Un mese e mezzo al voto, candidati ancora da definire e una campagna che rischia di essere breve (soprattutto sui contenuti)

Facciamo un passo indietro. Alle ultime elezioni comunali di Prato, nel 2024, i tempi furono questi: il centrodestra arrivò relativamente presto, con la candidatura di Gianni Cenni definita a febbraio. Il centrosinistra più tardi. Il nome di Ilaria Bugetti emerse solo a metà marzo, dopo settimane di discussioni interne, rinvii e difficoltà nel trovare una sintesi.
Si votava a giugno.
Quella sequenza fu raccontata anche come un problema politico: una candidatura arrivata tardi, dopo un confronto lungo ma poco visibile sui contenuti e molto centrato sugli equilibri interni. A distanza di un anno (che pare lontanissimo), quel passaggio serve per capire cosa sta succedendo oggi.
Oggi a Prato manca circa un mese e mezzo al voto. Siamo chiamati a votare il 24 e il 25 maggio. E, di fatto, le principali coalizioni non hanno ancora definito i propri candidati sindaco.
Nel centrosinistra, il nome di Matteo Biffoni continua a essere quello più citato, ma non è ancora ufficiale e attorno alla sua possibile candidatura si registrano resistenze. Non tanto, almeno pubblicamente, su una linea politica alternativa, quanto sugli equilibri che ne deriverebbero: chi entrerebbe in giunta, con quali pesi, con quali spazi.
Nel campo più largo, che dovrebbe includere altre forze oltre al Partito Democratico, resta poco chiaro se e come si troverà una sintesi. Negli anni scorsi il tema del rapporto con il Movimento 5 Stelle (mai molto simpatico alle politiche di Biffoni sindaco) è stato centrale anche a Prato, e non è detto che sia stato realmente risolto.
Dall’altra parte, anche il centrodestra non ha ancora sciolto il nodo della candidatura, almeno in modo definitivo e formalizzato. Ma forse nemmeno in maniera informale.
È un segnale politico, non tecnico. Perché è su questi due piani che si organizza una campagna elettorale: politico e tecnico.
Come nasce una candidatura

Facciamo che giochiamo ad essere ingenui, ok? In teoria, una candidatura dovrebbe arrivare alla fine di un percorso (più o meno lungo): prima si discutono le priorità per la città, poi si costruisce una coalizione coerente, infine si sceglie la persona che meglio la rappresenta.
E questo è il Fantabosco della Melevisione con Tonio Cartonio che si candida sindaco contro il cattivo Lupo Lucio. Nella pratica, spesso succede il contrario.
Si parte da chi tiene insieme di più. Da chi crea meno conflitti. Da chi ha più possibilità di vincere o la possibilità di perdere “meglio”. E attorno a quel nome si costruisce il resto.
Il caso di Biffoni, nonostante sia il nome più forte, è un esempio abbastanza chiaro di questo meccanismo: la discussione non sembra ruotare attorno a cosa dovrebbe fare un’eventuale nuova amministrazione, ma attorno a quale equilibrio politico quella candidatura riesce a garantire. Chi entra in giunta e chi nelle liste. È una dinamica che non riguarda solo Prato o le amministrative. Ma a livello locale è sicuramente più visibile.
In tutto questo, il programma resta sullo sfondo. Riprendendo ad esempio la candidatura di Biffoni: a oggi non è chiaro se le forze che dovrebbero comporre la coalizione di centrosinistra abbiano una posizione comune su temi centrali per la città e quali siano. Non è chiaro se ci sia una linea condivisa su questioni che negli ultimi anni sono state molto discusse, come l’urbanistica o la gestione di alcuni passaggi amministrativi.
Se Biffoni proseguirà il programma che aveva fatto eleggere Ilaria Bugetti o se prenderà in considerazione il documento prodotto da “Rigenerazione” (Öffnet in neuem Fenster), il percorso partecipativo dello scorso gennaio all’interno del Partito Democratico.
Non sono chiare diverse cose, insomma.
A rendere il quadro ancora più particolare c’è anche quello che succede dall’altra parte. Il centrodestra, che in teoria avrebbe avuto tutto il tempo per preparare la campagna elettorale, se non dal giorno dopo il commissariamento, almeno dopo le elezioni regionali, non ha ancora sciolto il nodo della candidatura, che sembra annodarsi di più ogni giorno che passa. E non sembra nemmeno aver costruito, almeno finora, un’alternativa: a questo punto si potrebbe pure pensare per una precisa scelta strategica.
Negli ultimi mesi sono circolati diversi nomi, senza mai arrivare a una sintesi. L’ultimo caso è quello del magistrato Antonio Sangermano, indicato da Fratelli d’Italia come possibile candidato e poi intervenuto direttamente per smentire. Lo ha fatto con una lunga nota, non limitandosi a un rifiuto formale ma spiegando anche il quadro di valori e convinzioni che guidano la sua scelta: l’idea che il proprio ruolo pubblico vada portato fino in fondo, il richiamo a legalità, responsabilità e coerenza tra incarichi e comportamenti, e una visione molto esigente del rapporto tra diritti e doveri.
Sangermano parla di Prato come di una città che ha bisogno di “onestà e competenza, rigore morale e legalità”, richiama la sua esperienza sul cosiddetto “Sistema Prato” e insiste sul fatto che la politica dovrebbe indicare soluzioni concrete e offrire una prospettiva alle nuove generazioni. Ma proprio per questo, spiega, non intende trasformare queste convinzioni in una candidatura: “ringrazio ma continuo a svolgere il mio lavoro”.
È un passaggio interessante, perché mostra anche un’altra cosa: la difficoltà del centrodestra non è solo trovare un nome, ma trovare qualcuno disposto a entrare davvero in partita, dentro un quadro ancora poco definito.
E così, a poche settimane dal voto, la sensazione è che la competizione non sia ancora iniziata davvero. O almeno non per tutti.
Al momento gli unici due candidati sono Enrico Zanieri per Unione Popolare (sintesi dei partiti a sinistra del campo largo: Rifondazione Comunista, Potere al Popolo e Partito Comunista) e Mario Adinolfi per il Popolo della Famiglia.
Il piano organizzativo (che non può aspettare)

Nel frattempo, però, c’è un altro livello che va avanti comunque. Ed è quello che, alla fine, decide chi può stare davvero sulla scheda elettorale.
Per candidarsi a Prato non basta avere un nome. Serve costruire una macchina elettorale.
Ogni candidato sindaco deve essere collegato ad almeno una lista di candidati al consiglio comunale. E ogni lista, per un comune delle dimensioni di Prato, deve rispettare parametri molto precisi: il numero dei candidati e candidate deve stare dentro un intervallo stabilito dalla legge. Nel caso di Prato, si va da un minimo di 21 a un massimo di 32 candidati per lista, perché 32 sono i consiglieri e le consigliere comunali da eleggere.
Si tratta anche di una questione di composizione. Le liste devono rispettare l’equilibrio di genere: nessuno dei due sessi può superare i due terzi dei candidati. Se questa soglia non viene rispettata, la lista può essere corretta d’ufficio, cancellando gli ultimi nomi, e nei casi peggiori anche esclusa se scende sotto il numero minimo.
Poi c’è il tema delle firme, che è uno dei passaggi più delicati. Ogni lista deve essere sostenuta da un numero di sottoscrizioni raccolte tra gli elettori del comune. Per Prato, il numero richiesto è compreso tra 200 e 400 firme per lista. Non basta raccoglierle: devono essere autenticate correttamente e accompagnate dai certificati elettorali dei firmatari.
È un lavoro che richiede tempo, organizzazione e presenza sul territorio. E che spesso dice molto della solidità reale di una candidatura: perché mettere insieme una lista completa e raccogliere centinaia di firme non è un passaggio automatico.
A tutto questo si aggiunge la documentazione: ogni candidato deve firmare l’accettazione della candidatura, dichiarare di non essere incandidabile o ineleggibile, e presentare i certificati richiesti. Le liste devono avere un simbolo, un nome, e, nei comuni sopra i 50 mila abitanti come Prato, anche un programma amministrativo già depositato.
Tutto questo deve essere pronto entro una scadenza molto rigida. Per le elezioni del 24 e 25 maggio, a Prato le candidature e le liste devono essere presentate tra sabato 25 e domenica 26 aprile. Da quel momento in poi non si cambia più niente.
Ed è qui che il ritardo politico diventa un problema concreto.
Una campagna che parte al contrario
Messa così, la campagna elettorale a Prato sembra partire al contrario.
Non perché gli equilibri interni non contino, contano sempre, ma perché arrivano prima di tutto il resto. Prima delle idee, prima del programma, prima ancora di una discussione riconoscibile sulla città.
In teoria dovrebbe essere il contrario: prima si capisce cosa si vuole fare, poi si costruisce una coalizione coerente, e infine si sceglie chi la rappresenta.
Qui invece il percorso si rovescia. E il risultato è che questa rischia di essere la campagna elettorale più breve di sempre, almeno per chi guarda da fuori.
Meno tempo per discutere idee, meno tempo per capire le posizioni, meno tempo per orientarsi.
E quando si capisce meno, a soffrirne è anche la qualità della democrazia.
L’appuntamento della settimana: Riciclao

Fino a lunedì 6 aprile torna Riciclao, la raccolta solidale porta a porta che coinvolge Prato e i comuni vicini. I volontari passano casa per casa o nei punti di raccolta per ritirare oggetti usati in buono stato: vestiti, libri, biciclette, piccoli arredi.
Tutto viene poi selezionato e rimesso in circolo al mercatino del riuso al PrismaLab, in via Pistoiese, aperto fino al 6 aprile. L’iniziativa, organizzata dall’Operazione Mato Grosso, tiene insieme solidarietà e riuso: il ricavato sostiene le missioni in Perù.
La programmazione dei film al cinema: Terminale (Öffnet in neuem Fenster), Eden (Öffnet in neuem Fenster), Pecci (Öffnet in neuem Fenster), Garibaldi (Öffnet in neuem Fenster).
Un po’ di nuovi episodi dei nostri podcast
Fine settimana lungo all’orizzonte, ecco un paio di episodi che sono usciti questa settimana.
La nuova puntata del podcast “L’Incontrario” (su Spotify e tutte le principali piattaforme di streaming). Si intitola “Io voglio rinascere squalo”: una chiaccherata con uno sconosciuto in cui si parla di mare, nuoto, morte, rinascita.
La Bocciofila di Buzz Prato con ospite il rapper Giovane Veltro (su Youtube e Spotify). L’avete già visto il documentario sul muretto di Prato (Öffnet in neuem Fenster)?
Una canzone che ho ascoltato mentre scrivevo
“Desde que o samba é samba” di Caetano Veloso. Sapete, e se non lo sapete lo scoprite ora, che torno ciclicamente alla musica brasiliana. Questa settimana in particolare: lunedì vado a sentire Gilberto Gil a Roma (con rientro in nottata e incertezza sulla rassegna stampa del martedì mattina). L’ultima volta è stato nel 2016, nello stesso posto (l’auditorium Parco della Musica), insieme a Caetano Veloso: solo due chitarre, quattro mani, due voci. Un concerto di un’intensità rara.
A un certo punto suonarono questa canzone, la stessa versione che vi ripropongo (c’è anche un disco live bellissimo). Questo è un brano senza tempo: sembra esistere da sempre, semplice, circolare, senza effetti. “Cantando eu mando a tristeza embora” (“Cantando mando via la tristezza”): un samba come lingua naturale per dire le sue cose fondamentali, l’amore, la malinconia, il continuare a vivere nonostante tutto.
https://www.youtube.com/watch?v=OJVPv41b73c (Öffnet in neuem Fenster)La trovate pure nella playlist su Spotify (Öffnet in neuem Fenster)