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5 cose che ho imparato lavorando ad un podcast dedicato alla Resistenza

Dato che si avvicina il 25 aprile, è bene ripassare.

“Dietro il milite delle Brigate Nere più onesto, più in buona fede, più idealista, c’erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l’Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c’era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, ché di queste non ce ne sono.”

— Italo Calvino

A settembre ho pubblicato un podcast dedicato alla Resistenza e alla Liberazione della mia città, Prato, in occasione dell’ottantesimo anniversario della sua liberazione, avvenuta il 6 settembre 1944. Una data segnata da una contraddizione dolorosa: da un lato la gioia per la fine dell’occupazione nazifascista, dall’altro l’orrore di un eccidio consumatosi proprio quella mattina. A Figline, ultimo paese prima dell’Appennino, 29 partigiani furono impiccati sotto un arco, in uno degli episodi più tragici e simbolici della nostra storia locale.

Gli eventi di Prato, almeno nelle intenzioni mie e di Enrico Iozzelli — storico e co-autore del podcast — sono un punto di partenza. Raccontiamo una storia locale, ma con l’ambizione di toccare temi universali: il senso della scelta, la complessità della Resistenza, il valore della memoria. È un podcast pensato per essere ascoltato non solo il 25 aprile o nelle ricorrenze “ufficiali”, ma ogni volta che si cerca di capire davvero cosa sia stata quella stagione della nostra storia e come rendere attuali quegli ideali.

ASCOLTA IL TRAILER DEL PODCAST

Il podcast si intitola “RIBELLI. La Resistenza, l’eccidio, la Liberazione di Prato” ed è prodotto dal Museo della Deportazione e Resistenza di Prato. Sei episodi da circa 45 minuti ciascuno: testimonianze raccolte durante tutta l’estate, materiali d’archivio, analisi storiche. Un percorso per restituire la dimensione umana — e collettiva — di chi ha vissuto e ricostruito in un tempo segnato dalla paura e dal coraggio.

In un momento in cui trovare testimoni diretti è sempre più difficile, abbiamo cercato e intervistato coloro che all’epoca erano poco più che bambini e bambine. Ci hanno aperto le loro case, ci hanno fatto accomodare in salotto o in cucina, e hanno iniziato a raccontare cosa significava vivere sotto il fascismo e con la guerra in casa. A tutti e tutte si spezzava la voce nel ripercorrere quei giorni. Un segno indelebile del trauma vissuto.

Perché, come mi ha spiegato più volte Enrico, quando si dice che la Seconda guerra mondiale entra nelle case delle persone, non è solo una metafora: a differenza di guerre combattute altrove, questa travolse famiglie, corpi, paesi minuscoli come quello di Figline a Prato.

La cover del podcast Ribelli

E poi c’è una cosa fondamentale: la lotta partigiana e di liberazione non può essere compresa se isolata dal contesto che l’ha preceduta. Perché — Enrico me lo ripete sempre — si tratta del “capitolo finale” di un percorso che dura più di vent’anni e che ha portato a una guerra civile nel nostro Paese. Non si può capire la Resistenza senza conoscere cosa fu l’antifascismo, le sue diverse anime, spesso in disaccordo ma unite dall’opposizione al regime. Non si può comprendere il significato profondo di quella scelta senza aver prima attraversato le macerie morali e civili lasciate da vent’anni di oppressione, censura, persecuzioni, deportazioni, stragi, violenza di stato. La Resistenza (in tutte le sue forme, armata e no) è la risposta a tutto questo, non un gesto improvviso, ma la conclusione di un lungo cammino di opposizione.

Per questo è inaccettabile chi la minimizza, chi fa revisionismo storico, chi dice che “il 25 aprile è la festa contro tutti i totalitarismi”. No. Il 25 aprile è la festa della Liberazione dal fascismo e dal nazismo. E l’antifascismo è divisivo solo se sei fascista. Punto.

“Dove si afferma il verbo ‘non siamo tutti uguali, non tutti abbiamo gli stessi diritti’, alla fine c’è il lager. Questo io lo so con precisione.”

— Primo Levi


Ecco allora cinque cose che ho imparato durante questi mesi di lavoro.

Fiorello Fabbri, 96 anni, partigiano / FOTO: SERENA GALLORINI

1. La narrazione della Resistenza è piena di interessanti "grigi"

La storia non è fatta di eroi perfetti e cattivi da cartolina. Questo è stato uno dei primi insegnamenti che mi ha trasmesso Enrico durante la lavorazione del podcast: se vogliamo davvero raccontare al meglio un periodo storico, dobbiamo accettare e anzi cercare i “grigi”, le sfumature, i dubbi. La realtà non si divide mai nettamente in bianco e nero.

Italo Calvino e Beppe Fenoglio — che la Resistenza l’hanno vissuta e raccontata con una lucidità dolorosa — ci hanno lasciato pagine bellissime proprio per questo: perché non si sono tirati indietro davanti alla complessità. Le loro opere sono piene di scelte laceranti, esitazioni, errori, ma anche di gesti di coraggio nati dalla paura, di fraternità tra sconosciuti, di senso di giustizia costruito giorno dopo giorno, spesso in condizioni impossibili.

Raccontare questi aspetti non significa “sminuire” il valore della lotta partigiana, ma al contrario renderla più vera, più umana, e quindi più potente. Nei mesi di lavoro al podcast ci siamo imbattuti in storie che sfuggono a ogni semplificazione: partigiani che non erano “tutti giovani e belli”, come gli eroi di Guccini, ma uomini e donne spesso segnati dalla fatica, dalla rabbia, dal dubbio. Persone normali, non santi, che hanno scelto — e a volte pure sbagliato — in condizioni estreme.

La Resistenza non è stata un blocco monolitico, e questo non la rende meno nobile. La rende autentica. E ci costringe a confrontarci con una domanda ancora attuale: cosa saremmo disposti a fare, noi, al loro posto?

E poi è interessante raccontare le varie forme di Resistenza: non solo quella armata degli uomini, ma anche il ruolo decisivo che ebbero le donne — che non possiamo più relegare nel racconto al ruolo di semplici staffette — e quello di tanti civili che aiutarono i partigiani in modi diversi e rischiosi. O dei soldati italiani che, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, scelsero di non arruolarsi nell’esercito tedesco, diventando disertori o internati militari. Anche queste sono scelte, anche queste sono forme di resistenza.


Vittoria Ottorina Magni, classe 1936. Nacque il 5 maggio, giorno dell’entrata delle truppe italiane ad Addis Abeba. Al padre fu imposto in comune di chiamarla Vittoria in onore della conquista. Lo fece, ma non la chiamò mai così. Lei e’ per tutti solo Ottorina Magni. // FOTO SERENA GALLORINI

2. “Eh, ma anche i partigiani però…”

Questa frase la si sente spesso. È quasi diventata un modo di dire, una scorciatoia argomentativa per ridimensionare, relativizzare, in alcuni casi perfino screditare l’intera esperienza della Resistenza. Ma dietro quella frase — “Eh, ma anche i partigiani però…” — c’è il rischio di scivolare in un pericoloso equilibrio tra carnefici e resistenti, tra chi ha scelto di servire un regime oppressivo e chi ha scelto di combatterlo.

Sì, ci sono stati errori, vendette. Nessuno lo nega, e anzi: è giusto e doveroso parlarne, studiarle, inserirle nel racconto e nel contesto storico. Ma un conto è il riconoscimento della complessità, un altro è il tentativo di neutralizzare la forza morale e politica della Resistenza equiparandola a ciò contro cui si è battuta. Perché le due parti non erano intercambiabili. Non lo erano nei valori, negli obiettivi, nelle ragioni.

I partigiani combattevano per la libertà, per la fine di una dittatura, per un’idea di futuro democratico. Le forze fasciste, anche nelle loro versioni “più umane” o “meno fanatiche”, combattevano per mantenere uno stato autoritario, alleato con il nazismo, fondato sulla repressione e sul terrore.

Capire la storia non vuol dire cercare la perfezione da una parte e il male assoluto dall’altra. Vuol dire saper distinguere le responsabilità, i contesti, le scelte. Ecco perché non basta dire “anche i partigiani però”: bisogna sempre chiedersi da che parte stavano, e perché.


Lina Michelacci, ha visto da bambina l’impiccagione dei 29 partigiani di Figline a Prato

3. La potenza delle microstorie

Una delle scoperte più forti di questo lavoro è stata la forza delle microstorie: racconti minimi, spesso dimenticati, che però sanno spalancare scenari più grandi, universali. Non è solo nei grandi nomi, nei comandanti, nei gesti eclatanti che si misura il valore della Resistenza. È anche — e forse soprattutto — nelle vite comuni, nei dettagli che rischiano di passare inosservati.

Durante le interviste ci è capitato spesso di imbatterci in questi frammenti: un bambino che ricorda la paura per un rastrellamento, una madre che nasconde un disertore sotto il letto, un contadino che passa informazioni ai partigiani. Storie piccole, che però aprono squarci profondi sulla realtà di quel tempo. Non servono effetti speciali: basta una pausa nella voce, uno sguardo che si abbassa, la voce che si spezza, una parola detta sottovoce dopo ottant’anni. E ascoltando quell'arcobaleno di colori, capisci tutto.

Le microstorie ci aiutano a restituire umanità agli eventi. Fanno da ponte tra la Storia con la S maiuscola e la vita delle persone, tra il passato e chi ascolta oggi. Perché quando senti che “potresti essere tu”, che quella scelta l’avresti potuta fare anche tu — o non fare — allora la memoria smette di essere qualcosa da studiare e diventa qualcosa con cui fare i conti.

È proprio questo, credo, il valore più profondo del racconto orale: non spiegare il passato, ma metterti nelle sue mani. Farti sentire quanto fosse fragile e urgente ogni singola decisione.


Mauro Bianchi, classe 1938. Aveva 6 anni, ma si ricorda tutto.

4. Non esistono i “mostri”

Una delle convinzioni più dure da scardinare, anche oggi, è che le stragi naziste e fasciste (perché tantissime furono compiute da mano fascista) siano state opera di “mostri”. Uomini fuori dalla norma, guidati da una follia cieca, disumana. Ma questa idea, per quanto rassicurante, è fuorviante. Perché se le attribuiamo alla follia, allora le stragi diventano eventi inevitabili, incontrollabili. E soprattutto, non responsabilizzano nessuno.

La verità è molto più inquietante: quelle violenze non furono frutto della pazzia, ma di ordini precisi, di una logica militare e politica ben definita. L’eccidio come rappresaglia sistematica, come strumento di controllo del territorio, come messaggio di terrore. Gli ufficiali tedeschi e i loro collaboratori italiani sapevano perfettamente cosa stavano facendo, a chi lo stavano facendo e perché.

In diverse testimonianze raccolte, ricorre un dettaglio che colpisce nel profondo: un organetto che suonava prima o subito dopo una strage. Un motivo allegro, stonato dal contesto, che accompagnava l’arrivo o la partenza delle truppe. Succede a Vallucciole o a Marzabotto, per esempio. Succede anche altrove. Quella musica è forse la cosa più agghiacciante: perché rivela che tutto stava dentro una normalità apparente, in una routine, in un metodo. Non c’era furia. Non c’era demenza. C’era ordine.

Capire che quelle azioni furono umane — e proprio per questo profondamente pericolose - frutto di una cultura, di un sistema di potere, di un'adesione al fascismo e al nazismo è l’unico modo per tenere alta la guardia oggi. Perché se immaginiamo il male solo con il volto della follia, finiamo per non riconoscerlo quando si presenta in giacca, cravatta e con una bandiera in mano.


Ugo Giagnoni, 100 anni, Partigiano // FOTO SERENA GALLORINI

5. La memoria, di natura, si perde

Una delle consapevolezze più forti maturate durante questo lavoro è che la memoria è fragile. E destinata, inevitabilmente, a indebolirsi. Non per colpa, non per disinteresse, ma per natura: le persone se ne vanno, i ricordi si sbiadiscono, le parole si fanno più incerte. Eppure, è proprio in questa fragilità che nasce il senso profondo del trasmettere.

Il momento che più ha rappresentato tutto questo lo si può ascoltare nel finale del podcast, durante l’intervista al partigiano Ugo Giagnoni, che oggi ha cento anni. Della guerra, Ugo si ricorda poco. Le immagini sono sfocate, i nomi si confondono. E mentre gli porgevamo qualche domanda, è accaduto qualcosa che nessuno aveva previsto: suo figlio, sua figlia e la nipote, seduti accanto a lui, hanno iniziato a raccontare quello che lui aveva raccontato a loro — quando la memoria era ancora limpida, viva, precisa.

È stato un passaggio di testimone in diretta. Una scena semplice e potentissima: le parole che cambiano voce per non perdersi, che si riformano dentro chi le ha ricevute e le custodisce. In quel momento abbiamo capito che la memoria individuale può anche vacillare, ma quella collettiva può — e deve — restare salda.

Il ricordo non è solo nella testa di chi c’era, ma nelle mani e nella voce di chi decide di raccoglierlo e portarlo avanti. E questo, oggi, riguarda tutte e tutti noi.


I bellissimi ritratti che avete visto sono stati realizzati dalla fotografa Serena Gallorini che ha creato un progetto parallelo al podcast all’interno del quale ha immortalato gli uomini e le donne che abbiamo intervistato.

Se ti interessa il nostro lavoro, ti invito ad ascoltare il podcast RIBELLI su tutte le principali piattaforme di streaming. Clicca su Spotify (Öffnet in neuem Fenster), Spreaker (Öffnet in neuem Fenster), o cercalo la tua piattaforma preferita per ascoltarlo.

Se vivi a Prato o in zona, abbiamo organizzato per mercoledì 16 aprile una piccola presentazione (Öffnet in neuem Fenster) (ne seguiranno altre sicuramente).


RIBELLI - La Resistenza, l’Eccidio, la Liberazione di Prato

Un podcast di Lorenzo Tempestini e Enrico Iozzelli
Prodotto dal Museo della Deportazione e Resistenza di Prato

Musiche: Tommaso Rosati
Montaggio: Tommaso Rosati e Lorenzo Tempestini
Con la partecipazione di: Riccardo Goretti e Giulia Aiazzi
Immagine Grafica: Samuele Recchia
Foto: Serena Gallorini

Realizzato con il contributo di:

Regione Toscana / Comune di Prato / Associazione 6 Settembre / Arci Prato

In collaborazione con:

Anpi Prato / Fondazione CDSE / Comitato 25 Aprile / Aned Prato

5 link sull’argomento

  1. Un post (Öffnet in neuem Fenster) di Paolo Nori

State bene
17. Cappotti e antifascismo
L’altro giorno, da Gramellini, mi hanno chiesto di dire cosa pensavo della parola Antifascista, a me è venuto da dire che, quando ero piccolo la parola antifascista io la sentivo dire prevalentemente dai politici, che si dichiaravano tutti antifascisti, era una parola gonfia di retorica…
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  1. Un articolo di Annalisa Camilli su Internazionale (Öffnet in neuem Fenster) dedicato al ruolo delle donne nella Resistenza

  2. I GAP di Roma e l'attentato di Via Rasella la lezione di Alessandro Barbero (Öffnet in neuem Fenster) più bella di tutte (c’è anche in versione solo audio (Öffnet in neuem Fenster))

  3. Il 25 aprile di mio nonno, gerarca: Lorenzo Pavolini per Il Post (Öffnet in neuem Fenster)

  4. L’audiolibro de “Il sentiero dei nidi di ragno” (Öffnet in neuem Fenster)di Italo Calvino, gratis su Raiplaysound

Una canzone che ascoltavo mentre scrivevo queste righe

https://www.youtube.com/watch?v=_TvxFUDiv0o (Öffnet in neuem Fenster)
Kategorie Cultura

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