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Demografia, l’illusione della stabilità

La stabilità, talvolta, fa male. Il primo quadrimestre del 2026 in Italia si è chiuso con un bilancio demografico in pareggio: tra nascite, decessi, arrivi e partenze dall’estero i segni positivi compensano i segni negativi e la popolazione residente al 30 aprile 2026 resta inchiodata a quota 58,9 milioni. Un valore ormai stabile da ventiquattro mesi. Viene smentita dai fatti la tendenza al calo segnalata nelle previsioni dell’Istat.

Un buon segno? Mica tanto. Il pericolo della stabilità demografica è che passi il messaggio “pericolo scampato”. Visto che il declino della popolazione residente non c’è, vengono a cadere anche le preoccupazioni per la bassa natalità, per la tenuta del sistema previdenziale, di quello sanitario e così via. La politica, come si racconta in dettaglio nel saggio Vuoto a Perdere, vive sulle emergenze - spesso quelle reali; talvolta quelle montate alla bisogna - e quella demografica già ha stentato ad essere percepita come un’emergenza quando la popolazione calava, figurarsi adesso. È un po’ la sorte che tocca all’emergenza climatica, di cui si parla quando fa molto caldo o quando cade una pioggia devastante per poi dimenticarsene appena il meteo torna gradevole.

La popolazione residente in Italia è stabile, come certificano i valori aggiornati al 30 aprile 2026 pubblicati il 7 luglio sul sito www.demo.istat.it; tuttavia i segni più e i segni meno che portano al risultato di pareggio vanno analizzati uno per uno perché alcuni destano preoccupazione e sarebbe illusorio limitarsi a evidenziare la stabilità.

Cominciamo dalle nascite, il segno più che porta maggiore allegria. Purtroppo la tendenza è in calo anche nel 2026 allungando a diciotto la serie negativa iniziata nel 2009, record assoluto dall’Unità d’Italia. A gennaio-aprile del 2026 sono nati 109.149 bambini contro i 111.303 dello stesso periodo del 2025. Oltre duemila in meno. Una flessione che fa male ma non sorprende perché dovuta alla diminuzione delle coppie in età fertile.

In media ogni giorno sono nati 910 bambini ma sono morte 1.893 persone: oltre il doppio. Un numero elevato eppure in lieve calo rispetto al 2025, quando i decessi medi quotidiani sono stati 1.914. La mortalità tuttavia ha una forte stagionalità per cui occorre prudenza prima di affermare che nel 2026 si morirà meno che nel 2025: il bilancio corretto lo si può fare a fine anno, quando le minori dipartite legate al clima invernale meno rigido potrebbero essere compensate da un surplus di vittime collegate alle temperature estive superiori.

In ogni caso, il cosiddetto saldo naturale (differenza tra nascite e morti) in Italia si conferma nel 2026 fortemente negativo, sebbene non in peggioramento: il segno meno del primo quadrimestre è stabile a 118mila unità nel confronto con lo stesso periodo del 2025.

I flussi migratori permettono di compensare il deficit del saldo naturale. In quattro mesi hanno infatti ottenuto la residenza in Italia 150.686 persone provenienti dall’estero (quanti sono stranieri e quanti italiani di ritorno non è rilevato nei bilanci demografici mensili). Il numero è in crescita rispetto ai 144.786 ingressi dall’estero del gennaio-aprile 2025 tuttavia tale incremento di quasi seimila unità è dovuto soprattutto alla componente maschile, cresciuta da 83.287 a 87.942 mentre quella femminile è passata da 61.499 a 62.744. Le uscite invece sono in calo (anche in tale caso non è ancora possibile distinguere fra partenze di cittadini italiani o di stranieri) con una contrazione significativa da 53.826 a 37.574. Ad andare via però sono in misura quasi paritaria uomini e donne per cui il saldo complessivo migratorio è sì positivo ma soprattutto per la componente maschile. Il prevalere dei maschi tra i migranti ha conseguenze di lungo periodo sulla natalità e impatti difficilmente misurabili ma potenzialmente negativi sul tasso di sicurezza soprattutto nelle aree urbane.

Insomma, l’equilibrio complessivo si tiene a prezzo di squilibri interni alla popolazione, sia perché i giovani continuano a diminuire mentre l’età media aumenta, sia perché i generi hanno preso trend opposti, con l’incremento della componente maschile e la flessione di quella femminile. L’equilibrio dell’Italia nasconde anche i flussi migratori interni, i quali si compensano per definizione. I movimenti tra Comuni sono nel complesso in lievissima contrazione: da 483.556 a 482.425. Ma il dato più significativo, già evidenziato su XilSud nella nota di commento ai dati Istat aggiornati al 31 marzo 2026, è la frenata delle migrazioni dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord: da 17.677 del 2025 a 15.300 con una flessione del 13%. Nel 2019, prima che il Covid mettesse in moto il fenomeno del South working, il primo quadrimestre si era chiuso con un saldo negativo per il Mezzogiorno di 24.399 persone. Forse è presto per affermare che dal Mezzogiorno non si emigra (quasi) più. Ma il segnale è rilevante. Restate collegati.

Marco Esposito (8 luglio 2026)

Kategorie Demografia