvert Vaux (1824-1895) affronta la progettazione delle aree verdi come vera e propria pianificazione urbana. I parchi, i <a href="https://www.millenniourbano.it/frederick-law-olmsted-dai-parchi-alle-citta/"><em>garden suburb</em></a><em> </em>e le <a href="https://www.millenniourbano.it/macchine-per-il-traffico/"><em>parkway</em></a> – strade di collegamento dei parchi pubblici circondate da vegetazione – a Chicago, a Buffalo, a Boston, a Minneapolis diventano parte di quell’idea di città-regione che sarà ripresa dalla Regional Planning Association of America fondata nel 1923 da Clarence Stein, Lewis Mumford, Henry Wright e Benton McKaye. Quest’ultimo, che dal 1905 aveva lavorato come forestale per lo United States Forest Service, progetta e realizza, tra il 1925 e il 1937, il percorso naturalistico <em>Appalachian Trail</em> che unisce il Maine alla Georgia.</p><p>La relazione tra le regioni urbane, dove oggi vive più della metà della popolazione mondiale, e le grandi aree naturali protette, bacini di biodiversità e ambiti di regolazione climatica, non può che passare dalla rinaturalizzazione delle prime, grazie a erba, alberi e acqua che prendono il posto di cemento e asfalto. <a href="https://www.millenniourbano.it/equivoci-sul-verde-in-citta/">La vegetazione in città</a> - che sia nei parchi e giardini pubblici, nelle alberature e nelle aiuole a bordo strada e nelle piazze o nei giardini e terrazzi privati - diventa, già a metà del XIX secolo,  parte delle infrastrutture urbane e quindi oggetto di pianificazione.</p><p>La figura del giardiniere-paesaggista nata nel XVIII secolo, in quello successivo, mutuando le tecniche di progettazione di vasti ambiti territoriali al servizio dell’aristocrazia europea, finisce per coincidere con quella del pianificatore delle trasformazioni urbane. È l’esperienza della realizzazione dei parchi pubblici, e in generale dell’impiego del verde nei progetti di rinnovamento della città storica europea, a favorire questo passaggio che in America avrà, a partire da New York, una valenza ulteriore: la creazione di infrastrutture urbane per la città democratica. Gli spazi verdi all’interno delle città, che oggi assumono anche la valenza di mitigatori del cambiamento climatico, sono stati concepiti sin dalla seconda metà dell’Ottocento come strumento di giustizia sociale. Occuparci di come sono stati inseriti nel progetto urbano, se si vuole affrontare la questione della giustizia climatica, è quindi di stringente attualità.</p><p><a href="https://steady.page/d89d8034-a701-47d3-af75-88eeb76a5541/posts/fd2352bf-13b0-474a-8d06-2dc81f87d72f">Continua a leggere su Steady</a></p>]]></content:encoded>
      <category><![CDATA[Ambiente urbano]]></category>
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      <pubDate>Sun, 05 Jul 2026 14:00:11 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[Donne che pensano la città contemporanea]]></title>
      <description><![CDATA[Come le figure di Jane Jacobs, Catherine Bauer e Sibyl Moholy-Nagy hanno cambiato l'approccio critico alle trasformazioni urbane negli USA e non solo.]]></description>
      <content:encoded><![CDATA[<figure><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/West_End,_Boston#/media/File:West_End_project_area_looking_northeasterly.jpg"><img src="https://assets.steadyhq.com/production/post/9c832b5c-617f-4edd-b903-b8de0eb7d32b/uploads/images/mlzde2qp6o/West_End_project_area_looking_northeasterly.jpg?auto=compress&amp;w=800&amp;fit=max&amp;dpr=2&amp;fm=webp" alt=""/></a><figcaption>Il progetto di rinnovamento urbano del west end di Boston in costruzione negli anni &#39;50 del Novecento</figcaption></figure><p><em>Michela Barzi</em></p><p>Nel 1949 e nel 1954, il Congresso degli Stati Uniti d’America approvava due disposizioni fondamentali per le politiche abitative federali. Con gli <em>Housing Act </em>del periodo post bellico si dava avvio a programmi per la costruzione di alloggi finanziati con fondi pubblici che fossero adeguati agli standard di una nazione moderna e soprattutto destinati a famiglie a basso reddito, Iniziava così la stagione dell’<em>urban renewa</em>l, una forma di gestione delle trasformazioni urbane che, sotto la regia della Federal Housing Administration, coinvolgeva amministratori pubblici, banche, imprenditori immobiliari, costruttori, pianificatori e architetti. Tuttavia il ruolo delle professioni progettuali nel processo decisionale spesso veniva ridotto a mera traduzione di scelte politiche ed economiche. Nel 1957 l’American Society of Planning Officials notava che il rinnovamento urbano si era trasformato in un processo burocratico che costringeva gli urbanisti a trascurare il vero significato del loro lavoro. La conseguenza era l’adozione di modelli standard sia in campo urbanistico che in quello della progettazione architettonica.</p><p>Tra il 1955 e il 1970 Jane Jacobs (1916-2006), Catherine Bauer (1905-1964) e Sibyl Moholy-Nagy (1903-1971) hanno variamente ragionato sull’eterogenesi dei fini dei principi progettuali del rinnovamento urbano. Le loro critiche hanno messo in luce i disastri derivanti da una concezione della città che prescindeva dal fenomeno urbano come fatto storico. Jacobs tra il 1955 e il 1962 aveva avuto il compito di scrivere per <em>Architectural Forum </em>di progetti di rinnovamento urbano e di farsi così un’idea degli effetti di quei programmi. Le sue osservazioni sono alla base del celebre <em>The Death and Life of Great American Cities </em>pubblicato nel 1961. In quegli stessi anni la rivista di cui era redattrice pubblicava le riflessioni di Bauer e di Moholy-Nagy sui limiti delle politiche di trasformazione delle città, sull’omologazione architettonica dei relativi progetti, sulla dispersione insediativa attorno alle grandi città americane e sul ruolo dei progettisti nell’intero processo.</p><p><a href="https://steady.page/d89d8034-a701-47d3-af75-88eeb76a5541/posts/9c832b5c-617f-4edd-b903-b8de0eb7d32b">Continua a leggere su Steady</a></p>]]></content:encoded>
      <category><![CDATA[Donne architettura città]]></category>
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      <pubDate>Tue, 14 Apr 2026 10:57:42 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[Città libertà democrazia]]></title>
      <description><![CDATA[Città, libertà e democrazia sono concetti in relazione tra loro. Attorno a questi tre concetti si articolano una serie di articoli o sintetizzati qui di seguito.]]></description>
      <content:encoded><![CDATA[<h1>Città, libertà, democrazia</h1><p></p><figure><a href="https://www.villagepreservation.org/2021/09/22/woman-crush-wednesday-jane-jacobs/"><img src="https://assets.steadyhq.com/production/post/1fe591fe-7609-47e4-a353-054fb2cbad01/uploads/images/vk733qaujf/Jane-Jacobs-kill-the-expressway-1200x667.png?auto=compress&amp;w=800&amp;fit=max&amp;dpr=2&amp;fm=webp" alt=""/></a><figcaption>Jane Jacobs a una manifestazione contro la Lower Manhattan Expressway</figcaption></figure><p></p><p>Città, libertà e democrazia sono concetti in relazione tra loro. Quando Henri Pirenne in <em>Le città del Medioevo </em>descrive lo spazio urbano come un rifugio per gli europei oppressi, citando il proverbio tedesco secondo cui «l&#39;aria di città rende liberi», implica che le città siano il centro della prosperità e delle libertà individuali che segnano la civiltà occidentale. Città e libertà diventano sinonimi dei diritti di cittadinanza di cui oggi godiamo grazie all’ordinamento democratico. Dal riconoscimento di questa relazione discende il titolo di <a href="https://steady.page/it/millennio-urbano/posts/53344e08-c83e-4a15-a237-d9e0408d4b69">un’antologia di scritti di Jane Jacobs</a>, autrice che si rifà spesso al proverbio tedesco che aveva letto nel libro di Pirenne.</p><p>Attorno a questi tre concetti si snoda una serie di articoli di Millennio Urbano sintetizzati qui di seguito</p><p></p><p><em>La città come male necessario</em></p><p>Con il progredire della storia, gli abitanti del pianeta sono diventati sempre più urbani: attualmente oltre la metà di loro vive in una delle variegate forme insediative genericamente riconducibili alla città. Essa, con tutti i rischi sanitari che ancora oggi porta con sé, è stata quindi un <a href="https://steady.page/it/millennio-urbano/posts/5a60f6a7-1266-4e20-885c-24ba4f8fe45f">male necessario</a>, un tassello fondamentale del processo evolutivo della specie umana. Il lungo rapporto tra città e malattie ha alla fine consentito la nascita di ambiti disciplinari specializzati nell’indagine, nella diagnosi e nell’individuazione della terapia. Dall’insieme delle conoscenze e delle tecniche finalizzate alla cura della città scaturisce la disciplina che chiamiamo urbanistica. A partire da quel periodo, da una parte le città sono state trasformate in superficie dai piani di risanamento e di espansione, spesso realizzati senza molto riguardo per la componente umana, e dall’altra gli interventi di trasformazione nel sottosuolo hanno modificato profondamente, e in meglio, la vita delle persone. Quando si è deciso di far corrispondere all’insediamento di nuovi abitanti la remunerazione del costo che la collettività deve sostenere per portare dove essi abiteranno strade e <a href="https://steady.page/it/millennio-urbano/posts/63f13554-14a1-44f5-a747-648d5aab9d36">servizi a rete</a>, ovvero da quando sono stati previsti gli oneri di urbanizzazione,  si è stabilito di collegare ai diritti di cittadinanza quelli di una condizione minima abitativa dignitosa, che garantisca appunto igiene e sicurezza. I servizi a rete che hanno fatto la loro apparizione nelle città europee a partire dalla seconda metà dell’Ottocento hanno concretamente dimostrato quali siano le conseguenze dell’urbanistica sulla vita quotidiana delle persone.</p><p></p><p><em>Spazio alla libertà</em></p><p>Nell&#39;antichità la libertà era riservata alla nobiltà, ma con la successiva crescita urbana essa diviene un attributo naturale di colui che vive nelle città. La città medievale era il rifugio<a href="https://steady.page/it/millennio-urbano/posts/d0acdf52-8815-4a5a-ba27-9397ea2eeb1e"> </a>di tutti coloro che cercavano l’emancipazione dalla condizione servile. Jacques Derrida suggerisce che le città moderne, in quanto luoghi di accoglienza per migranti e rifugiati, modificano inevitabilmente le politiche statali e il contesto giuridico caratterizzato dalla sovranità statale. Le città che si fanno <a href="https://steady.page/it/millennio-urbano/posts/d0acdf52-8815-4a5a-ba27-9397ea2eeb1e">rifugio</a> rappresentano un laboratorio per il diritto e la democrazia del futuro.</p><p>Essere liberi significa potersi muovere liberamente. Michel de Certeau individuava nell’<a href="https://steady.page/it/millennio-urbano/posts/9fe1151a-1c69-4291-b1bb-b7ba9707f80d">atto di camminare</a> la creazione di una città «metaforica», cioè in spostamento all’interno della città pianificata. Il libero movimento del pedone «disfa le superfici leggibili» della città raffigurata e osservata dall’alto, come sappiamo dalla storia della rappresentazione cartografica. La libertà di chi si sposta nello spazio riscrive la città come se fosse un testo lasciato all’interpretazione degli altri. La città diventa quindi un racconto collettivo in cui ognuno definisce il proprio «significante spaziale».</p><p>Quando nel 1858 Frederick Law Olmsted immaginava Central Park, New York non era solo un centro di commercio e industria, ma anche un luogo in cui le disparità tra schiavi e padroni che innescheranno la guerra civile potevano dissolversi. Quello spazio di <em>wilderness</em> urbana, resistendo all’urbanizzazione di Manhattan, diventava uno spazio democratico.Marco Sioli, in <a href="https://steady.page/it/millennio-urbano/posts/141d1f47-14bd-4ffd-ada6-6b58a74b8dfe"><em>Central Park un’isola di libertà</em></a>, suggerisce che il parco progettato avesse proprio l’intenzione di mitigare le disuguaglianze sociali di una metropoli. I parchi di Olmsted, come il Prospect Park di Brooklyn e quelli realizzati in altre città americane, facevano degli spazi verdi pubblici un indicatore fondamentale dell’essenza della grande città in rapporto ai sobborghi, dove il verde rimane privato. Il parco diventa quindi parte della sfera democratica dell&#39;esperienza urbana. Olmsted, insieme a Walt Whitman, vedeva nel parco qualcosa che univa il privato e il pubblico, un luogo di rifugio che educa al rispetto del bene comune. La storia del parco urbano, dalla metà del XIX secolo e nell’esperienza odierna della città, rimanda quindi al rapporto tra spazio pubblico e democrazia, in un momento storico in cui la città si stava tramutando nella metropoli.</p><p></p><p><em>La città-macchina</em></p><p>William H. Whyte Jr in uno dei saggi di cui si compone <em>The Exploding Metropolis</em> - l’antologia di scritti pubblicata nel 1958 che contiene anche un celebre contributo di Jane Jacobs - sosteneva a proposito del ruolo istituzionale dell&#39;urbanistica americana che <em>finché gli assunti che in esso sono stati lasciati così come sono non verranno riesaminati, la città è destinata a tramutarsi in un gigantesco disastro</em>. Le operazioni di rinnovamento del tessuto edilizio che - a partire dagli <em>Housing Act </em>del 1949 e del 1956 che consentiranno da una parte la costruzione di super complessi residenziali e, dall’altra, la realizzazione della rete autostradale - stavano profondamente cambiando il volto delle aree centrali delle grandi città americane fanno emergere il concetto di <a href="https://steady.page/it/millennio-urbano/posts/ecfe54e7-33f1-42a9-ae65-9ecb53b7c452">città-macchina</a>. Si tratta di qualcosa che doveva avere né più né meno di quanto fosse necessario per il suo funzionamento, allo stesso modo in cui un ingranaggio non deve avere né più né meno denti di quelli necessari per far girare l’ingranaggio adiacente. Per raggiungere questo obiettivo, le funzioni urbane sono state prima isolate e poi collocate in spazi fisici distinti. La natura intrinseca della città-macchina era il suo essere pensata con la stessa organizzazione che presiede la produzione industriale. Tutto doveva essere chiaro, anche a costo di ignorare la straordinaria complessità dell’organismo urbano. Così la città contemporanea concepita secondo la chiarezza di un meccanismo aveva bisogno della <em>tabula rasa</em> che elimina il contesto fisico e sociale per poter essere realizzata.</p><p></p><p><em>Città e disobbedienza civile</em></p><p> Marshall Berman è stato, oltre che un filosofo americano, anche un testimone della violenza del rinnovamento urbano. In <em>Tutto ciò che è solido svenisce nell’aria</em> ha descritto l&#39;impatto che esso ha avuto sul Bronx, diventato sinonimo di crisi urbana. Eponimo di città in preda al degrado, alla violenza e all’insicurezza, questo distretto urbano di New York City deve la sua fama a una causa ben precisa. Prima dell&#39;intervento del super commissario dello stato di New York <a href="https://steady.page/it/millennio-urbano/posts/7f0a6670-8d11-40ec-99c6-ecdfb4f78747">Robert Moses</a>, il Bronx era un distretto urbano caratterizzato dall’integrazione tra diverse comunità. Con la costruzione della <a href="https://steady.page/it/millennio-urbano/posts/25bb8631-ff33-408c-96c7-d97183b107f2"><em>Cross Bronx Expressway</em></a><em>,</em> avvenuta tra il 1948 e il 1972, per volere di Moses, il valore degli immobili è crollato e molti residenti bianchi si sono trasferiti nelle espansioni suburbane attratti da mutui vantaggiosi. La popolazione di colore, invece, è rimasta intrappolata lì a causa di politiche abitative discriminatorie e del <em>redlining</em>,  la pratica di individuare aree urbane povere alle quali le banche negavano il credito. Tutto ciò ha poi determinato un drastico disinvestimento nei servizi pubblici, distruzioni significative del patrimonio immobiliare e una perdita di quattro quinti della popolazione.</p><p>Altre opere di Moses, come la <a href="https://www.millenniourbano.it/camminare-per-la-citta-e-una-questione-di-genere/"><em>Lower Manhattan Expressway</em></a><em>,</em> avrebbero ulteriormente aggravato la situazione, minacciando di dividere comunità e sfollare migliaia di abitanti se non fosse stato messo in pratica il concetto di <a href="https://www.millenniourbano.it/le-citta-americane-e-la-disobbedienza-civile/%20%C2%A0">disobbedienza civile</a>. È stata in particolare  Jane Jacobs che, come Henry David Thoreau, l’inventore di quell’espressione , si era fatta arrestare per impedirne la realizzazione, e l&#39;attivismo degli abitanti di quella parte meridionale di Manhattan a bloccare le trasformazioni spaziali volute da Moses, personaggio che Jacobs definirà <em>la cosa più vicina a un dittatore che abbia (finora) afflitto New York e il New Jersey.</em></p><p>A Minneapolis, nello stesso periodo delle trasformazioni del Bronx, la realizzazione del tratto urbano dell’Interstate 95 ha causato il trasferimento di oltre ventitremila persone, per lo più di colore e, come nel Bronx<strong>, </strong>la pratica del <em>redlining </em>ha contribuito allo sgretolamento delle comunità nere. La disobbedienza civile si è di nuovo materializzata, in quella città e in altre degli Stati Uniti d’America, con la pratica di filmare e segnalare la presenza degli agenti dell’<em>Immigration and Customs Enforcement</em>.</p><p>Scriveva Jacobs nel 1967 che per un cittadino opporsi alle azioni di organi governativi che vanno <em>al di là dei limiti di ciò che egli percepisce come tollerabili</em> è uno strumento per tenere viva la democrazia.</p><p></p><p><strong>Abbonandoti trovi in ogni articolo i riferimenti bibliografici dei testi citati. Iscriviti alla </strong><a href="https://steady.page/it/millennio-urbano/newsletter/sign_up"><strong>newsletter</strong></a><strong> per ricevere gli aggiornamenti su questo e altri argomenti e un contenuto al mese dedicato agli iscritti.</strong></p><p><a href="https://steady.page/d89d8034-a701-47d3-af75-88eeb76a5541/posts/1fe591fe-7609-47e4-a353-054fb2cbad01">Continua a leggere su Steady</a></p>]]></content:encoded>
      <category><![CDATA[Città libertà democrazia]]></category>
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      <pubDate>Wed, 18 Mar 2026 11:17:51 +0000</pubDate>
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      <title><![CDATA[Le Olimpiadi a Milano e l’idea di cambiamento]]></title>
      <description><![CDATA[SOM Milan Olympic village Michela Barzi Sotto l’Arco della Pace a Milano il marchingegno che ospita la fiamma olimpica resterà incappucciato fino al 6 marzo, data…]]></description>
      <content:encoded><![CDATA[<figure><a href="https://www.som.com/projects/milano-cortina-olympic-village/"><img src="https://assets-proxy.steadyhq.com/https%3A%2F%2Fwww.millenniourbano.it%2Fwp-content%2Fuploads%2F2026%2F02%2FSOM-Milan-Olympic-village-1200x800.jpg?auto=compress&amp;w=800&amp;fit=max&amp;dpr=2&amp;fm=webp&amp;s=6563bdce33453f17ccbf49f834440b64" alt=""/></a><figcaption>SOM Milan Olympic village</figcaption></figure><p><em>Michela Barzi</em></p><p>Sotto l’Arco della Pace a Milano il marchingegno che ospita la fiamma olimpica resterà incappucciato fino al 6 marzo, data d’inizio delle Paralimpiadi. Siccome la sindrome degli apocalittici e degli integrati (della quale potete leggere<a href="https://www.millenniourbano.it/urbanistica-a-milano-tra-apocalittici-e-integrati/"> qui</a>) è molto diffusa tra i milanesi (in senso lato), la risposta alla domanda se i giochi facciano bene o male alle città e ai territori che le ospitano è di là da venire. Da una parte le Olimpiadi sono un volano per il turismo che può dare impulso alle economie locali, dall’altra sono un salasso finanziario per i luoghi ospitanti e portano all’iperturismo;  aumentano il commercio globale e l&#39;importanza del paese ospitante ma costringono chi le ospita a realizzare infrastrutture e edifici costosi che dopo i giochi cadono in disuso; creano orgoglio nazionale ma gravano sui territori coinvolti.</p><p>Al di là dei bilanci, che sono ancora tutti da fare, le Olimpiadi, come tutti i grandi eventi, costringono coloro che vivono nei territori coinvolti a misurarsi anche solo con l’idea che i luoghi cambiano continuamente, anche se più o meno velocemente. Non mi occuperò qui del modo in cui i giochi invernali hanno trasformato i territori montani che li hanno ospitati: vista la quantità di discipline disputate la quota maggiore di cambiamenti spaziali coinvolge le valli delle tre regioni coinvolte. Qui vorrei ragionare brevemente di come i luoghi della Milano olimpica contribuiscono a veicolare un’idea di cambiamento che in realtà prescinde dai giochi.</p><p><a href="https://steady.page/d89d8034-a701-47d3-af75-88eeb76a5541/posts/08f7cf46-7e31-4993-8fe0-b095ea4d505e">Continua a leggere su Steady</a></p>]]></content:encoded>
      <category><![CDATA[Milano e dintorni]]></category>
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      <pubDate>Tue, 17 Mar 2026 16:21:47 +0000</pubDate>
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      <title><![CDATA[Città in guerra: da Kharkiv a Rotterdam e viceversa]]></title>
      <description><![CDATA[Il monumento che ricorda la distruzione di Rotterdam. Foto di M. Barzi Prima dell’invasione russa su vasta scala, Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina, aveva la stessa…]]></description>
      <content:encoded><![CDATA[<figure><img src="https://assets.steadyhq.com/production/post/08354efc-d6b9-440d-a0de-06fc7977307a/uploads/images/pspvi6xewh/Rotterdam.jpg?auto=compress&amp;w=800&amp;fit=max&amp;dpr=2&amp;fm=webp" alt="Il monumento che ricorda la distruzione di Rotterdam."/><figcaption>Il monumento che ricorda la distruzione di Rotterdam. Foto di M. Barzi</figcaption></figure><p><em>Michela Barzi</em></p><p>Prima dell’invasione russa su vasta scala, Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina, aveva la stessa popolazione di Milano. I soli trenta chilometri che la separano dalla Russia ne hanno fatto una delle città più distrutte dall’inizio della guerra. Tra coloro che si sono messi in salvo dalle bombe e dei droni russi ci sono anche le fondatrici della ONG <em>Urban Reform</em>. Per le urbaniste Oleksandra Naryzhna e Anastasiia Palii la scelta di trasferirsi a Rotterdam si basa sull’intento di imparare dalla ricostruzione di quella città che tra il 1940 e il 1944 era stata rasa al suolo dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. La distruzione comincia con il <em>Rotterdam Blitz </em>che la Luftwaffe scatena sulla città il 10 maggio 1940 e che determina la capitolazione dei Paesi Bassi alle truppe della Germania nazista. Il 18 maggio 1940, il consiglio comunale di Rotterdam incarica l&#39;architetto Willem Gerrit Witteven di sviluppare un nuovo piano urbanistico. La tabula rasa generata dalla quasi totale distruzione della città a guerra finita diventa il terreno ideale per la costruzione di una nuova città, superando l’idea della sua ricostruzione secondo il precedente schema. Il processo occupa quasi un quarto di secolo a partire dal 1946: il piano dell’architetto municipale Cornelis van Traa è ispirato alla separazioni delle funzioni urbane, come previsto dalle teorie dei Congressi Internazionali di Architettura Moderna, con il centro per le funzioni direzionali e commerciali, aree dedicate alla produzione e nuovi quartieri-giardino residenziali e periferici. Qualche ripensamento allo schema del piano del 1946 viene introdotto negli anni’70 per sopperire alla inevitabile mortificazione del centro storico insita in quello schema urbanistico, ma resta il fatto che i contrasti formali generati dalla sua attuazione hanno forgiato il carattere della Rotterdam contemporanea.</p><p>Che<em> Urban Reform</em> abbia scelto questa città come luogo per continuare ad operare risponde proprio alla necessità di ripensare, a partire dall’esperienza della ricostruzione di Rotterdam, quella delle città ucraine forgiate nel periodo sovietico. Per rispondere ai bisogni degli ucraini contemporanei Naryzhna e Palii pensano che sia necessario superare quell’eredità. A Kharkiv, dal 1922 al 1934 capitale dell’Ucraina nell’ambito dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, prende forma una delle città socialiste (<em>sotsgorod</em>) tramite la progettazione di un grande quartiere residenziale lineare situato lungo una linea ferroviaria a dieci chilometri dal centro della città. La sua costruzione inizia alla fine degli anni &#39;20 ed è destinato ai dipendenti della vicina fabbrica di trattori KhTZ.</p><figure><a href="https://constructivism-kharkiv.com/en/objects/98-26-45-social-city-khtz"><img src="https://assets.steadyhq.com/production/post/08354efc-d6b9-440d-a0de-06fc7977307a/uploads/images/kjlhq53o6m/Khtz-Kharkiv.jpg?auto=compress&amp;w=800&amp;fit=max&amp;dpr=2&amp;fm=webp" alt=""/></a><figcaption>La città socialista KhTZ</figcaption></figure><p>L’espansione di Kharkiv si inserisce nell’ambito delle teorie per la costruzione della città socialista il cui processo di realizzazione è stato condotto in modo dirigistico similmente a quello successivo della ricostruzione post bellica delle città europee. Oltre a questi aspetti c’è una figura che mette in collegamento l’esperienza di Rotterdam a quella di Kharkiv e si identifica nella persona di Lotte Stam-Beese e nel suo lavoro per il Dipartimento di Sviluppo Urbano e Ricostruzione della prima città. Questa è, sinteticamente, la sua biografia.</p><p><a href="https://steady.page/d89d8034-a701-47d3-af75-88eeb76a5541/posts/08354efc-d6b9-440d-a0de-06fc7977307a">Continua a leggere su Steady</a></p>]]></content:encoded>
      <category><![CDATA[Donne architettura città]]></category>
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      <pubDate>Mon, 16 Mar 2026 16:06:38 +0000</pubDate>
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      <title><![CDATA[The poisonous fruits of modern architecture]]></title>
      <description><![CDATA[Marcel Breuer's project for Grand Central Tower Sibyl Moholy-Nagy, László's second wife, by emigrating to the United States in the 1930s, was involved in the New Bauhaus…]]></description>
      <content:encoded><![CDATA[<figure><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Grand_Central_Tower"><img src="https://assets.steadyhq.com/production/post/b1d2a6c2-40af-4284-9c4f-74c8af52525e/uploads/images/syjtyimvhz/175_Park_Avenue_Breuer_01_crop-462x1024.jpg?auto=compress&amp;w=800&amp;fit=max&amp;dpr=2&amp;fm=webp" alt=""/></a><figcaption>Marcel Breuer&#39;s project for Grand Central Tower</figcaption></figure><p>Sibyl Moholy-Nagy, László&#39;s second wife, by emigrating to the United States in the 1930s, was involved in the New Bauhaus in Chicago. After her husband’s death, she became an important critic of American architectural functionalism. She argued that American public architecture should reflect the cultural specificity of the country rather than imitate European models and believed that modern architecture was a threat to American architectural identity, highlighting the defeatist power of functionalism. Her analysis highlighted modernism&#39;s failure to create liveable urban environments, and her disappointment with its consequences was combined with a firm belief in the potential of architecture.</p><p>Moholy-Nagy offered her interpretation of how rationalism and functionalism spread and profoundly influenced American architectural practice. One of the key points of her research was the decisive role played by European architects who emigrated to the United States, such as Walter Gropius, founder of the Bauhaus, as well as those who taught at that school: Ludwig Mies van der Rohe, who directed it between 1930 and 1933, and Marcel Breuer, who was also a student at that school. The architectural works created by these European exponents of the Modern Movement, together with those of their American followers, changed the American urban landscape and influenced entire generations of architects. The Seagram Building, designed by Mies van der Rohe in Manhattan in 1958, certainly contributed to spreading European influence on American architecture, which had already begun in 1932 with a famous exhibition at the Museum of Modern Art in New York. Through her research, writings, and lectures, Moholy-Nagy highlighted how the presence of these émigré architects paved the way for what has been defined since that 1932 exhibition as the<em> International Style</em>. In his view, this was a stylistic graft implemented in contrast to a building tradition that had helped define the civic role of American architecture.</p><p><a href="https://steady.page/d89d8034-a701-47d3-af75-88eeb76a5541/posts/b1d2a6c2-40af-4284-9c4f-74c8af52525e">Continua a leggere su Steady</a></p>]]></content:encoded>
      <category><![CDATA[Donne architettura città]]></category>
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      <pubDate>Mon, 02 Mar 2026 12:32:26 +0000</pubDate>
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      <title><![CDATA[American cities and civil disobedience]]></title>
      <description><![CDATA[Jane Jacobs while protesting among Lower Manhattan inhabitants. By The Village Preservation Blog. Reporting the presence of Immigration and Customs Enforcement (ICE)…]]></description>
      <content:encoded><![CDATA[<figure><a href="https://www.villagepreservation.org/2021/09/22/woman-crush-wednesday-jane-jacobs/"><img src="https://assets.steadyhq.com/production/post/555ce3e3-a23c-4d40-a0a4-e09bd2323e23/uploads/images/mmbj6pz7no/JACOBS-villagevoice.jpg?auto=compress&amp;w=800&amp;fit=max&amp;dpr=2&amp;fm=webp" alt="Jane Jacobs championed civil disobedience against Vietnam&#39;s war and the violence of Robert Moses&#39; Lower Manhattan Expressway."/></a><figcaption>Jane Jacobs while protesting among Lower Manhattan inhabitants. By The Village Preservation Blog.</figcaption></figure><p>Reporting the presence of Immigration and Customs Enforcement (ICE) agents in the U.S. cities and their behaviour has something in common with civil disobedience, dating back to Henry David Thoreau. In his 1849 essay,<em> Resistance to Civil Government - On the Duty of Civil Disobedience</em>, Thoreau expresses his dissent against slavery and the Mexican War, arguing that the only obligation of a citizen is to act according to what he believes to be right. He put into question the idea of relying on the choices of legislators, abdicating one&#39;s own conscience.</p><p>Civil disobedience, wrote Hannah Arendt in 1970, is a response, on the one hand, to the representative system crisis by the erosion of the institutions designed to protect citizens, and, on the other, to a self-reliant political apparatus. When Arendt wrote<em> On Civil Disobedience,</em> the protest movement against US intervention in Vietnam was at its peak and had merged with the civil rights movement led by Martin Luther King Jr. Shortly before his assassination, he called that war the poison of the American soul.</p><p><a href="https://steady.page/d89d8034-a701-47d3-af75-88eeb76a5541/posts/555ce3e3-a23c-4d40-a0a4-e09bd2323e23">Continua a leggere su Steady</a></p>]]></content:encoded>
      <category><![CDATA[Città libertà democrazia]]></category>
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      <pubDate>Sat, 31 Jan 2026 11:54:40 +0000</pubDate>
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      <title><![CDATA[Le città americane e la disobbedienza civile]]></title>
      <description><![CDATA[Jane Jacobs in un immagine del Village Preservation Blog. Michela Barzi La pratica di filmare con il cellulare e segnalare con fischietti e clacson la presenza degli…]]></description>
      <content:encoded><![CDATA[<figure><a href="https://www.villagepreservation.org/2021/09/22/woman-crush-wednesday-jane-jacobs/"><img src="https://assets.steadyhq.com/production/post/25bb8631-ff33-408c-96c7-d97183b107f2/uploads/images/tltnwswllv/JACOBS-villagevoice.jpg?auto=compress&amp;w=800&amp;fit=max&amp;dpr=2&amp;fm=webp" alt="La disobbedienza è stata usata anche per fermare le trasformazioni violente delle città americane."/></a><figcaption>Jane Jacobs  in un immagine del Village Preservation Blog.</figcaption></figure><p><em>Michela Barzi</em></p><p>La pratica di filmare con il cellulare e segnalare con fischietti e clacson la presenza degli agenti dell’<em>Immigration and Custom Enforcement</em> nelle strade delle città americane, anche a costo dello scontro fisico con gli uomini dell’agenzia federale, fa parte della tradizione tipicamente statunitense della disobbedienza civile che nasce con Henry David Thoreau. In <em>Resistance to Civil Government –</em> <em>On the Duty of Civil Disobedience</em> del 1849, scritto per esprimere il proprio dissenso contro la schiavitù e la guerra di invasione degli Stati Uniti contro il Messico e la conseguente annessione del Texas, Thoreau afferma: </p><p><em>Il solo obbligo che ho il diritto di arrogarmi è quello di fare sempre e comunque ciò che ritengo giusto. (…) Deve forse il cittadino – anche se per un momento o in minima parte – affidare la propria coscienza al legislatore? E allora perché ogni uomo è dotato di una coscienza?</em></p><p>La disobbedienza civile <em>–</em> scriveva Hannah Arendt nel 1970 <em>–</em> è una risposta alla crisi del sistema rappresentativo che si manifestata, da una parte, attraverso il logoramento delle istituzioni pensate a garanzia dei cittadini e, dall’altra, con l’autoreferenzialità degli apparati politici. Quando Arendt scrive <em>On Civil Disobedience</em> il movimento di protesta contro l’intervento statunitense in Vietnam è al suo apice e si era fuso con quello per i diritti civili, guidato da Martin Luther King Jr. che, poco prima di essere ucciso, aveva individuato in quella guerra il veleno dell’anima americana.</p><p>Qualche mese dopo il discorso in cui il reverendo King aveva chiesto di smetterla di bombardare il Vietnam, Jane Jacobs scrive una lettera al <em>The New York Times Magazine </em>in cui afferma:</p><p><em>Un atto di disobbedienza civile è giustificato – di fatto diventa necessario – quando un individuo giunge alla seguente conclusione: il suo governo si sta comportando malignamente e stupidamente al di là dei limiti di ciò che egli percepisce come tollerabili; il dissenso, per quanto tentato con convinzione, ha dimostrato di non essere di alcuna utilità; una resistenza selettiva alla legge è preferibile alle varie alternative più subdole o più violente.</em></p><p>L&#39;aver praticato la disobbedienza civile porterà Jacobs a subire due arresti: il primo, nel 1967, partecipando alla grande marcia contro la guerra del Vietnam da Washington D.C. al Pentagono e il secondo, l’anno successivo, avendo protestato contro l’audizione pubblica del progetto di autostrada<em> Lower Manhattan Expressway</em>, durante la quale il diritto di una comunità a esprimere i propri punti di vista per influenzare l’azione governativa non era stato per nulla garantito. Per Jacobs la disobbedienza civile prende forma quando «fuori dai corridoi del potere ci sono uomini e donne in grado di farsi un’opinione, di avere coraggio, di dar forma a delle intenzioni, di avere il comando delle loro anime, e di agire per proprio conto». Si tratta di qualcosa di paragonabile a quanto sta succedendo nelle città americane, in cui i cittadini stanno percependo che il governo sta superando i limiti di ciò che essi considerano tollerabile.</p><p><a href="https://steady.page/d89d8034-a701-47d3-af75-88eeb76a5541/posts/25bb8631-ff33-408c-96c7-d97183b107f2">Continua a leggere su Steady</a></p>]]></content:encoded>
      <category><![CDATA[Città libertà democrazia]]></category>
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      <pubDate>Thu, 29 Jan 2026 12:46:56 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[Less room for kitchens]]></title>
      <description><![CDATA[Alexander Klein's Existenzminimum, from Catherine Bauer's Modern Housing (1934). Domestic space in contemporary cities, where the modular kitchen was conceived as a…]]></description>
      <content:encoded><![CDATA[<h1>Less room for kitchens in our cities</h1><figure><img src="https://assets.steadyhq.com/production/post/9e44f95e-7d9d-4f7f-9bd0-88560359718e/uploads/images/f6xhfa7fbw/Alexander-Klein-the-functional-house-for-frictionless-living-1928-originally-in-Bauer.png?auto=compress&amp;w=800&amp;fit=max&amp;dpr=2&amp;fm=webp" alt="Space in the domestic domain in contemporary cities, where the modular kitchen was conceived as a standard design feature of modern architecture, can avoid an entire room dedicated to meal preparation."/><figcaption>Alexander Klein&#39;s Existenzminimum, from Catherine Bauer&#39;s Modern Housing  (1934).</figcaption></figure><p><em>Michela Barzi</em></p><p>Domestic space in contemporary cities, where the modular kitchen was conceived as a standard design feature of modern architecture, can avoid an entire room dedicated to meal preparation. In 1928, Alexander Klein, who had been appointed advisor to the Berlin municipality on urban planning issues the previous year, presented a typology of small dwellings conceived as the minimum housing standard. The dimensioning of the minimum housing unit to satisfy basic human needs gave rise to the <em>Existenzminimum </em>concept, which promoted a standard for the industrialisation of the building process and the furniture components.  Starting from the general problems of settlement (location, climate, social and family conditions) and ending with the mass construction of housing types, Klein developed a general working method for identifying rational residential typologies to guide design. Consistent with the political issues of the Weimar Republic on housing, the rationalisation of the design process, by collecting a set of data considered objective, was the goal of the disciplinary reform pursued by the <em>Bauhaus</em>. As this design school showed, and the Russian <em>Vchutemas</em> alike,  building types were aimed to guide architectural design. Similarly, <em>Existenzminimum</em>, the subject of the International Congress of Modern Architecture (CIAM) held in Frankfurt in 1929, was intended to define a scientific method that could do the same. Total planning of the built environment - Le Corbusier called his 1925 Plan Voisin <em>le plan dictateur</em> - established a series of spatial standards, from housing to cities. Standardisation required, first and foremost, a process of rationalisation of urban functions, which had to be segregated. This was very similar to what was happening in the industrial sector. The project of a <em>ville contemporaine </em>for three million inhabitants, which was the origin of the<em> Ville Radieuse</em>, Le Corbusier&#39;s urban manifesto, dates back to 1922, the year of Walter Rathenau&#39;s assassination. As head of the large German electrical company AEG, he had been an innovator in the industrial field, and as head of the office for the procurement of raw materials for the war effort during the First World War, he had proven himself to be a theorist of the need for pervasive planning in the process of rationalising industrial production.</p><p>In 1907, Rathenau appointed Peter Behrens, one of the leading figures in architectural renewal, as chief designer of AEG&#39;s corporate buildings, for its products and their advertisement. Architecture thus became an essential component of industrial production. In the years immediately following the appointment, Behrens&#39; studio employed Walter Gropius, Ludwig Mies van der Rohe, Le Corbusier, among others, the future leading figures in the contemporary city designing in Europe between the 1920s and 1930s, involved in the <em>Bauhaus</em> and CIAM, until the latter came to an end in the early 1960s.</p><p>Sibyl Moholy-Nagy (1903-1971), who witnessed that experience together with her husband Lazlo, wrote about the two main protagonists of the Bauhaus - Gropius and Mies van der Rohe  - as the theorist of functionalism as anonymous teamwork related only to people&#39;s lives, the first, and the latter as the one who only celebrated technology, regardless the fate of the individual, as the only valid architectural expression of <em>Zeitgeist</em>.</p><p><a href="https://steady.page/d89d8034-a701-47d3-af75-88eeb76a5541/posts/9e44f95e-7d9d-4f7f-9bd0-88560359718e">Continua a leggere su Steady</a></p>]]></content:encoded>
      <category><![CDATA[Donne architettura città]]></category>
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      <pubDate>Thu, 22 Jan 2026 14:46:43 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[Meno spazio alla cucina nella città contemporanea]]></title>
      <description><![CDATA[L'Existenzminimum di Alexander Klein da Modern Housing di Catherine Bauer, 1934. Michela Barzi La standardizzazione di tutto il processo della produzione edilizia e…]]></description>
      <content:encoded><![CDATA[<h1>Meno spazio alla cucina</h1><figure><img src="https://assets.steadyhq.com/production/post/b22198d6-a012-4bb0-8a49-0267d6561437/uploads/images/m7fasqyeem/Alexander-Klein-the-functional-house-for-frictionless-living-1928-originally-in-Bauer.png?auto=compress&amp;w=800&amp;fit=max&amp;dpr=2&amp;fm=webp" alt=""/><figcaption>L&#39;Existenzminimum di Alexander Klein da Modern Housing di Catherine Bauer, 1934.</figcaption></figure><p><em>Michela Barzi</em></p><p><a href="https://steady.page/it/millennio-urbano/posts/9e44f95e-7d9d-4f7f-9bd0-88560359718e"><em>English version</em></a></p><p>Nella razionalizzazione dello spazio domestico, e nella conseguente progettazione delle <a href="http://www.millenniourbano.it/la-cucina-nella-costruzione-della-citta-contemporanea/">cucine modulari </a>come standard dell’architettura moderna, alla preparazione dei pasti non è più necessario dedicare un intero locale. Nel 1928 Alexander Klein, che l’anno precedente era stato nominato consigliere della municipalità di Berlino per le questioni urbanistiche, presentava dei  tipi di piccoli alloggi che miravano a determinare in termini oggettivi la migliore soluzione del concetto di alloggio minimo. Dal dimensionamento dell’unità abitativa minima, in grado di soddisfare le necessità di base dell’essere umano nasce l’<em>Existenzminimum</em> che ha come conseguenza la formulazione di uno standard per l’edilizia, finalizzato a promuovere il suo processo di industrializzazione (Bevilacqua, 2011). Anticipando Klein, Le Corbusier aveva sostenuto che, in quanto elementi della logica che discende da uno studio analitico del problema abitativo,  l’architettura dovesse lavorare sugli standard. Sarebbe stato così possibile determinare delle tipologie coerenti con la funzione dell’abitare in grado di massimizzare il risultato con il minimo impiego di mezzi. La progettazione standardizzata della cucina aveva il duplice obiettivo di adattarsi alle tecniche di razionalizzazione del processo produttivo dell’edilizia residenziale. In questo senso concepire la cucina come luogo di produzione significava rendere anche più efficiente il lavoro domestico. La standardizzazione di tutto il processo della produzione edilizia e dell’industria delle componenti d’arredo, grande questione che attraversa l’esperienza del Bauhaus in Germania e di quella analoga del Vchutemas in Russia,  aveva bisogno di tipi edilizi che guidassero il progetto architettonico. La ricerca tipologica dell’<em>Existenzminimum, </em>oggetto del Congresso Internazionale di Architettura Moderna (CIAM) tenutosi a Francoforte nel 1929, doveva definire un metodo scientifico che guidasse il progettista. Klein mette a punto nel 1928 uno <em>Schema generale di metodo di lavoro per l’individuazione di tipologie residenziali razionali</em> con il quale guidare la progettazione partendo dai problemi generali  dell’insediamento (luogo, clima, condizioni sociali e familiari) fino alla costruzione in serie delle tipologie di alloggi così individuate. La razionalizzazione del processo progettuale secondo dati oggettivi è l&#39;obiettivo della rifondazione disciplinare, perseguita in particolare dal <em>Bauhaus </em>e coerente con l’esperienza politica della repubblica di Weimar (Baffa Rivolta, Rossari ed., 1975).</p><p>La pianificazione totale dell’ambiente costruito  - Le Corbusier definiva il suo Plan Voisin del 1925 <em>le plan dictateur</em> -  ha definito una serie di standard spaziali dall’abitazione alla città. La stadardizzazione richiedeva in primo luogo un processo di razionalizzazione delle funzioni urbane che andavano separate. Si tratta di qualcosa di molto simile a quanto avveniva in campo industriale. Il  progetto una città da tre milioni di abitanti, ovvero l’origine prima della <em>Ville Radieuse </em>che è il manifesto urbano di Le Corbusier<em>, </em>è del 1922  anno della brusca interruzione della parabola terrena di Walter Rathenau. In qualità di capo della grande azienda elettrica AEG egli era stato un innovatore nel campo industriale, e, in quanto capo dell’ufficio per l&#39;approvvigionamento delle materie prime belliche durante la prima guerra mondiale,  aveva dimostrato di essere un teorico della necessità di pianificare in modo pervasivo il processo di razionalizzazione della produzione industriale. Nel 1907 Rathenau incarica Peter Behrens, uno dei protagonisti del rinnovamento in architettura, della progettazione degli edifici aziendali della AEG, del design dei suoi prodotti e della loro comunicazione. L’architettura diventa quindi una componente essenziale alla produzione industriale. Negli anni immediatamente successivi a quell’incarico, nello studio di Behrens lavoreranno, tra gli altri,<em> </em>Walter Gropius, Ludwig Mies van der Rohe e Le Corbusier, ovvero le figure di maggior spicco in quel processo di ideazione della città contemporanea portato avanti in Europa, tra gli anni Venti e Trenta del Novecento, dal <em>Bauhaus</em> e dai CIAM, fino all’esaurirsi di questi ultimi alla vigilia degli anni Sessanta. <br/></p><p><a href="https://steady.page/d89d8034-a701-47d3-af75-88eeb76a5541/posts/b22198d6-a012-4bb0-8a49-0267d6561437">Continua a leggere su Steady</a></p>]]></content:encoded>
      <category><![CDATA[Donne architettura città]]></category>
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      <pubDate>Thu, 15 Jan 2026 14:24:29 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[The kitchen and the contemporary city]]></title>
      <description><![CDATA[Charlotte Perriand's modular kitchen dor Le Corbusier Unité d'Habitation (1952). After the First World War, women began to gain access to technical training and…]]></description>
      <content:encoded><![CDATA[<p></p><figure><a href="https://unframed.lacma.org/2019/04/16/new-acquisition-charlotte-perriands-kitchen-apartment-le-corbusier%E2%80%99s-unite%CC%81-d%E2%80%99habitation"><img src="https://assets.steadyhq.com/production/post/96f21996-4d53-4746-a6fa-b5e941cba916/uploads/images/kdpjdxlmaf/Perriand&#39;s_kitchen.jpg?auto=compress&amp;w=800&amp;fit=max&amp;dpr=2&amp;fm=webp" alt=""/></a><figcaption>Charlotte Perriand&#39;s modular kitchen for 1952 Le Corbusier Unité d&#39;Habitation (now at LACMA, Los Angeles).</figcaption></figure><p><em>Michela Barzi</em></p><p>After the First World War, women began to gain access to technical training and professions in the field of design. However, female students enrolled at the <em>Bauhaus</em> in Germany and the <em>Vchutemas </em>in Russia, which had admitted women since their opening in 1919 and 1920, tended to be relegated to furniture and textiles classes. In this context of initial recognition of female designers, Margarete Schütte-Lihotzky, one of the first women to practise architecture in Austria, and Lotte Stam-Beese, one of the few female architecture students at the <em>Bauhaus</em>, emerged. After graduating in 1918, Schütte-Lihotzky designed in Vienna some of the housing projects for the working class. In 1926, she developed the famous Frankfurt kitchen concept, now considered the foundation of the modern kitchen. Schütte-Lihotzky’s work was part of the <em>Siedlugen</em> that Ernst May was building around the city on the river Main. In the 1930s, Schütte-Lihotzky and Stam-Beese both found themselves employed in the Soviet Union, the former in Moscow and the latter in Kharkiv, as part of May&#39;s team that was designing the new socialist cities. The move to the Netherlands would make Stam-Beese one of the leading figures in the reconstruction of Rotterdam. From that point on, her work was entirely devoted to the construction of the contemporary city. The concept of the kitchen as a component of an urban environment suitable for an industrial society (<em>machiniste,</em> as Le Corbusier put it) continued after WWII. The need to furnish the housing prototype that was to be part of Le Corbusier&#39;s ideal of the contemporary city was the premise for the modular kitchen design that Charlotte Perriand, his long-time collaborator, developed for the<em> Unité d&#39;Habitation </em>in Marseille. Perriand graduated in 1925 from the <em>Union centrale des arts décoratifs</em> and built an independent career as a furniture designer. Schütte-Lihotzky, Stam-Beese and Perriand marked a significant step forward in women&#39;s contribution to the field of design professions. Their work was part of the totalitarian design idea of the built environment – from houses to cities – which, according to Le Corbusier, descended from the<em> plan dictateur</em>. The modular kitchens designed, almost thirty years apart, by Schütte-Lihotzky and Perriand were part of the rational process that separated the domestic environment from the productive one, thus becoming a sort of contradiction: a productive environment within a domestic one.</p><p><em>The rational housekeeping</em></p><p>Bruno Taut, designer of some of the most significant public housing developments in the Berlin region, conceived, in 1924,  the kitchen as a place for food production, which had to adapt to some techniques for rationalising the process. Taut cites the studies of the American theorist Christine Frederick on the furniture arrangement to optimize the movements of those working in the kitchen, a sort of application of Taylorist principles to housekeeping. <em>The New Housekeeping: Efficiency Studies in Home Management,</em> which Frederick published in 1914 and was translated into German in 1921, like Lillian Gilbreth&#39;s contemporary studies on the efficiency of women&#39;s work in the kitchen, had an undeniable impact on the design of new housing modules, which defined a standard for modern architecture.</p><p><a href="https://steady.page/d89d8034-a701-47d3-af75-88eeb76a5541/posts/96f21996-4d53-4746-a6fa-b5e941cba916">Continua a leggere su Steady</a></p>]]></content:encoded>
      <category><![CDATA[Donne architettura città]]></category>
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      <pubDate>Wed, 14 Jan 2026 14:20:54 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[La cucina nella costruzione della città contemporanea]]></title>
      <description><![CDATA[La cucina di Francoforte di Margarete Schütte-Lihotzky, 1926. Michela Barzi English summary After World War I, women began to gain access to technical training and…]]></description>
      <content:encoded><![CDATA[<figure><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Frankfurt_kitchen#/media/File:Frankfur"><img src="https://assets.steadyhq.com/production/post/c3a7414c-3635-4320-9909-3170a3f21b56/uploads/images/fufdhk7bxy/Frankfurter-kueche-vienna.jpg?auto=compress&amp;w=800&amp;fit=max&amp;dpr=2&amp;fm=webp" alt=""/></a><figcaption>La cucina di Francoforte, Margarete Schütte-Lihotzky 1926.</figcaption></figure><p><em>Michela Barzi </em></p><p></p><p><a href="https://steady.page/it/millennio-urbano/posts/96f21996-4d53-4746-a6fa-b5e941cba916"><em>English version</em></a></p><p>Dopo la prima guerra mondiale le donne iniziano ad avere accesso alla formazione tecnica e alle professioni progettuali. Le iscritte al <em>Bauhaus</em> in Germania e al <em>Vchutemas</em> in Russia, che dalla loro apertura nel 1919 e nel 1920 ammetevano le donne, tendevano tuttavia ad essere relegate nei corsi dedicati all&#39;arredamento e ai componenti tessili. In questo contesto di iniziale riconoscimento delle progettiste donne, emergono Margarete Schütte-Lihotzky, una delle prime a svolgere la professione di architetto in Austria, e Lotte Stam-Beese, una delle poche studentesse di architettura del Bauhaus. Dopo la laurea nel 1918, Schütte-Lihotzky lavora a Vienna nella progettazione di alloggi per la classe operaia e, nel 1926, mette a punto la famosa cucina di Francoforte, oggi considerata il fondamento del concetto contemporaneo di cucina componibile, per le<em> Siedlugen</em> che Ernst May stava realizzandoattorno la città sul Meno. Negli anni Trenta Schütte-Lihotzky e Stam-Beese si trovano entrambe in Unione Sovietica impiegate, la prima a Mosca e la seconda a Kharkiv, nel team di May che stava progettando le nuove città socialiste. Il trasferimento nei Paesi Bassi farà di Stam-Beese una delle figure di spicco nella ricostruzione di Rotterdam. La sua opera sarà a quel punto interamente consacrata alla costruzione della città contemporanea. Il concetto di cucina come componente di un ambiente urbano idoneo alla società industriale (<em>machiniste</em>, avrebbe detto Le Corbusier) continua nel secondo sopoguerra. La necessità di arredare il prototipo abitativo che doveva far parte dell&#39;ideale lecorbuseriano di città contemporanea<em>, </em>sta alla base del progetto di cucina modulare che Charlotte Perriand, sua collaboratrice di lunga data, mette a punto per l<em>&#39;Unité d&#39;Habitation</em> a Marsiglia. Quest&#39;ultima si era diplomata nel 1925 presso scuola dell’<em>Union centrale des arts décoratifs</em> e si era costruita una carriera indipendente come progettista di arredi.</p><p>Schütte-Lihotzky, Stam-Beese e Perriand, segnano un significativo passo in avanti del contributo delle donne nel campo delle professioni progettuali. Il loro lavoro si inserisce in quall’idea di <a href="http://www.millenniourbano.it/meno-spazio-alla-cucina-nella-citta-contemporanea/">progettazione totale dell’ambiente costruito </a>– dalle case alle città – che, secondo Le Corbusier, discendeva dal<em> plan dictateur</em>. Le cucine modulari concepite a quasi trent’anni di distanza da Schütte-Lihotzky e Perriand finiscono per far parte di una volontà razionalizzatrice che separa l’ambiente domestico da quello produttivo, diventando così una sorta di contraddizione: un ambiente produttivo all’interno di uno domestico.</p><p></p><p><em>Razionalizzare il lavoro domestico</em></p><p>Bruno Taut, progettista di alcuni dei più significativi insediamenti di edilizia residenziale pubblica nella regione di Berlino, in <em>La Nuova Abitazione</em> del 1924, in cui si rivolgeva alla <em>Donna come creatrice, </em>concepisce la cucina come luogo di produzione che doveva adattarsi alle tecniche di razionalizzazione del processo produttivo e alleggerire il lavoro domestico. Taut cita gli studi dell’americana Christine Frederick sulla disposizione degli arredi per ottimizzare i movimenti di chi lavora in cucina, una sorta di applicazione dei principi del taylorismo all’economia domestica (Taut, 1986). <em>The New Housekeeping: Efficiency Studies in Home Management, </em>che Frederick aveva pubblicato nel 1914, e che nel 1921 sarà tradotto in tedesco con il titolo <em>Die rational Haushaltfürung</em>, come i contemporanei studi di Lillian Gilbreth sull’efficienza del lavoro della donna in cucina avrà un impatto imprescindibile sulla progettazione dei nuovi moduli abitativi pensati per l’edilizia residenziale pubblica e destinati a definire uno standard dell’architettura moderna (Muxì Martinez, 2019).</p><p><a href="https://steady.page/d89d8034-a701-47d3-af75-88eeb76a5541/posts/c3a7414c-3635-4320-9909-3170a3f21b56">Continua a leggere su Steady</a></p>]]></content:encoded>
      <category><![CDATA[Donne architettura città]]></category>
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      <pubDate>Fri, 09 Jan 2026 18:34:51 +0000</pubDate>
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    <item>
      <title><![CDATA[Una città non sessista]]></title>
      <description><![CDATA[L'immagine è tratta dal sito del National Museum of American History Michela Barzi English summary In the essay What Would a Non-Sexist City Be Like?, Dolores Hayden…]]></description>
      <content:encoded><![CDATA[<figure><a href="https://americanhistory.si.edu/explore/exhibitions/america-on-the-move/online/city-and-suburb"><img src="https://assets.steadyhq.com/production/post/e27b4e19-e7f2-4f40-8ac0-9ff9e79a6aec/uploads/images/g7wjmgbdea/american_suburb.jpg?auto=compress&amp;w=800&amp;fit=max&amp;dpr=2&amp;fm=webp" alt="L&#39;America suburbana è lo spazio pensato per il ruolo subalterno delle donne."/></a><figcaption>L&#39;immagine è tratta dal sito del National Museum of American History</figcaption></figure><p><em>Michela Barzi</em></p><p>English summary</p><p>In the essay <em>What Would a Non-Sexist City Be Like?</em>, Dolores Hayden explored, 45 years ago, the sexism which reigns in the spatial organisation of American cities. Hayden argues that, to address the gender-based division of labour, raising questions on the foundations of urban development is something that can’t be avoided. The large-scale suburbanisation project, which led a large amount of the American population to live in areas lacking functional diversity, is at the heart of the problem. As early as 1963, Betty Friedan in <em>The Feminine Mystique</em> denounced the situation as an exercise of power by one gender over another, identifying the single-family home with a spme space dedicated to a car as symbols of this dynamic. These suburban expansions represent an environment that encourages an isolated domestic life. Later on, the <em>New Urbanism </em>movement proposed a multifunctional urban development set, oriented towards public transport, which was supposed to encourage the interaction between residents. A study in the J<em>ournal of Planning Education and Research,</em> though<em>, </em>examined how women live in <em>New Urbanism </em>neighbourhoods in comparison to classic suburbs. Despite the improved access to services and facilities,<em> New Urbanism</em> turned out to be ineffective with regard to gender-based domestic tasks. We have no choice but to resume Hayden’s conclusion: a sexist society reflects itself in the organisation of urban space.</p><p><em>I</em>n <em>What Would a Non-Sexist City Be Like? Speculations on Housing, Urban Design, and Human Work</em> <a href="#_ftn1">[1]</a> Dolores Hayden indagava, ormai quarantacinque anni fa, la questione del sessismo insito negli aspetti spaziali dell’organizzazione urbana negli Stati Uniti , concludendo che per contrastare il modello di divisione del lavoro basato sull’appartenenza biologica a uno dei due sessi si doveva in primo luogo mettere in discussione le basi dello sviluppo urbano contemporaneo.  Secondo Hayden, il problema al quale dare soluzione non poteva che essere identificato nel grande progetto suburbano che aveva portato più della metà della popolazione di quel paese a vivere in luoghi privi della diversità funzionale tipica delle città. Tutto ciò era già stato denunciato nel 1963 da Betty Friedan in <em>The Feminine Mystique</em> come una vicenda di puro esercizio di potere di un genere sull’altro. Il problema al quale le madri di famiglia americane non riuscivano a dare un nome era la casa unifamiliare con garage abbastanza ampio da contenere due auto, e tutte le differenti funzioni dell’ambiente urbano a portata di tragitto con questo mezzo di trasporto. Nessun impiego extra domestico, perché le espansioni suburbane sono la perfetta incarnazione della città dormitorio dove il maschio bianco lavoratore ritorna la sera dopo una giornata di lavoro in città.</p><p><a href="https://steady.page/d89d8034-a701-47d3-af75-88eeb76a5541/posts/e27b4e19-e7f2-4f40-8ac0-9ff9e79a6aec">Continua a leggere su Steady</a></p>]]></content:encoded>
      <category><![CDATA[Donne architettura città]]></category>
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      <pubDate>Mon, 22 Dec 2025 18:44:54 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[Città-rigugio]]></title>
      <description><![CDATA[Foto di Berenice Abbot, 1938 Michela Barzi English summary In his book on medieval cities, Henri Pirenne outlines urban space as a refuge for oppressed Europeans by…]]></description>
      <content:encoded><![CDATA[<figure><a href="https://www.sfmoma.org/artwork/71.38.5/"><img src="https://assets.steadyhq.com/production/post/d0acdf52-8815-4a5a-ba27-9397ea2eeb1e/uploads/images/4wc3btei3r/Abbott-2.jpg?auto=compress&amp;w=800&amp;fit=max&amp;dpr=2&amp;fm=webp" alt="Possono le città, e l’idea di cittadinanza che esse definiscono, essere il superamento della sovranità nazionale quando in gioco c&#39;è lo status di cittadino?"/></a><figcaption>Foto di Berenice Abbot, 1938</figcaption></figure><p><em>Michela Barzi</em></p><p>In <em>Le città del Medioevo</em> Henri Pirenne descrive lo spazio urbano come un rifugio per gli europei oppressi, citando il proverbio tedesco secondo cui «l&#39;aria di città rende liberi». Nell&#39;antichità la libertà era riservata alla nobiltà, ma con la successiva crescita urbana diviene un attributo naturale di colui che vive nelle città: chi vive per un anno e un giorno al loro interno riacquista la libertà. Le città sono quindi il centro della prosperità e delle libertà individuali che segnano la civiltà occidentale . Il libro di Pirenne viene pubblicato nel 1927, quando, all’indomani della prima guerra mondiale, la cittadinanza veniva sempre più identificata con l’etnia di appartenenza del cittadino.</p><p>Nel 1996, Jacques Derrida suggerisce che il cosmopolitismo, tipico della condizione metropolitana, potesse rinnovare il diritto internazionale. Le città moderne, in quanto luoghi di accoglienza per migranti e rifugiati, modificano inevitabilmente le politiche statali e il contesto giuridico caratterizzato dalla sovranità statale. Derrida sostiene che queste città-rifugio trascendono i limiti della sovranità nazionale e rappresentano un laboratorio per il diritto e la democrazia del futuro. Le<em> banlieue </em>e <em>cité nouvelle </em>della regione metropolitana parigina dimostrano però che la semplice sistemazione abitativa non garantisce i diritti di cittadinanza. C&#39;è quindi una chiara necessità di ripensare le condizioni di accoglienza dei migranti, a partire dalle città.</p><p><a href="https://steady.page/d89d8034-a701-47d3-af75-88eeb76a5541/posts/d0acdf52-8815-4a5a-ba27-9397ea2eeb1e">Continua a leggere su Steady</a></p>]]></content:encoded>
      <category><![CDATA[Città libertà democrazia]]></category>
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      <pubDate>Wed, 17 Dec 2025 18:09:10 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[I frutti avvelenati dell’architettura moderna]]></title>
      <description><![CDATA[Marcel Breuer progetto per 175 Park Avenue NYC Michela Barzi English summary Sibyl Moholy-Nagy, László's second wife, helped found the New Bauhaus in Chicago after…]]></description>
      <content:encoded><![CDATA[<figure><a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:175_Park_Avenue,_Breuer_01_crop.jpg"><img src="https://assets.steadyhq.com/production/post/fef227dd-c611-44bf-a117-cee590928078/uploads/images/7b6sfy5qgm/175_Park_Avenue_Breuer_01_crop-462x1024.jpg?auto=compress&amp;w=800&amp;fit=max&amp;dpr=2&amp;fm=webp" alt="Una testimone dell&#39;esperienza del Bauhaus, a partire dalla metà del ventesimo secolo, ne ha messo criticamente in luce la deriva modernista e implicitamente maschilista."/></a><figcaption>Marcel Breuer progetto per 175 Park Avenue NYC</figcaption></figure><p><em>Michela Barzi</em></p><p>Il nome di László Moholy-Nagy non ha bisogno di presentazioni, ma quello della sua  seconda moglie Sibyl, nata Sybille Pietzsch nel 1903 presso la città tedesca di Dresda è pressoché sconosciuto. Eppure alla sua morte nel 1971 Reyner Banham l’aveva ricordata come <em>la più formidabile del gruppo di critiche donne</em> del quale faceva parte anche Jane Jacobs che, <em>negli anni ‘50 e ‘60 avevano continuamente tenuto sulla corda l’establishment architettonico degli Stati Uniti d’America.</em> Insieme al marito nel 1935 era emigrata da Berlino per raggiungere prima Londra e poi Chicago nel 1937. Lì avevano fondato il New Bauhaus, diventato successivamente Chicago School of Design poi confluita nell&#39;Illinois Institute of Technology. Dopo la morte di László nel 1946, Sibyl intraprende una carriera di docente di storia dell’architettura e diventa una delle più autorevoli critiche delle idee del Movimento Moderno trasferite nella pratica architettonica e urbanistica nel continente americano.</p><p><a href="https://steady.page/d89d8034-a701-47d3-af75-88eeb76a5541/posts/fef227dd-c611-44bf-a117-cee590928078">Continua a leggere su Steady</a></p>]]></content:encoded>
      <category><![CDATA[Donne architettura città]]></category>
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      <pubDate>Wed, 17 Dec 2025 16:25:16 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[Contro la città-macchina]]></title>
      <description><![CDATA[Pruitt-Igoe Michela Barzi English summary The functional segregation of the modern urban planning orthodoxy, as Jane Jacobs put it, conceived areas within the city…]]></description>
      <content:encoded><![CDATA[<figure><a href="https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/b/b9/Pruitt-igoeUSGS02.jpg"><img src="https://assets.steadyhq.com/production/post/ecfe54e7-33f1-42a9-ae65-9ecb53b7c452/uploads/images/st2n6pp3kv/Pruitt-igoeUSGS02.jpg?auto=compress&amp;w=800&amp;fit=max&amp;dpr=2&amp;fm=webp" alt="Il concetto di città-macchina è qualcosa che doveva avere  solo ciò che era necessario per il suo funzionamento e per raggiungere questo obiettivo, le funzioni urbane sono state prima isolate e poi collocate in spazi fisici distinti."/></a><figcaption>Pruitt-Igoe</figcaption></figure><p><em>Michela Barzi</em></p><p>La segregazione funzionale dell&#39;ortodossia urbanistica moderna, come la definiva Jane Jacobs, ha concepito all&#39;interno della città aree dedicate esclusivamente al traffico pedonale, lasciando tutto il resto alle automobili. Con la scomparsa dei pedoni dalle strade, confinati nelle aree pedonali, sono scomparse anche le attività commerciali, come dimostrano le strade incorporate nell’<em>Unité d’Habitation </em>– il modulo edilizio de<em> La Ville Radieuse</em> – che Le Corbusier aveva costruito a Marsiglia. Questa internalizzazione non ha risparmiato nessuna delle funzioni urbane, che sono state addirittura relegate sul tetto di quell’edificio modello, soluzione poi copiata dai centri commerciali contemporanei. Esplorando alcuni scritti di William H. Whyte Jr, Lewis Mumford, Giancarlo De Carlo e Jane Jacobs, il concetto di città-macchina emerge come qualcosa che doveva avere – citando De Carlo – né più né meno di quanto fosse necessario per il suo funzionamento, allo stesso modo in cui un ingranaggio non deve avere né più né meno denti di quelli necessari per far girare l’ingranaggio adiacente. Per raggiungere questo obiettivo, le funzioni urbane sono state prima isolate e poi collocate in spazi fisici distinti.</p><p><em>Disastri</em></p><p>William H. Whyte Jr in uno dei saggi di cui si compone <em>The Exploding Metropolis</em> - l’antologia di scritti pubblicata nel 1958 che contiene anche un celebre contributo di Jane Jacobs - sosteneva a proposito del ruolo istituzionale dell&#39;urbanistica americana che <em>finché gli assunti che in esso sono stati lasciati così come sono non verranno riesaminati, la città è destinata a tramutarsi in un gigantesco disastro</em>. I super complessi residenziali simili a caserme, realizzati dopo le demolizioni degli <em>slum </em>nelle aree interne dei grandi agglomerati urbani, non erano stati pensati per gli amanti della vita urbana che aborrivano la monotonia del suburbio. Semplicemente essi erano destinati a coloro che non si potevano permettere un’abitazione unifamiliare suburbana. Si trattava di un modello economico e sociale, del quale facevano parte la segregazioni razziale e di classe, che aveva assunto di volta in volta le forme de <em>La Ville Radieuse</em> di Le Corbusier, per il risanamento delle aree centrali, o della Città Giardino/New Town, nel caso del decentramento<em> </em>suburbano<em>.</em> Se consideriamo queste parole alla luce della vicenda di Pruitt-Igoe, il cui progetto edilizio richiama l’<em>Unité d’Habitation</em> e quello urbanistico <em>La Ville Radieuse</em>, possiamo tranquillamente concedere a chi le ha scritte di averci visto giusto.</p><p>Il complesso di edilizia residenziale pubblica Pruitt-Igoe, trentatré edifici identici ispirati al concetto lecorbuseriano della <em>machine à habiter</em>, sorto al posto di ciò che era stato considerato uno <em>slum</em>, doveva ospitare circa diecimila persone che avrebbero vissuto in un luogo arioso, inondato dal sole e circondato dal verde. Abitato a partire dal 1954 in prevalenza da afroamericani, fu definito nel 1970 dal sociologo Lee Rainwater <em>uno slum costruito con fondi federali. </em>Segnato dal crimine e dal degrado divenne il simbolo del fallimento dell’<em>urban renewal </em>e dei principi architettonici del Movimento Moderno.</p><p><a href="https://steady.page/d89d8034-a701-47d3-af75-88eeb76a5541/posts/ecfe54e7-33f1-42a9-ae65-9ecb53b7c452">Continua a leggere su Steady</a></p>]]></content:encoded>
      <category><![CDATA[Città libertà democrazia]]></category>
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      <pubDate>Sat, 13 Dec 2025 13:50:45 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[La signora che osservava la strada]]></title>
      <description><![CDATA[Manifesto di Night Out for Safety and Democracy Osservare cosa succede sulla strada ed in generale negli spazi pubblici dove s’incontra una comunità di persone non ha…]]></description>
      <content:encoded><![CDATA[<figure><a href="https://www.justice4families.org/actions/night-out-for-safety-democracy-and-human-rights/"><img src="https://assets.steadyhq.com/production/post/3a41f50c-20c6-4c72-9279-717eb62ece0b/uploads/images/skb5f25n4h/Nite-Out-Bazant-Eng-sml.jpg?auto=compress&amp;w=800&amp;fit=max&amp;dpr=2&amp;fm=webp" alt="Osservare cosa succede sulla strada ed in generale negli spazi pubblici non ha nulla a che vedere con il controllo dell’ordine pubblico svolto dalla polizia."/></a><figcaption>Manifesto di Night Out for Safety and Democracy</figcaption></figure><p><em>Michela Barzi</em></p><p>English summary</p><p>Observing what happens on the street and in public spaces in general has nothing to do with the police maintaining public order. On the contrary, paying attention to how different social actors interact in public spaces should be part of the remit of those responsible for urban planning. This was stated more than 60 years ago by Jane Jacobs, who wasn&#39;t an urban planner. He knew very well the damage caused by a kind of urban planning that, instead, was indifferent to the whole society. The street and public spaces in general, the place where people meet and mix their differences, are the theater of civil coexistence. As everyone knows from direct experience, the intensity and variety of these encounters is a guarantee of safety: it is normal to feel unsafe walking down a deserted street, while, on the contrary, the more crowded the streets, the safer we feel. This is because the people, passing by or looking out of a window, can convey a sense of control through their eyes. Having many eyes on the street, Jacobs reminds us in her book <em>The Death and Life of Great American Cities,</em> is an extraordinary antidote to crime and a powerful glue for a sense of community.</p><p>Osservare cosa succede sulla strada, e in generale negli spazi pubblici dove s’incontra una comunità di persone, non ha nulla a che vedere con il controllo dell’ordine pubblico svolto dalla polizia. Anzi, l’attenzione al modo in cui nello spazio pubblico s’incontrano i diversi attori sociali dovrebbe rientrare nelle competenze di chi si occupa di pianificare la città. Lo affermava più di 60 anni fa Jane Jacobs che urbanista non era ma che conosceva molto bene i danni prodotti dalla pianificazione urbana disattenta alla società. La strada e lo spazio pubblico in genere sono il teatro della convivenza civile, il luogo dove le persone s’incontrano e mischiano le loro diversità.</p><p>Come tutti sanno per esperienza diretta, l’intensità  e la varietà di questi incontri è una garanzia di sicurezza: è normale sentirsi in pericolo camminando in una strada deserta, mentre al contrario più le strade sono affollate più ci sentiamo sicuri. Ciò accade perchè le persone che vi transitano o che si affacciano dalle finestre degli edifici, sono in grado di restituire la sensazione di controllo esercitata dai loro occhi. Avere molti occhi sulla strada, ci ricorda Jacobs nel suo <em>Vita e morte delle grandi città</em>, è uno straordinario antidoto contro il crimine ed è un potente collante del senso di comunità.</p><p><a href="https://steady.page/d89d8034-a701-47d3-af75-88eeb76a5541/posts/3a41f50c-20c6-4c72-9279-717eb62ece0b">Continua a leggere su Steady</a></p>]]></content:encoded>
      <category><![CDATA[Donne architettura città]]></category>
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      <pubDate>Fri, 12 Dec 2025 17:27:07 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[Michel de Certeau, camminare per la città]]></title>
      <description><![CDATA[Michela Barzi A distanza di oltre trent’anni dalla prima edizione e nella prefazione di una risptampa di Vita e morte delle grandi città, Jane Jacobs ricordava che i…]]></description>
      <content:encoded><![CDATA[<figure><a href="https://fr.wikipedia.org/wiki/Rue_de_Paris,_temps_de_pluie"><img src="https://assets.steadyhq.com/production/post/9fe1151a-1c69-4291-b1bb-b7ba9707f80d/uploads/images/bedrf6e7ld/500px-Caillebotte_Rue_de_Paris.jpg?auto=compress&amp;w=800&amp;fit=max&amp;dpr=2&amp;fm=webp" alt="Michel de Certeau individua nell’atto di camminare la creazione di una città «metaforica», cioè in spostamento all’interno della città pianificata."/></a><figcaption>Gustave Caillebotte Rue de Paris, temps de pluie, 1877.</figcaption></figure><p><em>Michela Barzi</em></p><p>A distanza di oltre trent’anni dalla prima edizione e nella prefazione di una risptampa di <em>Vita e morte delle grandi città</em>, Jane Jacobs ricordava che i primi ad aver capito il senso del suo libro erano stati i pedoni, perché leggendolo avevano potuto constatare quanto in comune ci fosse tra la sua esposizione e il loro «appagamento», le loro «preoccupazioni ed esperienze». Ma d’altra parte «avevano collaborato alla ricerca», che si era basata sull’osservazione e l’ascolto della gente che cammina: «Poi, a sua volta, il libro ha collaborato con le persone che si spostano a piedi dando legittimità a ciò che essi già conoscevano per conto loro» . La prospettiva del pedone ha quindi costituito il centro del cambiamento di paradigma che il libro aveva introdotto nell’urbanistica degli ultimi decenni del Novecento. D’altra parte, le regole spaziali di chi si sposta a piedi nella città non necessariamente coincidono con quelle stabilite dalle norme urbanistiche.</p><p>Di ciò era convinto anche Michel de Certeau che individuava nell’atto di camminare la creazione di una città «metaforica», cioè in spostamento all’interno della città pianificata. Nei brani di seguito riportati l’autore racconta come il pedone trasformi in «un&#39;altra cosa ciascun significante spaziale», dato che camminare per la città è una pratica che «disfa le superfici leggibili» della città raffigurata e osservata dall’alto. «Ma coloro che vivono quotidianamente la città, a partire da soglie in cui cessa la visibilità, stanno in basso». E i loro corpi si muovono tra i pieni e i vuoti «di un testo urbano che essi scrivono senza poterlo leggere».</p><p><a href="https://steady.page/d89d8034-a701-47d3-af75-88eeb76a5541/posts/9fe1151a-1c69-4291-b1bb-b7ba9707f80d">Continua a leggere su Steady</a></p>]]></content:encoded>
      <category><![CDATA[Città libertà democrazia]]></category>
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      <pubDate>Wed, 10 Dec 2025 14:10:35 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[Città e libertà]]></title>
      <description><![CDATA[La complessità di una città, la sua vivacità, non possono essere create dalla logica astratta di un pugno di uomini armati di squadra e righello. Urbanisti e architetti…]]></description>
      <content:encoded><![CDATA[<img src="https://assets.steadyhq.com/production/post/53344e08-c83e-4a15-a237-d9e0408d4b69/uploads/images/q4ltftdjhv/CITTA_LIBERTA.jpg?auto=compress&amp;w=800&amp;fit=max&amp;dpr=2&amp;fm=webp" alt=""/><blockquote><p><em>La complessità di una città, la sua vivacità, non possono essere create dalla logica astratta di un pugno di uomini armati di squadra e righello. Urbanisti e architetti possono dare il loro contributo, ma il ruolo centrale spetta al cittadino. È la sua città, dopo tutto, e l&#39;ordine architettonico voluto dai pianificatori non potrà mai sostituirsi a quell&#39;ordine sociale, fatto di piccole, informali e inaspettate attività umane, che sta alla base della vitalità urbana</em>.</p><p>Jane Jacobs</p></blockquote><p>Autrice di testi celebri che hanno profondamente influenzato l&#39;opinione pubblica americana nella seconda metà del Novecento, Jacobs ha rivoluzionato il modo di concepire il rinnovamento e il decentramento urbano, modificando radicalmente il discorso pubblico. In rottura con le semplificazioni della <em>Ville Radieuse</em> di Le Corbusier e della Carta d&#39;Atene, che hanno internazionalmente definito i principi dell&#39;urbanistica già dagli anni Trenta, il suo approccio non convenzionale ha consapevolmente spostato l&#39;attenzione verso la complessità dell&#39;ecosistema urbano e verso il suo affascinante ordine intrinseco sotteso al caos apparente. All&#39;opposto dell&#39;urbanistica «ortodossa», che vuole mettere ordine in quel caos, Jacobs ritiene che proprio questa città spontanea sia la matrice della libertà individuale, il motore della vita democratica. Ed è appunto questo primato della città che rivendica negli scritti qui proposti, per la prima volta tradotti in italiano, in cui è possibile cogliere in tutta la sua ricchezza un pensiero urbano lontano dalla visione sostanzialmente antiurbana della pianificazione iper-modernista.</p><p><em>Città e libertà </em>(Milano, Elèuthera, 2020) è un’antologia di scritti di Jane Jacobs, curata da Michela Barzi che ha tradotto i testi, che riprende ed amplia i temi trattati nel suo celeberrimo <em>Vita e morte delle grandi città. </em>Nata a Scranton 1916 e morta a Toronto 2006, redattrice di «Architectural Forum» tra il 1952 e il 1962, raggiunge una vasta notorietà quando attacca frontalmente i grandi progetti infrastrutturali di rinnovamento urbano che puntano a stravolgere le città americane (e non solo quelle) nella seconda metà del Novecento. E non si limita a libri, articoli o interventi pubblici, ma partecipa attivamente ai comitati cittadini che a New York si battono contro questo stravolgimento. Nel 1968, dopo il secondo arresto, decide di trasferirsi a Toronto per evitare che i suoi figli vengano mandati a combattere in Vietnam, o incarcerati per diserzione, cosa che non le impedisce di continuare dal Canada le sue battaglie. Accusata dai professionisti del settore di avere un approccio «da casalinga» alle questioni urbane, Jacobs rivendica questo suo sguardo femminile che si muove a livello della strada, l’unico capace di cogliere nel dettaglio quel complesso tessuto urbano che rende vitale una città.</p><p><a href="https://www.eleuthera.it/scheda_libro.php?idlib=496">ACQUISTA</a></p>]]></content:encoded>
      <category><![CDATA[Città libertà democrazia]]></category>
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      <pubDate>Wed, 03 Dec 2025 17:59:52 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[I neorurali e la democrazia delle reti urbane]]></title>
      <description><![CDATA[ Michela Barzi. Il recente caso della famiglia neorurale che vive in un bosco dell’Abruzzo riporta all'attenzione il tema dell'abitare off-grid,…]]></description>
      <content:encoded><![CDATA[<figure><a href="http://baudouinmouanda.fr/baudouin-mouanda/page/2/"><img src="https://assets.steadyhq.com/production/post/63f13554-14a1-44f5-a747-648d5aab9d36/uploads/images/nwzuv4od67/Baudouin-MOUANDA_Les-Fantomes-de-Corniches_020.webp?auto=compress&amp;w=800&amp;fit=max&amp;dpr=2&amp;fm=webp" alt="Malgrado sia sufficientemente chiaro a cosa servano le reti urbane pare si stia diffondendo, nella parte di mondo economicamente sviluppata, un movimento di persone che sostiene la possibilità di abitare in modo indipendentemente dall&#39;allacciamento alle reti"/></a><figcaption>Foto di Badouin Mouanda</figcaption></figure><p><em>Michela Barzi</em></p><p></p><p>Tra le molte cose che diamo per scontate, l’acqua corrente in ogni abitazione, la rete fognaria, il sistema di distribuzione di elettricità e gas, la rete telefonica e di connessione internet sono presenze ovvie nelle aree urbanizzate, ad esclusione di quelle informali che chiamiamo <em>slum</em>. Tutto ciò ci ricorda che non è stato sempre così: i servizi a rete nelle città europee e nei paesi cosiddetti sviluppati hanno fatto la loro apparizione a partire dalla seconda metà dell’Ottocento ed hanno tra l&#39;altro concretamente mostrato alle persone quali siano le conseguenze dell’urbanistica sulla vita quotidiana. A partire da quel periodo, da una parte le città sono state trasformate in superficie dai piani di risanamento e di espansione, spesso realizzati senza molto riguardo per la componente umana, e dall’altra gli interventi di trasformazione nel sottosuolo hanno modificato profondamente, e in meglio, la vita delle persone. Le ragioni fondamentali di questi cambiamenti operati nelle viscere della città erano igiene e sicurezza: le malattie endemiche ed epidemiche si combattono innanzitutto portando acqua pulita e smaltendo quella sporca, superando l&#39;uso di torce, candele e altre fiamme libere con le reti per l’illuminazione di strade e poi abitazioni, evitando così il rischio di incendi. A queste premesse basilari, si è aggiunta poi la qualità della vita, che dalla diffusione delle reti urbane ha avuto solo da guadagnare: aprire un rubinetto o pigiare un pulsante è assai più comodo che portare l’acqua in secchi, o produrre la luce attraverso una fiamma. Ma c’è un altro aspetto, meno visibile ma non meno importante, che sostiene la possibilità di dare a tutti igiene e sicurezza, ed è la democrazia.</p><p>Quando si è deciso di far corrispondere all’insediamento di nuovi abitanti la remunerazione del costo che la collettività deve sostenere per portare dove essi abiteranno strade e servizi a rete, ovvero da quando sono stati previsti gli oneri di urbanizzazione,  si è stabilito di collegare ai diritti di cittadinanza quelli di una condizione minima abitativa dignitosa, che garantisca appunto igiene e sicurezza.  </p><p>Gli oneri di urbanizzazione sono, appunto, il contributo in denaro legato al rilascio dell’autorizzazione a costruire. Nessun costruttore vende, e nessun proprietario affitta, abitazioni senza allacciamento alle reti urbane, semplicemente perché non potrebbe definirle abitazioni. Affinché così si possano definire, sono necessari il piano urbanistico e il comune che realizza le urbanizzazioni. L’interesse privato di chi vende o affitta compensa quindi con una certa somma di danaro quello pubblico che garantisce gli standard minimi di abitabilità.</p><p><a href="https://steady.page/d89d8034-a701-47d3-af75-88eeb76a5541/posts/63f13554-14a1-44f5-a747-648d5aab9d36">Continua a leggere su Steady</a></p>]]></content:encoded>
      <category><![CDATA[Città libertà democrazia]]></category>
      <media:content type="image/jpeg" url="https://assets.steadyhq.com/production/post/63f13554-14a1-44f5-a747-648d5aab9d36/uploads/images/nwzuv4od67/Baudouin-MOUANDA_Les-Fantomes-de-Corniches_020.webp?auto=format&amp;h=787&amp;w=1400&amp;fit=fill&amp;fm=jpg&amp;crop=faces" medium="image"/>
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      <pubDate>Tue, 02 Dec 2025 12:15:41 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[La città come male necessario]]></title>
      <description><![CDATA[Le epidemie hanno trasformato la forma delle città, portando alla creazione di infrastrutture per contenere le differenti forme di contagio. La città, pur rappresentando ]]></description>
      <content:encoded><![CDATA[<a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:La_Peste_d%27Asdod_-_Nicolas_Poussin_-_Mus%C3%A9e_du_Louvre_Peintures_INV_7276_;_MR_2312.jpg"><img src="https://assets.steadyhq.com/production/post/5a60f6a7-1266-4e20-885c-24ba4f8fe45f/uploads/images/wn4qltny7r/Nicolas_Poussin_-_The_Plague_at_Ashdod.jpg?auto=compress&amp;w=800&amp;fit=max&amp;dpr=2&amp;fm=webp" alt="Le epidemie hanno trasformato la forma delle città, portando alla creazione di infrastrutture per contenere le differenti forme di contagio. La città, pur rappresentando un rischio sanitario, è anche un centro di progresso scientifico."/></a><p></p><p><em>Michela Barzi</em></p><p>Tucidide ne <em>La guerra del Peloponneso</em> scriveva a proposito della peste che nel 430 a.C. aveva decimato la popolazione di Atene e decretato il declino della città: «Dentro le mura cadevano le vittime del contagio; fuori, le campagne subivano la devastazione nemica. Venne naturalmente alla luce, mentre il morbo incrudeliva, la memoria di quell&#39;oracolo che, a detta dei più anziani, risaliva a tempi molto antichi: &quot;Verrà la guerra Dorica e pestilenza con essa&quot;».</p><p>Guerra, carestia, e pestilenze sono tre fattori che storicamente si fondono ma senza la città il contagio della fame e della malattia non avrebbe potuto esplodere. Nel racconto di Tucidide la relazione che esiste tra questi elementi è chiara, come lo è che la città il crogiolo in cui si fondono. La popolazione concentrata nello spazio urbano innesca gli effetti esplosivi grazie al contributo decisivo della povertà.</p><p>Alessandro Manzoni ha descritto efficacemente ne <em>I promessi sposi </em>il concatenarsi degli eventi che hanno condotto alla pestilenza di Milano del 1630. Egli si affida per le descrizioni della pestilenza del 1630 alle notizie contenute nel <em>Ragguaglio</em> del medico Alessandro Tadino (1648), il quale raccontava gli sconvolgimenti provocati dalla pestilenza con lo sguardo del tutore della salute pubblica. La sua visione costituisce una sorta di anticipazione di ciò che successivamente avviene in modo sistematico: a partire dalla fine del XVIII secolo rilevamenti topografici e indagini mediche individuano nel sovraffollamento e nella mancanza d’igiene, tipici dell’ambiente urbano, le cause della latenza del contagio. I poveri, debilitati da un’alimentazione insufficiente e dalle malsane condizioni abitative, erano il perenne focolaio delle malattie. Da questa constatazione comincia a profilarsi il concetto di salute pubblica che nel XIX produrrà norme e interventi sul corpo malato della città. Cimiteri, carceri, ospedali, mattatoi, ovvero i luoghi di massima concentrazione di reflui e rifiuti, furono individuati come possibili inneschi delle infezioni, ancora attribuite ai <em>miasmi</em> che essi potevano generare.</p><p>Il controllo dei meccanismi di diffusione del contagio ha prima di tutto avuto un carattere militare. Alla fine del XVII secolo in Francia vengono redatti regolamenti contenenti prescrizioni da prendere nel caso la peste si fosse manifestata nelle città. Lo spazio urbano andava rigorosamente suddiviso in settori posti sotto il potere di un sovraintendente e pattugliato da guardie. Le persone avevano l’obbligo della quarantena da trascorrere in casa e doveva essere interrotto ogni scambio con il territorio agricolo, per evitare che il contagio trovasse ulteriori veicoli nella popolazione rurale.</p><p><a href="https://steady.page/d89d8034-a701-47d3-af75-88eeb76a5541/posts/5a60f6a7-1266-4e20-885c-24ba4f8fe45f">Continua a leggere su Steady</a></p>]]></content:encoded>
      <category><![CDATA[Città libertà democrazia]]></category>
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      <pubDate>Tue, 25 Nov 2025 19:02:41 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[Fenomenologia urbana come questione di genere]]></title>
      <description><![CDATA[Il genere se utilizzato come indicatore della condizione socio-culturale delle persone può effettivamente fungere da guida alla pianificazione urbana]]></description>
      <content:encoded><![CDATA[<img src="https://assets.steadyhq.com/production/post/3912faec-a95a-4f79-9e26-3b551c370d56/uploads/images/qdnpqaxq3s/fenomenologia_genere.jpg?auto=compress&amp;w=800&amp;fit=max&amp;dpr=2&amp;fm=webp" alt=""/><p><em>Michela Barzi</em></p><p>Il genere, inteso come indicatore della condizione socioculturale delle persone piuttosto che di quella biologica, può effettivamente fungere da criterio per valutare e orientare le politiche urbane, non solo in termini di uguaglianza e pari opportunità tra uomini e donne, ma anche per quanto riguarda il suo impatto sulla società nel suo complesso. Il fatto stesso che persone di genere, età, provenienza economica, sociale e culturale diversa abbiano modi diversi di utilizzare lo spazio urbano determina il modo in cui la città si trasforma. Ciò significa ridurre le distanze tra le strutture fisiche che compongono la città e i suoi utenti in relazione alla loro diversità. Implica più spazio pubblico in termini di quantità e accessibilità, un concetto di mobilità che consenta a tutti di spostarsi facilmente e in sicurezza, una forte integrazione tra residenze, servizi e varie funzioni urbane, e una particolare attenzione alle esigenze di coloro che, oltre a un lavoro retribuito, dedicano gran parte del loro tempo al lavoro di cura non retribuito. In altre parole, una città che utilizza i bisogni delle donne come indicatore delle proprie trasformazioni finisce per essere più attenta ai bisogni della società e delle sue diverse componenti.</p><p>Il fatto che persone di diverso genere, età, condizione economica, sociale e culturale abbiano modi diversi di usare lo spazio urbano determina il modo in cui la città si trasforma. Si tratta, molto concretamente, di accorciare le distanze tra le strutture fisiche che costituiscono la città e i suoi utilizzatori in relazione alle loro diversità. Ciò vuol dire più spazio pubblico in termini di quantità ed accessibilità, un’idea di mobilità che consenta a tutti di spostarsi agevolmente e in sicurezza, una forte integrazione tra residenze, servizi e le varie funzioni urbane, una particolare attenzione per i bisogni di chi, oltre al lavoro retribuito, impiega buona parte del proprio tempo per quello gratuito di cura. In altri termini, una città che utilizza le necessità delle donne come indicatore per le sue trasformazioni finisce per essere più attenta ai bisogni della società e delle sue diverse componenti.</p><p>Eva Kail, un’esperta di questioni di genere presso il nucleo cittadino di pianificazione urbana, sostiene che l’approccio adottato da lei e dal suo gruppo si basa essenzialmente sull’osservazione dell’uso dello spazio pubblico, di chi lo utilizza e per quali scopi. Da questa analisi discende l’individuazione di cosa interessa e serve ai differenti gruppi di cittadini sotto forma di indirizzi alla pianificazione urbana. </p><p><a href="https://steady.page/d89d8034-a701-47d3-af75-88eeb76a5541/posts/3912faec-a95a-4f79-9e26-3b551c370d56">Continua a leggere su Steady</a></p>]]></content:encoded>
      <category><![CDATA[Donne architettura città]]></category>
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      <pubDate>Tue, 25 Nov 2025 17:07:10 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[Camminare per la città è una questione di genere]]></title>
      <description><![CDATA[Rintracciare le molteplici manifestazioni del quotidiano, attraverso l’esperienza della strada come infrastruttura urbana, è una caratteristica dell'universo femminile.]]></description>
      <content:encoded><![CDATA[<img src="https://assets.steadyhq.com/production/post/13296f16-dd62-4af0-851a-f6ddabf21faf/uploads/images/six7s3ycdt/sidewalk-dance-1024x768.jpg?auto=compress&amp;w=800&amp;fit=max&amp;dpr=2&amp;fm=webp" alt="Jane Jacobs ricordava che i primi ad aver capito il senso del suo libro erano stati i pedoni, una categoria alla quale apparteneva e che le ha consentito di osservare il funzionamento della città."/><p><em>Michela Barzi</em></p><p>Jane Jacobs ha sottolineato l&#39;importanza dei marciapiedi nella vita urbana, descrivendone il ruolo fondamentale nei contatti sociali e nella costruzione della comunità. Il contrasto era, secondo lei, tra il «progettista dei marciapiedi», che si affida all&#39;esperienza diretta, e il progettista che opera da una distanza accademica. Il marciapiede svolge un ruolo cruciale in un ambiente urbano sano, perché garantisce la sicurezza dei pedoni e favorisce la creazione delle relazioni sociali, che sono caratterizzate dalle interazioni quotidiane e non dall&#39;architettura. Secondo il dogma moderno, invece, l’architettura doveva essere funzionale e isolata dal suo contesto. Come ha osservato in seguito Michel de Certeau, nelle mappe degli urbanisti non c’è spazio per la vita quotidiana.</p><p>Le donne sono spesso state cancellate dalla scena urbana: nel 1963, Betty Friedan ha denunciato il ruolo subordinato delle donne sancito anche dalla pianificazione urbana che cercava di isolarle nelle espansioni suburbane. Quasi trent&#39;anni dopo, Elizabeth Wilson invita le donne a riappropriarsi delle città, a smettere di considerarle luoghi pericolosi e disordinati da cui dovevano escludersi, ma ad affrontare le contraddizioni e l&#39;intensità della vita urbana come qualcosa che potesse liberarle dalla loro condizione subordinata. Camminare per le città è quindi un atto di liberazione.</p><p><em>Morte della strada</em></p><p>Nel luglio 1960<em> </em>lo scrittore afro-americano James Baldwin notava, con un certo disappunto, che al posto del portone d&#39;ingresso della casa dove era cresciuto si trovava uno di quegli «striminziti alberi urbani»<em> </em>delle aree verdi realizzate attorno ai nuovi complessi residenziali. Le vecchie strade di Harlem su cui si affacciava anche l’edificio in cui aveva trascorso la sua infanzia - edificio che era finito nell’elenco del complesso delle aree definite <em>slum</em>  dalle autorità newyorchesi -<em> </em>erano state<em> </em>sostituite da ciò «che<em> </em>nel gergo odierno delle gang si chiamerebbe &quot;il territorio&quot; [the turf]», termine che rappresenta anche i tappeti erbosi sui quali si innestano le <em>caserme </em>multipiano dell&#39;edilizia popolare. Scriveva Jane Jacobs in <em>Vita e morte delle grandi città</em>, pubblicato l’anno dopo, a propossito della sostituzione delle strade con le aree verdi (in inglese turf): «Non c&#39;è molta scelta: ovunque una parte di città venga «ristrutturata», nascerà ben presto la barbarie dei turfs. Sopprimendo una funzione essenziale della strada urbana, la città ristrutturata perde anche, necessariamente, la propria libertà».</p><p>Le Corbusier  - uno dei più celebri maestri del Movimento Moderno in architettura - affermava nel 1929 che la prima tappa nell’evoluzione della città sarebbe passata dall’abolizione  della <em>rue corridor</em>. La strada, con gli edifici su di essa allineati e le attività che vi si affacciano, con il traffico pedonale misto a quello viabilistico, nella città contemporanea non aveva più motivo di esistere. Al suo posto andavano realizzate infrastrutture per gli spostamenti in automobile e gli spostamenti a piedi andavano tolti dalla strada. L’allineamento degli edifici doveva essere determinato dall’esposizione al sole e all’aria ed essi sarebbero stati circondati da aree verdi. L’immaginario urbano di Le Corbusier è rappresentato dalla <em>Ville Radieuse,</em> manifesto della città contemporanea che nel 1933 si tradurrà nei principi urbanistici della Carta d’Atene. Essi sono stati utilizzati per i progetti di ristrutturazione dei quartieri degradati delle grandi città americane. Tramite le disposizioni degli Housing Act del 1949-54 sono stati costruiti complessi residenziali che non si affacciano più sulla strada ma su aree verdi.</p><p><a href="https://steady.page/d89d8034-a701-47d3-af75-88eeb76a5541/posts/13296f16-dd62-4af0-851a-f6ddabf21faf">Continua a leggere su Steady</a></p>]]></content:encoded>
      <category><![CDATA[Donne architettura città]]></category>
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      <pubDate>Mon, 24 Nov 2025 16:47:10 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title><![CDATA[Central Park. L'idea di parco e di città]]></title>
      <description><![CDATA[I grandi parchi urbani, oltre ai nuovi assetti viabilistici, alla costruzione di sistemi idrici e fognari, e in generale alle grandi opere di modernizzazione…]]></description>
      <content:encoded><![CDATA[<p></p><p><em>Michela Barzi</em></p><p>I grandi parchi urbani, oltre ai nuovi assetti viabilistici, alla costruzione di sistemi idrici e fognari, e in generale alle grandi opere di modernizzazione infrastrutturale, sono elementi dell’urbanistica ottocentesca e provvedimenti di mitigazione degli effetti di ciò che veniva definito <em>urbanesimo</em>. Visti sotto questa luce, evidente è l’analoga origine igienista che giustifica sventramenti nel corpo delle insalubri città storiche per migliorare la circolazione nelle arterie – le nuove strade dove ciò che circola si situa sia sopra che sotto la terra – e consentire alle città di respirare meglio tramite nuovi polmoni verdi.  Il Bois de Boulogne e il Bois de Vincennes sono le due grandi aree verdi del piano del prefetto della Senna Haussmann per la  Parigi di Napoleone III,  formulato secondo queste motivazioni e finanziato tramite i valori immobiliari generati dalla sua attuazione. Ma ancor prima della creazione della Parigi moderna, verso la metà del XIX secolo, il parco paesaggistico era diventato un elemento chiave della modernizzazione della città dell<em>’ancien régime</em>. Dall’Englischer Garten di Monaco di Baviera – realizzato già alla fine del secolo precedente – fino al Parco Sempione a Milano –  nelle maggiori città europee terreni di caccia e aree militari si convertono in parchi pubblici che spesso sono stilisticamente connotati dall’aggettivo “all’inglese”, evocazione di quell’insieme di caratteri naturali e progettati che caratterizza il paesaggio d’oltre Manica.  </p><p>Central Park è stato pianificato con l’intenzione di essere il distretto verde nell’espansione edilizia di Manhattan. Il piano <em>Greensward </em>presentato da Frederick Law Olmsted (1822-1903) e da Calvert Vaux (1824-1895) nel 1858 riprende la concezione paesaggistica con la quale il primo, agricoltore a Staten Island e giornalista, era entrato in contatto durante un viaggio in Inghilterra e che il secondo ben conosceva per essere cittadino di quel paese e architetto. A questo riguardo affermava Lewis Mumford in <em>Brown Decades</em>, (pubblicato in <em>Architettura e cultura in America dalla guerra civile all’ultima frontiera,</em> a cura di Francesco Dal Co, Venezia, Marsilio, 1977) che i grandiosi paesaggi naturali  – «le Mammouth Caves del Kentucky, il corso sinuoso del Mississippi, le alte vette delle Montagne Rocciose»  –  erano gli elementi in grado di fare presa sulla natura romantica dell’americano medio, ciò che poteva fargli apprezzare il concetto di<em> landscape park – </em>«un prato e poche pecore, o una roccia affiorante con un chiosco di fronte a una macchia di pini». Mumford attribuiva a Olmstead la convinzione che fosse possibile<em> </em>trarre godimento da un paesaggio dalle sembianze naturali senza dimenticare il ruolo di colui che lo aveva progettato. Compito del progettista non è correggere lo sviluppo della città  – nel caso di Manhattan riempire con un’area verde un certo numero di isolati nella grigia stradale sulla quale si stava sviluppando la città dal 1811 – poiché  «il parco non può venire considerato come una sorta di «ripensamento» o di semplice aggiunta correttiva in un piano utilitaristico per altri versi conchiuso». Il progetto di un parco urbano rientra quindi a pieno nella progettazione urbanistica. La sperimentazione condotta a Central Park della separazione dei flussi di traffico, veicoli da una parte e pedoni dall’altra, una volta concretizzato nelle città giardino promosse dalla Regional Planning Association of America di Mumford e Henry Wright, diventa, secondo il primo, il più importante lascito di Olmsted. </p><p><a href="https://steady.page/d89d8034-a701-47d3-af75-88eeb76a5541/posts/141d1f47-14bd-4ffd-ada6-6b58a74b8dfe">Continua a leggere su Steady</a></p>]]></content:encoded>
      <category><![CDATA[Città libertà democrazia]]></category>
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      <pubDate>Wed, 12 Nov 2025 12:29:12 +0000</pubDate>
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      <title><![CDATA[Urbanistica a Milano tra apocalittici e integrati]]></title>
      <description><![CDATA[O solitude, my sweetest choise.  Henry Purcell, grazie ai versi di Katherine Philips, morta di vaiolo nell’affollatissima Londra del 1664, ci ricorda in musica che la…]]></description>
      <content:encoded><![CDATA[<figure><img src="https://assets.steadyhq.com/production/post/9e377317-1008-4847-9ff8-8a580d74080c/uploads/images/utrw2qnm53/Cascina-Merlata-1024x768.webp?auto=compress&amp;w=800&amp;fit=max&amp;dpr=2&amp;fm=webp" alt="Cascina Merlata è un quartiere nella parte nord-occidentale della città diventato il bersaglio di tutte le critiche riguardanti il Modello Milano."/><figcaption>Milano, Cascina Merlata. Foto di Michela Barzi</figcaption></figure><p><em>Michela Barzi</em></p><p>English summary</p><p>Cascina Merlata, a neighbourhood in the North-West part of the city, is a perfect example of Milan’s approach to urban planning of the last two decades. Therefore, it became the target of all criticism concerning the Milan Model in general. What this criticism doesn’t consider is that the urban space, when not occupied by different cognitive perspectives, is filled by the experience of the inhabitants. Although participatory urban planning is a subject that has been studied at the university for many years, the inhabitants, according to some media, seem to have no say in the process of communicating the place where they live. The ability to overcome the difference between utopia and realism is still not recognised in those who, simply by living in a certain place, experience the daily effort of mediating between ideas and reality.</p><p><em>O solitude, my sweetest choise.  </em>Henry Purcell, grazie ai versi di Katherine Philips, morta di vaiolo nell’affollatissima Londra del 1664, ci ricorda in musica che la solitudine, come condizione dello stare da soli, è una libera scelta.  Condizione che poteva anche essere salvifica in presenza di malattie contagiose non ancora contrastate da vaccini o antibiotici ma solo dall’isolamento. L&#39;inglese prevede che la condizione dell&#39;essere soli sia descritta dalla parola <em>loneliness</em>, a cui il Regno Unito assegna una commissione ministeriale dal 2018. Il governo britannico è stato il primo al mondo a rendere pubblica una strategia di riduzione della solitudine che comprende iniziative come la &quot;prescrizione sociale&quot; da parte dei medici di base, ovvero indirizzare i pazienti che soffrono per le conseguenze dell&#39;isolamento sociale <em>(loneliness</em>) verso programmi locali di attività di gruppo e di relazione. Il governo britannico, tramite il servizio sanitario nazionale, distribuisce fondi ai soggetti che si dedicano alla lotta alla solitudine e ai progetti per la sua riduzione. Si tratta quindi di provvedimenti di salvaguardia della salute pubblica che trovano applicazione nei differenti contesti locali, indifferentemente dagli aspetti insediativi che li connotano. Si possono, quindi, mettere in relazione le caratteristiche insediative con l&#39;esclusione sociale, sia che si tratti di una condizione percepita che reale? Quali sono gli elementi dell&#39;ambiente costruito che possono favorire l&#39;esclusione sociale, o una condizione di isolamento che può diventare patologica sotto il profilo clinico?</p><p>Sul rapporto tra forma urbana, obesità e diabete esiste ad esempio uno studio finanziato dal Canadian Institutes of Health Research sulla città di <a href="https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0085295">Toronto </a>e sugli abitanti dei <em>suburb</em> nordamericani, dove la dipendenza dall&#39;auto è una conseguenza del modello insediativo che può far insorgere varie patologie. Ce ne siamo tra l’altro occupati <a href="http://www.millenniourbano.it/se-vivi-in-citta-combatti-il-colesterolo/">qui</a>. Ma una condizione così individuale come la <em>loneliness</em> può essere messa in relazione con le caratteristiche insediative del luogo dove il singolo vive? Forse sì ma risulta assai difficile fare l’opposto, ovvero implicare che  le caratteristiche insediative di un determinato luogo possano avere come conseguenza l&#39;isolamento sociale (<em>loneliness</em>) di una o più persone, con le ricadute patologiche che un medico può tuttavia constatare  solo sul singolo paziente.</p><p><a href="https://steady.page/d89d8034-a701-47d3-af75-88eeb76a5541/posts/9e377317-1008-4847-9ff8-8a580d74080c">Continua a leggere su Steady</a></p>]]></content:encoded>
      <category><![CDATA[Milano e dintorni]]></category>
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      <pubDate>Wed, 12 Nov 2025 12:19:38 +0000</pubDate>
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