
Se venerdì 13 maggio (un giorno che per i superstiziosi è già un programma) siete passati davanti a un negozio di dischi e avete visto quel nome, Marlene Kuntz, avrete pensato a qualche stramba diva del cinema muto o all'ennesimo gruppo di rock demenziale con un nome troppo lungo. E invece no. Questi tre arrivano da Cuneo – che per carità, è una bellissima città, ma non esattamente la capitale mondiale del rock alternativo – e hanno appena dato alla luce Catartica, il primo vagito ufficiale del neonato Consorzio Produttori Indipendenti.
Mentre il mondo ancora piange Kurt Cobain e cerca di capire cosa resterà del grunge, questi piemontesi imbracciano le chitarre per parlarci di "feste del cazzo" e di "fare attenzione al cranio". Cristiano Godano, il bardo del gruppo, ha una scrittura che definire verbosa è un complimento. Barocca, strabordante, a tratti quasi cacofonica, ma maleficamente poetica, ti accompagna per mano direttamente nel centro di una tempesta di distorsioni.
L'album si apre con la furia di "M.K." e il ritmo arrembante e serrato di "Festa mesta". Ma è alla traccia numero tre (il numero della creatività, guarda caso) che succede qualcosa. "Sonica" dichiara il principio estetico dei Marlene Kuntz, con le chitarre di Godano e Riccardo Tesio che si rincorrono e si intrecciano come se volessero scorticare le pareti dello Studio Sonica, dove Gianni Maroccolo (uno che di bassi e di storia del rock ne capisce qualcosa) ha supervisionato tutto lasciando alla band una libertà d'azione quasi pericolosa.

Ma non fatevi ingannare dalle onde d’urto. Sotto la coltre del rumore batte un cuore melodico che getta un ponte ideale tra il noise-rock americano e la sensibilità lirica italiana . "Nuotando nell'aria" è un classico istantaneo. Una chitarra sospesa nel vuoto e quel testo sull'assenza che ti fa venire i brividi anche a primavera inoltrata.
E poi c'è "Lieve", una ballata malinconica e dolce che si discosta nettamente dal noise rock del resto dell'album. La sua presenza si deve all'insistenza di Maroccolo, che ha convinto i MK, inizialmente incerti sull'inserire un pezzo così delicato in un lavoro tanto irruento. A quanto pare questa canzone è piaciuta così tanto a Giovanni Lindo Ferretti, che l’ha ascoltata durante una sua recente convalescenza in ospedale, da fargli decidere di contattare la band per offrire qualche utile correzione e indirizzare il loro lavoro. E se il Gran Sacerdote del rock italiano approva, chi siamo noi per dissentire?
Certo, qualcuno dirà che sembrano i "Sonic Youth italiani". Forse. Ma c'è una disperazione rurale e una cura per la parola che a Seattle si sognano.
Insomma, Catartica è un disco di una bellezza spigolosa e irripetibile. Dura quasi un'ora, richiede fatica, ma è la fatica buona di chi sta scavando un buco nel muro della banalità. Se questo è il primo catalogo del CPI, ragazzi, ci sarà da divertirsi. O da soffrire moltissimo. Probabilmente entrambe le cose.
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