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145. Le agenzie ippiche (stare male settimo episodio)

Parlo spesso della Russia, nelle cose che scrivo, e per anni ho avuto l’impressione di parlare di cose esotiche, lontane, che non interessavano a tutti; dopo, nel 2022, improvvisamente la Russia è diventato un argomento d’attualità e è stato strano.

Questa settimana, non so perché, mi è venuto in mente di leggere, per Stare male, una cosa del 2002 che si intitola Le agenzie ippiche e che parla di quando ero in Russia nel 1993 e c’è stata una specie di rivoluzione e, ho cominciato a leggerlo, ho avuto ancora quella vecchia impressione di parlare di una cosa esotica che non interessa a nessuno. È un po’ lungo, si intitola Le agenzie ippiche, l’ho pubblicato per la prima volta in Pubblici discorsi e poi è finito dentro qualche romanzo, per registrarlo uso un microfono nuovo se mi fate sapere se si sente bene o male vi sono grato.

Le agenzie ippiche, discorso sulle biblioteche pronunciato a Imola in un mese e un giorno imprecisati del 2002 in occasione del convegno La biblioteca e l’immaginario.

Una volta, nel dicembre del novantatré, ero nella biblioteca Lenin di Mosca, stavo facendo la tesi, non ne potevo più, volevo leggere qualcosa che mi facesse dimenticare che ero a Mosca, che ero in biblioteca, che dovevo scriver la tesi e che era il dicembre del novantatré, mi ero messo a leggere un libro che con la mia tesi c’entrava pochissimo, me l’aveva consigliato la mia insegnante di russo, era un romanzo di un filosofo russo che viveva in Inghilterra, Filosofia di un vicolo, si intitolava.

Un’altra volta, nel dicembre del duemila, ero alla Feltrinelli di Parma a presentare un romanzo che si intitolava Spinoza, non ne potevo più, volevo dimenticarmi che avevo scritto un romanzo, che lo avevo pubblicato, che dovevo presentarlo, che era uscita una critica su un importante inserto di un importante quotidiano nazionale e che questa critica diceva che io ero un grande appassionato di Spinoza e che la filosofia del pensatore olandese pervadeva tutto il romanzo.

In quel romanzo lì, al protagonista un suo amico gli consigliava di leggere le opere del filosofo olandese Baruch Spinoza; il protagonista andava in biblioteca, prendeva un’opera, L’etica dimostrata secondo l’ordine geometrico, l’apriva, Parte prima, leggeva, Dio, la richiudeva, tornavfa in biblioteca, restituiva L’etica dimostrata secondo l’ordine geometrico poi però questo nome Spinoza gli rimaneva dentro le orecchie andava avanti tutto il romanzo a citare Spinoza.

La vita è fatta a scale c’è chi scende c’è chi sale, come dice Spinoza, diceva il protagonista; La donna è come la castagna bella di fuori dentro ha la magagna, diceva il protagonista, come dice Spinoza; Con l’arte e con l’inganno si vive mezzo anno, con l’inganno e con l’arte si vive l’altra parte, come dice Spinoza, diceva il protagonista.

Allora quando era uscita la critica, immaginare che qualcuno aveva potuto immaginare che Spinoza aveva scritto davvero La donna è come la castagna bella di fuori dentro ha la magagna sarebbe stato anche bello, solo che a me era del tutto passata la fase dell’esaltazione ero nel pieno della fase della sensazione e poi lì, alla libreria Feltrinelli, quando la prima domanda mi avevano chiesto se io intendevo Dio come Spinoza intendeva il suo Dio, io ero stato costretto a spiegare come stavan le cose a dire che se qualcuno aveva letto il giornale e era venuto davvero per parlare con me del filosofo olandese Spinoza era meglio se andava via subito che io di Spinoza non avevo purtroppo niente da dire se non che il suo libro L’etica dimostrata secondo l’ordine geometrico cominciava così: Parte prima. Dio.

La casa sul Lungofiume

Che poi per fortuna, alla libreria Feltrinelli di Parma, qualcuno aveva fatto subito un’altra domanda per sciogliere l’imbarazzo che si era creato. Lei nei suoi libri parla spesso di biblioteche, che rapporto ha lei con le biblioteche? mi avevano chiesto, e io stavo per rispondere, qualcosa da dire ce l’avevo, sulle biblioteche ne sapevo sicuramente di più che su Spinoza, solo che prima che rispondessi mio fratello Emilio, che era tra il pubblico, Che domanda, aveva detto, per mio fratello le biblioteche sono come per me le agenzie ippiche.

Ecco. Adesso torniamo un momento in Russia nel novantatré.

Una volta, nel novantatré, abitavo in un appartamento all’estrema periferia di Mosca, un appartamento oltre che scomodo anche sporco con gli scarafaggi e con un frigo rumorosissimo che per potere dormire dopo tre giorni l’avevo staccato.

La mia insegnante di russo, quando aveva saputo dove abitavo Ma ti trovi bene, lassù? mi aveva chiesto. No perché, mi aveva detto, ci sarebbe una stanza in centro, vicino alla biblioteca, in un appartamento di una che conosco che fa l’architetto, è un palazzo famoso, ne ha parlato Trìfonov in un romanzo, La casa sul lungofiume, l’hai letto? mi aveva chiesto la mia insegnante di russo nel novantatré. No, tu l’hai letto? le avevo chiesto io. Per forza, l’ho letto, mi aveva detto lei, era proibito.

È stato l’anno che un pomeriggio in ottobre ha suonato il telefono, nel mio appartamento in periferia in ulica Belozërskaja, a me un po’ mi dispiaceva, venir via di lì, per via che stavo facendo la tesi avevo letto che per un certo periodo Chlebnikov e Livšic, o Chlebnikov e Kamenskij, o Livšic e Kamenski e Burljuk, adesso non mi ricordo, per via che avevo letto che loro per un certo periodo avevano abitato in ulica Belozërskaja, mi sembrava un po’ strano, che ulica Belozërskaja era una strada nuova a giudicar dai palazzi risaliva al massimo agli anni sessanta difatti poi ero andato a verificare, avevano abitato in ulica Belozërskaja a San Pietroburgo, non a Mosca, allora avevo accettato di trasferirmi nella casa sul lungofiume.

Pochi giorni prima del trasferimento, era un giorno che non ero andato in biblioteca, ci andavo tutti i giorni, in biblioteca, tranne quando accettavo l’invito di qualche russo che avevo conosciuto lì in biblioteca, Vieni a casa mia, mi diceva, che mangiamo due cetrioli, io andavo, il giorno dopo un cerchio alla testa, cominciavo a ragionare verso le tre o le quattro del pomeriggio e quel pomeriggio ero in casa che provavo a riprendermi con un pediluvio, mi avevan consigliato quando avevo il cerchio alla testa di fare un pediluvio bollente che scioglieva gli umori dentro la testa e cominciavo appena a star meglio a pensare che quel giorno avrei dovuto essere in biblioteca che avevo prenotato un libro di Uspenskij che magari riuscivo a capire se lui e Chlebnikov si potevano essere mai incontrati probabile, che avevano abitato tutti e due a San Pietroburgo, frequentavano tutti e due Il cane randagio, facevano tutti e due letture pubbliche, Chlebnikov meno, Chlebnikov dicono che fosse l’unico dei suoi sodàli, come si dice, di quelli che prima li chiamavano gilejani poi li han ribattezzati futuristy nonostante Chlebnikov che Chlebnikov futuristy era un calco da una lingua occidentale lui i calchi dalle lingue occidentali non li poteva sopportare aveva strologato questa parola budetljany voleva sostituirla a futuristy solo budetljany era una parola che aveva inventato lui che nessuno dei suoi sodàli capiva bene cosa voleva dire; Sì sì, Velimir, gli dicevano, adesso ci pensiamo, e poi avevan continuato per tutta la vita a farsi chiamar futuristy che futuristy era un nome che andava bene per il marketing Burljuk l’aveva capito ci ha costruito sopra la sua fortuna Chlebnikov lui il marketing non sapeva neanche cos’era, dicono che fosse l’unico del gruppo che era timidissimo che quando c’erano le letture pubbliche lui saliva sul palco, cominciava a leggere, leggeva tre versi poi diceva Eccetera eccetera, e andava via, stavo pensando che avrei potuto essere in biblioteca a risolvere questo problema di Chlenikov e di Uspenskij invece ero in casa a fare un altro pediluvio, Adesso basta, coi pediluvi, avevo pensato, e in quel momento era suonato il telefono, avevo risposto, era Emilio. Guarda che lì a Mosca c’è la rivoluzione, mi aveva detto. Come la rivoluzione? gli avevo chiesto, La rivoluzione, mi aveva detto lui, la città è in fiamme.

Aspetta un attimo, gli avevo detto a Emilio nel novantatré, e avevo posato la cornetta, avevo tirato fuori i piedi da dentro la bacinella, avevo infilato le ciabatte, avevo aperto il balcone, ero uscito, avevo guardato a destra, avevo guardato a sinistra, ero tornato al telefono, Guarda che ti sbagli, gli avevo detto a Emilio.

Sarà un po’ difficile, che mi sbaglio, mi aveva detto Emilio, c’è la casa bianca che ha preso fuoco, la fan vedere in tivù. Aspetta un attimo, gli avevo detto, e avevo posato la cornetta, avevo attaccato la spina della televisione, avevo acceso, ero tornato al telefono Aspetta eh, gli avevo detto, due minuti, tu come stai? Bene, mi aveva detto lui, e tu? Io così così, però meglio di stamattina. Perché, stamattina stavi male? No niente, gli avevo detto a Emilio, mi faceva male la testa non son neanche andato in biblioteca ma adesso sto già meglio domani ci vado aspetta che comincia a vedersi qualcosa, gli avevo detto a Emilio, aspetta al telefono, eh? e avevo posato la cornetta, mi ero avvicinato alla televisione, avevo guardato, c’era della gente inquadrata che parlavano, avevo alzato il volume, I bombardamenti continuano, dicevano.

Ero tornato al telefono Sai che forse hai ragione? gli avevo detto a Emilio. Lo so anch’io, che ho ragione, mi aveva detto Emilio. Ma te come va, a parte i mal di testa? Io va bene, gli avevo detto, dopodomani mi trasferisco. Dove ti trasferisci? In centro, vicino alla biblioteca. Guarda che in centro non fanno andare nessuno, l’ha detto il telegiornale.

Il giorno dopo, quando tutti i mezzi di comunicazione dell’Europa occidentale dicevano che nel centro di Mosca volavano i proiettili e che la città era a ferro e fuoco, io avevo provato lo stesso, a andare in biblioteca di fronte al Cremlino, che stare due giorni senza la biblioteca Lenin di Mosca a me, nell’ottobre del novantatré, sembrava un’enormità. Quel giorno lì dovevo anche ritirare un microfilm di un libro di Hinton, Hinton era un altro di cui avrei parlato nella mia tesi, uno che aveva vissuto a Londra fino al 1888 poi era sparito non si capiva la fine che aveva fatto era difficile, la mia tesi, parlava di gente che a un certo punto prendevano su andavano via senza lasciar detto dove erano andati, quando sarebbero tornati, c’era qualcuno, Jorge Luis Borges, che aveva perfino pensato che Hinton si fosse suicidato, invece poi dopo ho scoperto che non si era suicidato, era solo scappato era andato in Giappone, mi sembra, ma lasciamo perdere, quel giorno lì che i giornali occidentali le prime pagine dicevano che nel centro di Mosca volavano i proiettili la città era a ferro e fuoco, io ero arrivato alla biblioteca Lenin di fronte al Cremlino senza tanti problemi, ero solo dovuto scendere dal metrò alla stazione Majakovskaja e proseguire a piedi, che le stazioni centrali del metrò erano chiuse Per motivi tecnici, c’era scritto, e avevo fatto quei venti minuti a piedi dalla Majakovskaja alla biblioteca che ogni tanto si sentiva bombardare, Ha ragione Emilio, avevo pensato intanto che passavo di fronte al telegrafo centrale Chiuso per motivi tecnici, c’era scritto.

Magari per motivi tecnici è chiusa anche la biblioteca, avevo pensato, invece la biblioteca era aperta lavoravano tutti, i poliziotti, le bibliotecarie, le guardarobiere, le cuoche, le cameriere, le lavapiatti, io avevo consegnato il cappotto, avevo preso i miei libri, avevo letto, avevo pranzato, avevo fumato, avevo ritirato il mio microfilm, avevo riconsegnato i miei libri ero tornato a casa in ulica Belozërskaja prima a piedi poi in metrò poi in autobus io nell’ottobre del novantatré ero così preso dalla mia tesi, per me era così importante andare quasi tutti i giorni in biblioteca che facevo delle cose che raccontarle oggi in Italia uno può pensare che non ero mica tanto normale invece ero solo molto attaccato alla mia tesi ero in quella che i sufi chiamano la fase dell’esaltazione.

Che come dice Hazrat Inayat Khan nel suo La purificazione della mente, ci sono due modi di esperire la vita, un modo è la sensazione, l’altro è l’esaltazione, e l’esaltazione è quello che prova il mistico.

Non che io adesso mi voglio dar delle arie dire che in Russia nel novantatré ho fatto un’esperienza mistica, come dice Hazrat Inayat Khan Anche le creature inferiori come gli uccelli e le bestie, hanno dei barlumi di esaltazione, e se approfondiamo maggiormente questo argomento comprenderemo ciò che si legge in un verso meraviglioso della tradizione islamica: Ci sono dei momenti in cui perfino le rocce si esaltano e gli alberi vanno in estasi.

E io nell’ottobre del novantatré ero proprio in una fase di esaltazione disturbata solo da qualche contrarietà come per esempio ogni tanto dei cetrioli ma soprattutto dal fatto che per andare e tornare dall’appartamento alla biblioteca ci mettevo tutti i giorni due ore allora forse è stato per quello, che il giorno dopo la rivoluzione ero sceso in ulica Belozërskaja con le mie borse le mie valigie e avevo fermato un tassì.

Dove deve andare? mi aveva chiesto il tassista In centro, gli avevo detto, in ulica Trofimoviča. Là sparano, mi aveva detto il tassista. Le do centocinquanta rubli, gli avevo detto. Ma là sparano, mi aveva detto lui. Se le do duecento rubli? gli avevo chiesto. Ma là sparano, mi aveva detto il tassista. Duecentocinquanta, gli avevo detto, Monta, mi aveva detto lui, e mi ero trasferito felicemente da ulica Belozërskaja a ulica Trofimoviča nella casa sul lungofiume dieci minuti a piedi dalla biblioteca Lenin e la mia tesi aveva cominciato andare benissimo fino a un giorno in novembre che è stata la volta che mi son messo a piangere.

Che i primi tempi della mia tesi io ero in preda a quello che Hazrat Inayat Khan, nel suo La purificazione della mente, chiama un aspetto fisico dell’esaltazione, che si presenta quale reazione o conseguenza della visione dell’immensità dello spazio, e la visione esaltata dei panorami letterari che avevo davanti mi rimandava una promessa di libertà che rispondeva al desiderio della mia anima, se è vero che l’anima inconsciamente si strugge dal desiderio di trovare la libertà che in origine le apparteneva, come dice Rumi nel suo Masnavi, citato in La purificazione della mente, di Hazrat Inayat Khan.

Solo che questa esaltazione fisica, che aveva resistito ai cerchi alla testa, alle due ore di viaggio tutti i giorni, alla rivoluzione, alle incomprensioni con la mia nuova padrona di casa, è crollata un giorno di novembre del novantatré nella biblioteca Lenin di Mosca quando dalla comparazione di due diari scritti in epoche diverse dal pittore – musicista – editore – marito della poetessa futurista Elena Guro Michail Matjušin mi ero accorto che tra i futuristi, che io nella mia esaltazione vedevo come degli eroi senza macchia e senza paura, come si dice, c’erano anche delle mezze tacche di filibustieri, come il pittore – musicista – editore – marito della poetessa futurista Elena Guro Michail Matjušin, e questa scoperta, che ricordata oggi ha un significanza vicina allo zero, io nel novembre del novantatré, sarà stato che ero stanco per i cerchi alla testa, per la distanza dall’appartamento alla biblioteca, per la rivoluzione, per le incomprensioni con la mia nuova padrona di casa, per il fatto che le persone che avevo scelto da farci sopra la tesi non si capiva mai bene dov’eran sparite, sta di fatto che il momento che avevo fatto questa scoperta era stato il momento che ero passato dalla fase dell’esaltazione a quella della sensazione, da uno stato sottile a uno stato grossolano, come dice Hazrat Inayat Khan nel suo La purificazione della mente, che è poi quello che lo scrittore americano Kurt Vonnegut definisce Il momento che la merda tocca le pale del ventilatore, che è poi stato il momento che sono scoppiato a piangere nella biblioteca Lenin di Mosca mi vergognavo come un cane ho continuato a vergognarmi fino a quando nel dicembre del novantatré non sono andato alla festa di compleanno della mia padrona di casa.

Che la padrona di casa, dell’appartamento dove abitavo nella casa sul lungofiume, fin dai primi tempi che avevo cominciato a abitare da lei mi guardava in un modo, come se non la convincevo, e fin quasi da subito aveva cominciato a farmi delle domande. Ma lei, mi chiedeva, dove va tutto il giorno? In biblioteca, le dicevo. Aaaah, ho capito. Ma lei, mi diceva, è ancora studente? Sì, le dicevo. Aaaah, ho capito. Ma lei, mi diceva, quanti anni ha? Trenta, le dicevo. Aaaah, ho capito. Ne dimostra di più, mi diceva la padrona di casa nella casa sul lungofiume i primi giorni che ero da lei non sembrava mica tanto contenta, di avermi come inquilino, e non sembrava contenta neanche di avermi invitato alla festa del suo compleanno per me era stata bella, invece, e era stato il momento che avevo cominciato a rivalutare la mia tesi di laurea proprio pochi giorni dopo che avevo cominciato a rivalutare la biblioteca Lenin di Mosca.

La padrona di casa, della casa sul lungofiume, alla festa del suo compleanno aveva invitato tutti i suoi colleghi architetti che lei era architetto statale solo purtroppo coi soldi che guadagnavano gli architetti statali nella Russia post perestrokjka si doveva ingegnare le toccava affittare le stanze del suo appartamento agli sconosciuti senza andare troppo per il sottile anche a quelli sospetti che giravan per casa sempre scrutanti curiosi con occhi da spia, e per buona creanza le toccava poi di invitarli anche alle feste del suo compleanno e non una festa di compleanno normale, una festa di compleanno che tra i colleghi architetti che aveva invitato ce n’era anche uno che si chiamava Volodja, alto, grosso, con i due denti davanti sporgenti grandissimi molto distanziati l’uno dall’altro che era in uno stato d’animo molto particolare proponeva continuamente dei brindisi a destra e sinistra parlava con tutti era simpaticissimo, quella sera lì, l’architetto Volodja ex collega della padrona di casa della casa sul lungofiume.

Ascolti, mi aveva detto la padrona di casa a un certo momento prendendomi da parte con un tono che si sentiva, che le pesava, dirmi quello che stava per dirmi, che si vede che pensava che gli sconosciuti affittuari in odor di spionaggio non solo una era obbligata a invitarli alle feste del compleanno, bisognava anche prenderli da parte spiegargli le cose che poi dopo altrimenti si facevano delle idee brutte quando tornavano dopo nell’occidente diffondevano delle informazioni false ma documentate e credibili per screditare la corporazione degli architetti di Mosca, Ascolti, mi aveva detto con questo tono tra la scusa e il fastidio, Non pensi che Volodja faccia sempre così, il fatto è che lui si è licenziato tre mesi fa che per mantenere le sue tre ex mogli il suo stipendio statale non basta si è messo a lavorare in proprio sono tre mesi che non esce di casa per quello, si sta lasciando un po’ andare, ma di solito lui è una persona molto gentile molto colta adesso vedrà che si dà una regolata, mi aveva detto la padrona di casa.

No no ma, le avevo detto io, non si preoccupi, per me non c’è problema, anzi, mi è molto simpatico, Volodja, le avevo detto. Aaah, mi avevo detto la padrona di casa, ho capito, ma sempre con quello sguardo sospettoso che voleva intendere di stare attento a come mi comportavo comunque aveva ragione, quando diceva che Volodja si dava poi dopo una regolata, che si era regolato poi subito dopo quando si era messo a parlare con me.

Che com’ero tornato nella sala da pranzo mi era venuto incontro E lei, mi aveva chiesto, cosa fa? Io sono filologo, gli avevo risposto. Bene, mi aveva detto Volodja, brindiamo alla filologia, mi aveva detto, e mi aveva riempito il bicchiere, si era riempito il suo, avevamo brindato alla filologia. E come mai è qua in Russia? mi aveva chiesto. Per raccogliere materiale per la mia tesi di laurea, gli avevo risposto. Bene, mi aveva detto Volodja, brindiamo alla raccolta del materiale per sua la tesi di laurea, mi aveva detto, e mi aveva riempito il bicchiere, si era riempito il suo, avevamo brindato. E come si intitola, la sua tesi di laurea? mi aveva chiesto. Velimir Chlebnikov, la lingua nella quarta dimensione, teoria e pratica linguistica, gli avevo risposto. Bene, mi aveva detto Volodja, brindiamo a...

E si era fermato a metà della frase, aveva allargato gli occhi, era scoppiato a piangere. Che tutti si eran fermati, nel loro parlare, si eran messi a guardare tutti Volodja che nessuno capiva cos’era successo. Volodja, cos’hai? si eran messi a chiedergli tutti, e Volodja lui niente, si era seduto, si era preso la testa tra le sue mani, stava lì sulla sedia piegato in due il corpo scosso da dei singhiozzi fortissimi tanto più sorprendenti se si considera che scuotevano il corpo di un architetto moscovita alto, grosso, con i due denti davanti sporgenti grandissimi molto distanziati l’uno dall’altro. Ma cosa gli ha detto? mi aveva chiesto la padrona di casa con uno sguardo cattivo. Io? le avevo risposto, Niente.

La padrona di casa, mi aveva guardato come mi ha guardato l’anno scorso un signore a San Pietroburgo un mattino del duemilaeuno che ero nel parco tra la prospettiva piccola e la prospettiva media dell’isola Vasilevskij, avevo appena fatto i miei quattro giri del parco ero lì per terra che fumavo una sigaretta aspettavo di riprendermi per fare poi dopo i miei addominali, vedo che s’avvicina questo signore, un po’ barcollante, nell’andatura, con in mano una bottiglia di vino rosso, viene da me: Hai un cavatappi? mi chiede. Un cavatappi? gli chiedo. Un cavatappi, mi dice lui. Ce l’hai? mi chiede. No, gli dico, non ne ho, di cavatappi, gli dico, e questo mi guarda con uno sguardo, un misto di delusione e disprezzo, poi agita la mano nell’aria Aaaàh, dice, e si volta si avvia con il passo suo barcollante alla ricerca di qualche frequentatore del parco con un cavatappi.

La padrona di casa, nel novantatré, nella casa sul lungofiume, non aveva agitato la mano, non aveva detto Aaaàh, ma mi aveva guardato nello stesso identico modo poi si era chinata su Volodja, aveva cominciato a accarezzargli la schiena squassata da dei singhiozzi rumorosissimi, Su, coraggio, aveva cominciato a dirgli, ti sei impressionato perché non esci da un sacco di tempo ma non è successo niente, siamo qui tra amici, ti vogliam tutti bene, càlmati, Volodja, gli aveva detto la padrona di casa a Volodja e si vede che un po’ l’aveva tranquillizzato, perché Volodja aveva tolto le mani da davanti alla faccia, aveva alzato la testa, mi aveva indicato con l’indice, Lui... aveva detto, lui... lui.... Cosa ti ha fatto? gli aveva chiesto la padrona di casa, e mentre gli chiedeva così mi aveva guardato in un modo, ancora peggio che se non avessi un cavatappi, Cosa ti ha fatto? gli aveva chiesto a Volodja la padrona di casa. Non aver paura, gli aveva detto, diccelo, che ci pensiamo noi.

Lui, aveva detto Volodja con la voce che gli tremava, lui, aveva detto intanto che mi indicava col dito, lui, aveva detto, fa la tesi su... su... su... su Chlebnikov! aveva detto Volodja, e era scoppiato ancora a piangere, si era preso ancora la testa in mano, si era raccolto ancora su se stesso, aveva ricominciato a singhiozzare fortissimo.

Aaah, aveva detto la padrona di casa, ho capito. Cos’hai capito? gli aveva chiesto un collega architetto alla padrona di casa. No, aveva detto la padrona di casa, dicevo così per dire, non ho capito niente. E infatti era vero, nessuno aveva capito niente.

Che dopo, a Volodja, per fargli spiegare perché il fatto che facevo la tesi su Chlebnikov era una cosa così toccante che lo colpiva così nel profondo ce n’era voluto, del tempo, nella casa sul lungofiume, nel novantatré, che ogni volta che smetteva di piangere che si riprendeva che gli chiedevano E be’? E allora? Anche se fa la tesi su Chlebnikov c’è bisogno di piangere?, Volodja tutte le volte lui alzava la testa, alzava il braccio mi indicava Lui, cominciava a dire, lui... lui... fa la tesi su... su... su... su Chlebnikov, e scoppiava a piangere tutte le volte.

Fino alla fine che poi dopo era riuscito poi a controllarsi s’era spiegato, alla fine, e aveva detto che in Russia, dopo la fine dell’impero sovietico, era venuta su una generazione di russi che badavano solo ai soldi e a come ostentarli, una generazione che parlavan l’inglese pagavano in dollari e avevan fatto girare il paese sul suo asse portante che adesso tutti nella Russia post perestrojka le loro vite eran cambiate alla ricerca del soldo a studiare l’inglese a pagare coi dollari per star dietro all’occidente, dicevano, E anche le nostre, di vite, diceva Volodja, sono cambiate, per star dietro all’occidente, e io sapere che in occidente c’è della gente che viene in Russia a studiare Chlebnikov, il più grande poeta russo del novecento che non aveva mai neanche una lira che gli occidentali non li sopportava, io sapere che Chlebnikov in occidente lo studiano qui in Russia Chlebnikov i nostri ragazzi non sanno neanche chi è, diceva Volodja nel novantatré, io questa cosa la trovo ingiusta, una presa in giro, una beffa, non c’è l’ho con te, mi aveva detto Volodja nella casa sul lungofiume, e ci eravamo abbracciati ci eravam stretti forte mi veniva da piangere mi ero trattenuto avevo cercato un diversivo mentale per non scoppiare in singhiozzi rumorosissimi che se scoppiavo in singhiozzi rumorosissimi anch’io ce ne veniva una gamba, nella casa sul lungofiiume, nel novantatré, e da sopra la spalla di Volodja avevo cercato lo sguardo della padrona di casa che aveva appena finito di dire Aaaah, ho capito, e l’avevo guardata con uno sguardo prima di sfida dopo di pace Te sei una testa di cazzo, le avevo detto con il mio sguardo, ma io ti perdono, le avevo detto, e con Volodja poi alla fine eravam diventati amici mi aveva poi dato anche il suo numero mi aveva detto di chiamarlo di andarlo a trovare Mangiamo insieme due cetrioli, mi aveva detto, Sì sì, avevo pensato, li conosco i tuoi cetrioli.

I russi, han delle teste. I russi, han delle teste, che non le mangiano neanche i maiali, mi vien da pensare a me delle volte, delle altre volte mi vien da pensare che per fortuna nel mondo c’è un posto come la Russia abitato da della gente con delle teste che non le mangiano neanche i maiali se no io non lo so, come facevo.

Ma mi accorgo di avere un po’ divagato torno all’oggetto della mia relazione e precisamente a qualche giorno prima di questo compleanno nella casa sul lungofiume, a un momento del dicembre del novantatré nella biblioteca Lenin di Mosca, un momento che all’apice della fase suficamente denominata della sensazione grossolana, quando avrei voluto essere dovunque a fare qualsiasi cosa tranne che nella biblioteca Lenin di Mosca a scriver la tesi, un momento in cui mi ero messo a leggere un libro che con la mia tesi non c’entrava niente, un romanzo che si intitolava Filosofia di un vicolo che parlava di un gruppo di bambini che erano nati tutti in case che davano sullo stesso cortile di Mosca un cortile filosofico, diceva l’autore, che a Mosca, diceva l’autore, c’erano i cortili filosofici, i cortili matematici, i cortili operai, i cortili pittorici, i cortili operistici, i cortili spionistici, e i protagonisti di questo romanzo eran nati in un vicolo che dava su un cortile filosofico sarebbero diventati poi dei filosofi indipendentemente da quello che avrebbero poi fatto l’avrebbero fatto comunque filosoficamente, così come un operaio nato in una casa che dava su un cortile spionistico avrebbe poi fatto l’operaio spionisticamente, diceva l’autore o forse son io che mi ricordo male forse non diceva così ma insomma il senso mi sembra era quello.

Allora mi era piaciuto, questo inizio, avevo cominciato a pensare chissà in che vicolo ero nato io, che io ero nato nella casa di cura Piccole figlie di Parma, in via Po, e il cortile dava sul campo scuola forse un cortile podistico, avevo pensato, e avevo pensato che effettivamente quello che facevo nella mia vita io quasi sempre lo facevo con questo impeto vigoroso e un po’ cieco, podistico, avevo pensato, e invece suficamente la parola giusta era esaltato ma allora nel novantatré io non lo sapevo.

Allora con un inizio del genere io mi ricordo ero andato avanti nella lettura di questo romanzo, nella biblioteca Lenin di Mosca, ero arrivato al momento che i bambini del vicolo filosofico eran cresciuti, avevan cominciato a fumare, uno di loro aveva cominciato a frequentare la biblioteca Lenin di Mosca e un giorno, nella sala del fumo della biblioteca Lenin di Mosca, nelle biblioteche russe c’è una sala che i fumatori come me ci passano mediamente il venti per cento del tempo che stanno lì in biblioteca, un giorno nella sala del fumo questo bambino filosofo aveva cominciato a pensare che nella sala del fumo della biblioteca Lenin di Mosca erano riunite le migliori menti a lui contemporanee, delle persone che magari lui di faccia non conosceva neanche, ma delle quali magari aveva letto o avrebbe letto le opere straordinarie.

Allora io mi ricordo, nel novantatré, nella biblioteca Lenin di Mosca, avevo chiuso il libro ero andato nella sala del fumo avevo cominciato a guardare i frequentatori della sala del fumo della biblioteca Lenin di Mosca con un interesse tutto diverso, stavo evidentemente abbandonando il mio ancoraggio terrestre cominciavo a guardare il cielo a avere degli interessi reali, che come dice Hazrat Inayat Khan nel suo La purificazione della mente, quando la coscienza è assorbita dalla materia grossolana l’uomo gravita verso terra, quando la coscienza è liberata dalla materia grossolana si eleva verso il cielo.

Anche se nel dicembre del novantatré non devo poi esser riuscito del tutto a liberarmi dalla materia grossolana, che se è vero che il mio interesse nei confronti dei frequentatori della sala del fumo dopo la lettura della prima parte di Filosofia di un vicolo era molto aumentato, è anche vero che nella sala del fumo io avevo cominciato a atteggiarmi a ricambiare i loro sguardi come per dire Eh, già. Eh, sì. Proprio così.

A ogni modo, al di là dei miei limiti intrinseci che avevo nel novantatré e che in buona parte conservo nel duemilaedue, le fisionomie dei frequentatori della sala del fumo della biblioteca Lenin di Mosca nel novantatré mi son rimaste impresse, e qui ci colleghiamo a quello che ha detto Emilio nel duemila delle biblioteche e delle agenzie ippiche e ci avviamo verso un debolissimo finale che poi è all’origine di questo intervento un po’ lungo mi scuso della lunghezza ma come si dice farlo più corto non ho avuto tempo.

Quello che voglio dire, forte delle mie osservazioni nella sala del fumo della biblioteca Lenin di Mosca nel novantatré, nel novantaquattro, nel novantacinque, e nella sala del fumo della biblioteca Pubblica di San Pietroburgo nel novantacinque, nel duemila, nel duemilaeuno e nel duemilaedue, che in Russia, la gente, nelle biblioteche, trascurati nell’aspetto, trasandati nel vestire, eccitati, fumatori ossessivi, gran parlatori tra sé e sé, nervosi, esaltati, sono un po’ come la gente in Italia nelle agenzie ippiche, sembra quasi che si aspettino da un momento all’altro che la loro frequentazione della biblioteca gli cambi la vita una cosa stranissima, a raccontarla.

State bene.

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