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154. Io non scrivo

Metto qui il discorso che ho fatto il 6 maggio a Milano per il Festivalino e Fringe Festival (anche audio, grazie a Paolo)

Io non scrivo, però leggo così tanto

che presto divento intelligente

discorso su Anton Čechov

Allora.

Čechov è nato a Taganrog, al sud, sul mare d’Azov, il 29 gennaio del 1860, e è morto a Badenweiller, in Germania, il 15 luglio del 1904, giovane, a 44 anni.

Era figlio di un bottegaio, Pavel Egòrović Čechov, e nipote di Egòr Michajlovič Čechov, un servo della gleba che aveva riscattato sé e i propri figli.

Nel 1889, rimproverando il fratello Aleksandr per il suo atteggiamento autoritario nei confronti dei figli e della moglie, gli scrive:

“Ti chiedo di ricordare che l’autoritarismo e le menzogne hanno rovinato la giovinezza di nostra madre. L’autoritarismo e le menzogne hanno rovinato la nostra infanzia a tal punto che il ricordo che ne abbiamo è nauseante e spaventoso. Ricordati l’orrore e il disgusto che abbiamo provato quando eravamo piccoli, quando nostro padre si arrabbiava a cena perché la minestra era troppo salata, o insultava nostra madre e le diceva che era stupida...

I comportamenti autoritari, lo sai bene, sono comportamenti criminali...”.

Uno dei figli di Aleksandr, Michail Aleksandrovič Čechov, sarà un attore, emigrerà negli Stati Uniti verrà candidato all’ Oscar nel 1945 per l’interpretazione del dottor Brulov nel film Spellbound di Hitchcock (in italiano si intitola Io ti salverò) e sembra abbia portato in occidente il metodo Stanislavskij sia stato insegnante di recitazione, tra gli altri, di Marilyn Monroe, Gregory Peck, Ingrid Bergman, Paul Newman, Gary Cooper, Robert Taylor, Yul Brinner e Anthony Queen.

Suo zio, Anton Pavlovič, nel marzo del 1880, è uno studente di medicina al primo anno che pubblica, sul settimanale umoristico La libellula, due racconti, Lettera al vicino scienziato e Cosa si trova più spesso nei romanzi, nei racconti e in quella roba lì, che mi sembra il più interessante dei due, e che ho tradotto per questa occasione.

Cosa si trova più spesso nei romanzi, nei racconti e in quella roba lì

di Anton Pavlovič Čechov

Un conte, un contessa con tracce di una bellezza ormai perduta, un barone vicino di casa, uno scrittore liberale, un nobile impoverito, un musicista straniero, dei servitori ottusi, delle balie, delle governanti, un amministratore tedesco, uno scudiero, un’eredità dall’America.

Dei volti forse non belli, ma simpatici, piacevoli.

Il protagonista, che salva la protagonista da un cavallo imbizzarrito, ha una grande tempra e è capace di mostrare la forza dei suoi pugni tutte le volte che bisogna farlo.

Dei cieli infiniti, delle distanze ineffabili, immense... incomprensibili. Cioè, in sintesi: la natura.

Degli amici biondi, dei nemici rossi.

Uno zio ricco, liberale o conservatore, a seconda delle circostanze. I suoi insegnamenti non sono così utili al protagonista quanto la sua morte, dello zio.

Una zia a Tambòv.

Un dottore dall’aria preoccupata, che infonde speranza nei momenti di crisi; ha spesso un bastone col pomello e la testa calva. E dove c’è il dottore, ci sono i reumatismi, causati dal lavoro onesto, l’emicrania, l’infiammazione del cervello, la cura dei feriti in duello e l’inevitabile consiglio di andare alle terme.

Un servitore: serviva ancora i vecchi padroni, pronto a seguire i padroni ovunque, anche nel fuoco. Un’arguzia, straordinaria.

Un cane che gli manca la parola, un gatto e un usignolo.

Una casa di campagna nei dintorni di Mosca e una tenuta ipotecata al sud.

Dell’elettricità, e la mancanza dell’elettricità, nei villaggi e anche in città.

Una valigetta di pelle russa, delle porcellane cinesi, una sella inglese, un revolver che non fa mai cilecca, un’onorificenza sul bavero, dell’ananas, dello champagne, dei tartufi e delle ostriche.

Qualcuno che sente involontariamente una conversazione che gli fa scoprire delle cose interessantissime.

Innumerevoli interiezioni e tentativi di usare termini tecnici al momento opportuno.

Sottili allusioni a circostanze piuttosto evidenti, che non c’era bisogno, magari.

Molto spesso l’assenza di un finale.

I sette peccati capitali all’inizio, e il matrimonio alla fine.

Una fine.

Ecco.

Questo era, in una mia traduzione forse un po’ sbrigativa. il primo racconto di Anton Čechov. O il secondo, forse.

Anche se questi racconti umoristici Čechov non li firmava con il suo nome, ma con alcuni pseudonimi, i più usati Antoša Čechonte o Čelovek bez selezënki (L’uomo senza milza).

A me, l’ho detto tante volte, ci sono due cose che mi fanno piangere, la letteratura russa e le partite del Parma, e qualche anno fa, quando c’era la trasmissione Quelli che il calcio, mi invitavano a vedere il Parma e Luca Bizzarri una volta mi ha detto Domenica ti chiedo chi è il personaggio più sfigato della letteratura russa, e me l’ha detto di martedì e io ci ho pensato tutta la settimana e è stato difficile, nel senso che è una gara dura, ma alla fine mi è venuto in mente che probabilmente è un personaggio di un racconto di Čechov del 1883 che si intitola morte di un impiegato e che fa così:

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