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Mani svolazzanti

Di panchine alla Trappa (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre) ne abbiamo autocostruite tre - per il momento - con i laboratori residenziali Ri-Creazioni, per ragazze e ragazzi dagli 11 ai 14 anni.

Panchina con sullo sfondo Giuseppe che esce dalla Trappa
Una delle due panchine costruite nelle Ri/Creazioni del 2025

Li organizziamo come abitanti, stabili e temporanei, del fu monastero della Valle Elvo, raggiungibile a piedi dal paese di Sordevolo in una quarantina di minuti o dal Tracciolino, la strada panoramica che porta da Andrate a Oropa, in 10 minuti.

Di laboratorio residenziale ne abbiamo inventato anche un altro e lo abbiamo chiamato Risalire la storia. Vi affrontiamo temi quali il ripopolamento, le comunità, la conversione ecologica, le resistenze e le eresie in montagna. Lo facciamo affiancando attività pratiche, riflessioni, vita comunitaria e cura di sé.

Addirittura ci siamo posti l’obiettivo di riscrivere una regola della Trappa. Le regole nelle comunità monastiche sono le norme che i monaci si danno come indirizzo della vita comunitaria.

E’ un gioco, per noi. Di certo non assumeremo come nostra norma l’obbedienza. Il silenzio, invece, potrebbe essere più gradito. Il lavoro è elemento costituivo; inteso nella sua accezione più ampia, che comprende sia il lavoro volontario che quello salariato e, in fondo, anche il complementare ozio.

Alla prima edizione hanno partecipato due ragazze mediorientali. Le chiamiamo, visti i tempi difficili in Oriente e in Occidente, Z. e M.

M. ha imparato il significato di molti dei segni che facciamo con le mani noi italiani mentre parliamo, o al posto di parlare e li riproduce con ironica gestualità.

Non ci facciamo neanche più caso a quanto abusiamo con questo linguaggio, ma il nostro carattere nazionale è riconosciuto nel mondo anche per i gesti; tanto per rimanere in tema di Talking hands.

Di mani che si muovono e diventano segni che ci parlano ce ne sono anche nella storia dell’arte. E sono testimonianze anche importanti.

Nei mosaici di Sant’Apollinare nuovo a Ravenna, ad esempio, vi sono delle “mani svolazzanti” che testimoniano una epurazione di 14 secoli fa.

“Rammento di aver veduto a Ravenna i segni d’una epurazione di quattordici secoli fa. Teodorico, goto e ariano, aveva ordinata l’esecuzione di mosaici in Sant’Apollinare Nuovo. Una trentina d’anni più tardi Giustiniano cattolico riconsacrava la chiesa a san Martino di Tours «martello degli eretici», e faceva cancellare le immagini di Teodorico e della sua corte effigiate nell’atto di uscire dal Palatium. Sostituendovi tendaggi ed elementi architettonici i mosaicisti dell'arcivescovo Agnello dimenticarono alcune tracce delle figure. La «condanna della memoria» ha lasciato contro le colonne qualche mano appesa a mezz’aria come quelle che si vedono svolazzare nelle sedute spiritiche.”

Italiano: Basilica di Sant'Apollinare Nuovo a Ravenna: "Il palazzo di Teodorico". Mosaico di scuola ravennate italo-bizantina, completato entro il 526 d.C. dal cosiddetto "maestro di Sant'Apollinare". Dopo la sconfitta del re goto Teodorico, i mosaici murali del suo palazzo e questi della cattedrale furono rifatti dai bizantini per cancellare ogni traccia dei precedenti dominatori. I dignitari Goti di questo mosaico furono frettolosamente rimpiazzati da tende, probabilmente per mancanza di tempo. Rimangono diverse tracce del mosaico precedente: per esempio un pezzo di un braccio sulla terza colonna da sinistra. (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)
Georges Jansoone, Public domain, via Wikimedia Commons

Scrisse così Franco Fortini nel suo libro “Verifica dei poteri” del 1965; sempre Fortini ci raccontò anche di altre mani svolazzanti della storia in uno degli incontri a Milano, in Via Forze Armate, a casa di Andrea detto, da me, “il profeta”.

Così lo chiamavo all’epoca.

Era Andrea della Commissione Creativa della Pantera della Università Statale di Milano. Allora ero iscritto a Storia in quella Università e ci conoscemmo là dove c’erano i primi movimenti contro le privatizzazioni.

Il nome di quella mobilitazione era “Pantera” ed era ripreso da una leggenda metropolitana (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre) che si era diffusa in quel periodo, ovvero tra la fine degli’80 e i primi ‘90. Narrava di una pantera, appunto, scappata dal circo e che si poteva vedere aggirare per le città.

La Commissione Creativa fu un gruppo che andò avanti oltre il breve periodo di mobilitazione del movimento e di cui conservo tuttora molte amicizie e contatti.

La durata di queste relazioni sono frutto della conduzione di Andrea: cambio di linguaggio, attenzione alle persone, inclusività sono alcune delle caratteristiche che portò “il profeta” nella Commissione Creativa.

Mi avvicinai a quel gruppo con Lorenzo, caro amico bocconiano, esattamente allora iscritto a Discipline economico sociali, ma in cerca di narrazioni alternative e, naturalmente, di femmine.

Spettacolo della Commissione Creativa nell'atrio della Statale di Milano 1991
Foto di Marco Fontana, Ettore e Lorenzo, 1991

Il declino dell’Occidente era già iniziato, forse non ce ne rendevamo conto, ma bastava collegare i fatti. Dopo la riforma Ruberti che iniziò la privatizzazione delle Università, venne la Guerra del Golfo. La questione in gioco era il petrolio. Saddam Hussein, allora dittatore dell’Irak, ruppe le fila e la sudditanza agli USA, invase il Kuwait. Si formò una coalizione per ristabilire il diritto internazionale – per l’Irak sì, ma Israele continuava già da tempo a violare le risoluzioni dell’ONU in Palestina e nessun Cocciolone pilotò aerei militari per fermarli, che mi risulti.

Forse non tutti sanno chi è Maurizio Cocciolone. Navigatore su un cacciabombardiere italiano, colpito dalla contraerea, venne catturato dagli iracheni insieme al pilota Gianmarco Bellini il 16 gennaio del 1991. L’Italia non era ancora formalmente in guerra. Pochi giorni dopo il prigioniero Cocciolone venne mostrato in mondovisione quale trofeo di guerra iracheno

Per noi, cresciuti con la convinzione che niente giustifica una guerra, la partecipazione dell’Italia al conflitto armato fu un passaggio sconvolgente. Lo furono ancora di più le dirette TV della guerra, con le luci delle traiettorie dei razzi e i commenti inascoltabili di Emilio Fede e Giuliano Ferrara.

Insomma un disastro sotto tutti i fronti.

Con Andrea organizzammo un’assemblea in Statale. Facemmo delle locandine, credo degli A3, forse due A3 giustapposti. Avevo fotocopiato un vecchio manifesto in cui un pugno stringeva una copia del Corriere della Sera e su tutto si stagliava la domanda: Quale pace?

Portai Andrea ad attacchinare in giro per Milano con colla da parati e pennello – credo fosse la sua prima volta.

Risultato: l’aula era pienissima.

Non ricordo chi fossero i relatori ma Andrea aveva portato anche Franco Fortini. Nato a Firenze nel 1917, collaborò con Il Politecnico di Vittorini, tradusse Brecht, lavorò all’Olivetti, divenne insegnante, editorialista per il Corriere della Sera insomma un vero intellettuale.

(S'ouvre dans une nouvelle fenêtre)
Franco Fortini (1917-1994), Autore: Cesare Viviani

Nonostante l’insistenza di Andrea non volle essere tra gli invitati ufficiali. Prese però a un certo punto la parola e ci disse che se volevamo capire come si era arrivati alla deriva di cui ci accorgevamo solo in quel momento, dovevamo studiare e scoprire cosa era successo nei cinquanta anni precedenti. Ci diede anche la sua disponibilità a raccontarci le sue esperienze, ma a un gruppo di non più di 25 persone.

Così cominciammo, nel lontano 1991, gli incontri nella casa di via Forze Armate con Franco Fortini e anche con, da lui invitati, Edoarda Masi e Sergio Bologna.

Non è questo il luogo dove raccontare quegli incontri, li narrammo a Cesare Bermani, per la rivista il De Martino, alla morte di Fortini nel 1994. Se volete cercate negli archivi (S'ouvre dans une nouvelle fenêtre).

Invece ci interessa la questione delle mani di Radek. Fortini ci raccontò che aveva visionato una pellicola di un intervento di Lenin ad un congresso della Terza Internazionale. C’erano tre italiani e Karl Radek. Leader dell’Internazionale comunista, poi divenne inviso a Stalin che lo perseguitò e lo recluse fino alla sua morte.

Una delle cose che Stalin ebbe cura di fare fu quella di cancellare dalle immagini coloro che aveva epurato, un modo per riscrivere la storia proprio come Giustiniano 14 secoli prima. Come allora, però, non sempre il lavoro veniva eseguito a dovere e in quei fotogrammi furono cancellati i tre italiani e il corpo e la faccia di Radek. Le sue mani rimasero sulla pellicola, agitandosi di fianco a quelle di Lenin.

Se è vero che nella società contemporanea il vero e il falso si mescolano fino a non distinguersi, come sostiene ne “La società dello spettacolo” Guy Debord, le mani svolazzanti di Radek forse ci insegnano che è dai particolari che possiamo arrivare alle verità e, che sia per distrazione o per volontà, spesso i dettagli vengono dimenticati dagli esecutori.

Stalin, invece, restò, a suo modo, nei canoni della regola benedettina la quale prevede, come extrema ratio contro gli ostinati, dopo aver provato a correggerli attraverso la preghiera, che “l'abate, metta mano al ferro del chirurgo, secondo quanto dice l'apostolo: Togliete di mezzo a voi quel malvagio”. Stalin, se mai ne venne a conoscenza, la interpretò in senso letterale.

Come dire che l’ortodossia, di qualunque fede o ideologia, riprende sempre le cose peggiori della storia che la precede.

Sujet Talking hands

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